The Belt and Road Initiative

Written by Menghan Huang

In the first century BC, the silk came into the Roman Empire. Silk is regarded as quite exotic luxury goods and became extremely popular, it was both a typical fabric used by the royal household and an important source of finance. Therefore, silk has become one of the motivations of commercial development in Europe to the Far East.

China Emperor has successively sent Zhang Qian twice to western regions as serve as an envoy abroad (from 140 BC to 126 BC) and (from 119 BC to 115 BC), established a silk road which from the ancient capital of China Chang’an, by way of the Central Asian countries, such as Afghanistan, Iran, Iraq, Syria and other places to the Mediterranean, to Rome as the end. At the same time, due to the need of trade, people established the Maritime Silk Road, from Guangzhou as a starting point to the end of Venice. Thus, the door of friendly exchanges between Asian and European countries has been opened.

Rebuilding “the Belt and Road” Initiative (“the Silk Road Economic Belt and the 21st Century Maritime Silk Road”), aimed at driving the orderly and free flow of economic elements, resource efficient configuration and market depth integration, promoting economic policy coordination in countries along the Silk Road, carrying out a wider, higher level, deeper inter-regional cooperation, working together to build an open, inclusive, balanced, generally benefit structure of regional economic cooperation, and thus promoting the development of strategic docking and coupling in countries along the road.

mappa belt and road

The route map of “the Belt and Road” Initiative

It is necessary to consider those Chinese companies which are active in international transport, energy, financial and telecommunication infrastructure in Asia, Europe or Africa. China’s action and other official communications on “the Belt and Road” initiative make it clear that the formal purpose of “the Belt and Road” Initiative is supposed to contribute an international economic development by strengthening its “connectivity”.

Formal “the Belt and Road” initiative projects in the EU often involve container terminals and railways. Among the port projects, the port of Piraeus in Greece stands out as the most prominent case. China’s shipping and logistics giant China Ocean Shipping Company (COSCO) has been operating and modernizing part of the port since 2009, and COSCO greatly expanded its involvement in summer 2016 when it acquired a controlling share in the Piraeus Port Authority. With regard to the railways, the planned construction of a new Belgrade–Budapest railway by Chinese companies is  signal which related to “the Belt and Road” Initiative.

According to WTO’s statistics, in the first three quarters of 2017, China’s import increment has contributed 17% to the global import growth, China's imports has also accounted for 10.2% of the global share.

Certainly, “the Belt and Road” initiative brought not only a real road crosses from China to Europe, but also included the connotation of digital infrastructure across Eurasia. It will extend our acknowledges from the traditional geopolitical concept to the scope of biosphere cooperation, this is a kind of distributed system which made by shared spirits and technological revolutions.

On 2th April, "The belt and road" initiative cross-border cooperation seminar was held in Shanghai, Chinese and foreign bankers have been gathering together to discuss the financial cooperation under the "the belt and road" initiative. At that day, Shanghai Bank signed an agreement to further deepen strategic cooperation with OCBC Group of Singapore and Santander Group of Spain to provide a broader range of financial services for companies in various countries.

JinYu, chairman of Shanghai Bank, expected in the next 5 years, investments of "The Belt and Road" initiative will increase further, there will be a huge amount of banking business demand in terms of cross-border finance, project financing, investment banking, etc. Objectively, banks are required to carry out the extensive cooperation with various institutions at all levels and in all fields to enhance their comprehensive service capabilities.

The development of “the Belt and Road” in different filed will provide a broader market and create more valuable opportunities to various countries of the world.

Il Progetto Europeo dei Sovereign Bond-Backed Securities (SBBS) – I PARTE

di Stefano Alaia  

Sovereign Bond-Backed Securities (SBBS) rappresentano una possibile soluzione ai fenomeni che hanno caratterizzato la crisi del debito pubblico europeo (2010-2011). Il successo di tale strumento, ufficialmente proposto dall’European Systemic Risk Board (ESRB) attraverso la Task Force on Safe Assets, dipende dal superamento di una serie di problemi di implementazione. Primo fra tutti, una riforma della regolamentazione delle esposizioni sovrane che penalizzi portafogli bancari poco diversificati e/o eccessivamente esposti al rischio di credito.

Debito pubblico nell’area euro

L’Eurozona non dispone di debito pubblico sicuro comparabile con quello statunitense, nonostante le due economie abbiano grandezze simile e mercati finanziari a uno stadio di sviluppo affine.

In Europa vi è una scarsità di asset a basso rischio e la sua distribuzione è asimmetrica (2/3 dei titoli di Stato con rating più elevato sono i bund tedeschi). Le attività a basso rischio sono rilevanti per le banche sia per motivi di investimento sia perché vengono utilizzate come collateral nel mercato pronti contro termine, consentendo di ridurre i costi di transazione.

Per potere comprendere l’utilità dell’introduzione in Europa dei Sovereign Bond-Backed Securities è necessario fare un passo indietro. La crisi del debito sovrano (2010-2011) è stata caratterizzata da un rapporto molto stretto tra debito pubblico e solvibilità delle banche. Il circolo vizioso tra rischio sovrano e rischio bancario, in inglese diabolic-loop, nasce poiché in Europa non si penalizza in alcun modo l’investimento in titoli rischiosi e quindi le banche investono in titoli del proprio Paese nonostante la loro rischiosità (home bias).

Ci sono due canali di propagazione, uno di tipo finanziario ed uno di tipo reale:

  • Il primo si verifica quando, a causa di uno shock negativo iniziale, i prezzi dei titoli sovrani crollano, ciò porta delle perdite in conto capitale per le banche ed una maggiore probabilità di intervento da parte dello Stato (moral hazard).
  • Il secondo si verifica poiché i conti pubblici dello Stato che è intervenuto per ricapitalizzare le banche s’indeboliscono, le banche subiscono ulteriori perdite in conto capitale a causa della svalutazione dei titoli sovrani ed erogano minor credito all’economia reale (credit crunch).

Figura 1 – Il circolo viziosotra rischio sovrano e rischio bancario

diabolic loop

     Fonte: Brunnermeier et al. (2011)

 

Inoltre, il diabolic-loop ha una sua dimensione internazionale se viene analizzato all’interno di una macro area piuttosto che di un singolo Paese, il cosiddetto flight-to-safety. In seguito ad un periodo di crisi si assiste alla migrazione di flussi di capitale da aree più rischiose verso aree più sicure (tipicamente bund tedeschi), ciò accentua notevolmente il rischio di instabilità del sistema finanziario.

Un modo per correggere il circolo vizioso è quello di stabilizzare le banche dei Paesi più rischiosi incentivando gli istituti di credito di questi Paesi (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) a detenere asset sicuri, quindi bund tedeschi. Tuttavia, ciò farebbe venire meno una fetta della domanda di titoli sovrani dei Paesi periferici, con conseguente aumento del rendimento e crollo del prezzo. Questo è uno dei motivi per cui i Paesi periferici osteggiano riforme bancarie che vadano in questa direzione.

Da qui nasce la necessità di creare un asset sicuro, a basso rischio comune in tutta l’area euro. I Sovereign Bond-Backed Securities (SBBS) rappresentano un contratto derivato su un portafoglio sottostante di titoli di Stato. Si tratta di una cartolarizzazione di titoli del debito pubblico dei vari Paesi dell’area euro, nessuno escluso, poiché si è osservato che anche i titoli più rischiosi (es. greci, italiani) hanno un mercato ed aumenterebbero l’offerta di questo strumento. Tale strumento potrebbe essere emesso da una società veicolo (SPV) o da più società indipendenti e possiede le seguenti caratteristiche:

  • Il pooling dei titoli di Stato, ovvero i titoli nazionali dei diversi Stati emittenti vengono impacchettati in un singolo portafoglio sottostante. Questo comporta una diversificazione incorporata del rischio sovrano idiosincratico (rischio reputazionale del singolo Paese).
  • Il tranching, cioè la suddivisione in tre segmenti in relazione alla priorità di pagamento (seniority), ciò implica una struttura di allocazione in base ad una classifica dei flussi di pagamento. In caso di mancata cedola o mancati pagamenti principali nel sottostante pacchetto vengono ripagate prima le tranche senior, poi le mezzanine ed infine le junior.
  • No condivisione del rischio sovrano tra i vari Stati, tale strumento non richiede una responsabilità congiunta del rischio sovrano tra i vari Stati membri. Sia gli Stati membri che le istituzioni europee non dovrebbero fornire garanzie e versamenti in conto capitale per l’emittente di SBBS oppure per i flussi di pagamento degli SBBS.

Dalla filiale a EVA – Le banche e i chatbot

di  Federico Giovanni Rega

Le grandi banche italiane (e quelle europee) stentano ancora a cavalcare l’onda AI, in particolare ancora non sono state travolte dalla rivoluzione dei chatbot e degli assistenti virtuali. Stando ai dati ABI e KPMG, è ancora basso ed in via di sviluppo il numero di istituti bancari italiani che adotta piattaforme innovative quali i chatbot(14% delle banche grandi e 9% delle banche piccole) sfruttando a pieno la possibilità di generare conversazioni con le persone gestiti da programmi complessi sempre più affinati. Stesso grado di sperimentazione si registra per l’uso di Periscope, Facebook o Instagram per attivare una diretta in grado di creare attenzione e coinvolgere maggiormente gli utenti (14% delle banche grandi e 13% delle banche piccole).

Alcuni grandi colossi però hanno già sviluppato soluzioni specifiche per creare una customer experience migliore, più semplice forse, più vicina alle esigenze dei clienti, accessibile 24/7 e fortemente personalizzata.

Partiamo da zero. Cos’è un chatbot? Un bot, contrazione della parola robot, non è nient'altro che un programma informatico capace di interagire e comunicare con l'essere umano attraverso un dispositivo fisico, come ad esempio il nostro PC o il cellulare.

Questa forma di intelligenza artificiale, capace di apprendere e ricordare le nostre abitudini, la ritroviamo, magari senza darci troppo peso, nella nostra vita quotidiana: i ben noti assistenti virtuali di IOs Apple, Google o Microsoft ne sono solo alcuni esempi.

Addirittura, KPMG – in un recente report -  immagina una banca del futuro invisibile, EVA. Entro il 2030, la tecnologia continuerà a distruggere e creare e KPMG ipotizza un Enlightened Virtual Assistant, una sorta di discendente di SIRI, reso possibile dalle seguenti tecnologie: data anlytics, autenticazione vocale, AI, wearable device (IoT), API e cloud. Tali tecnologie sono disponibili già oggi e, se integrate e potenziate, daranno vita a EVA.

Ecco alcuni chatbot bancari attivi:

Santander UK – SmartBank

L’app del gruppo Santander UK, SmartBank, sfrutta una tecnologia basata sul riconoscimento vocale per consentire ai propri clienti di usare solo la voce per gestire i loro risparmi. Attraverso la biometria vocale, i clienti possono controllare il loro saldo corrente, effettuare pagamenti, impostare nuovi codici di sicurezza o segnalare lo smarrimento di una carta. Insomma, gli utenti possono così ottener risposta alle domande più comuni nelle loro operazioni bancarie. Il bot è inoltre capace di identificare i profili di spesa cosicché i clienti possano capire dove e quando hanno speso i loro risparmi. Quando tale tecnologia sarà disponibile in ogni dove, non solo nel Regno Unito, Santander mirerà ad aver una user experience molto più semplice e ottimale per i clienti del gruppo.

Bank of America – Erica

Erica è, secondo gli esperti, il ‘coolest’ bot tra i vari modelli bancari. Annunciato l’anno scorso, Erica è un chatbot vocale e testuale, a disposizione dei clienti BofA, pensato per aiutarli a prendere decisioni in ambito bancario. È un passaggio ulteriore nel mondo dei conversational bot in quanto è lo stesso Erica che può inviare messaggi/notifiche agli utenti, dunque iniziare conversazioni attraverso ‘Questions, Answers, Insights’ e guidare l’utente nelle sue scelte di consumo e risparmio e aggiornarlo sul suo credit score. L’obiettivo di Bank of America è che Erica diventi il consulente fidato dei suoi oltre 40 milioni di clienti retail.

SwedBank – Nina

La banca svedese Nina ha deciso ad aprile 2016 di utilizzare Nina, l’assistente virtuale sviluppato da Nuance Communications e adottato a livello globale da prestigiosi brand e aziende, compresi l’ufficio delle imposte australiano, Coca-Cola, e ING Olanda.

Tra le varie cose che sa fare Nina:

  • Autenticazione: convalida la vostra identità usando la vostra impronta vocale unica.
  • Transazioni: estrae contenuto, contesto e significato da una richiesta garantendo risultati più rapidi con meno passaggi.
  • Formazione: mentre l’utente impara, anche Nina migliora nel riconoscere, capire, rispondere, attraverso la personalizzazione: aspetto e voce dell’utente, ad esempio.

RBS – Luvo

Royal Bank of Scotland ha lanciato a fine 2016 il proprio consulente virtuale, Luvo, che sfrutta la tecnologia di WatsonConversation, la piattaforma cognitiva di IBM basata su cloud. Grazie a questa partnership, la banca mira ad agevolare l’interazione con i clienti che riceveranno in pochi secondi le risposte ai quesiti riguardo le operazioni bancarie. Per le problematiche più complesse l’utente sarà reindirizzato a un consulente umano.

Luvo ha margini di miglioramento e un ulteriore passo avanti sarà l’applicazione della funzionalità IBM WatsonAlchemy Language per comprendere meglio la “reazione” del cliente – ad esempio, se è insoddisfatto – e modificare di conseguenza le azioni.

E allora, to bot or not to bot… è questo il dilemma? Forse no, non ancora. EVA, una banca senza la banca, senza i mattoni (brick and mortar), può ancora attendere, soprattutto in Italia dove gli utenti cd. baby boomers prediligono ancora l’interazione umana, de visu, con il consulente di filiale. Nei prossimi anni la sfida sarà rappresentata dall’equilibrio sottile tra interazione umana e AI. Le banche dovranno saper gestire questa convivenza, forse complessa e difficile inizialmente, ma questo matrimonio s’ha da fare.

Le nuove tecnologie AI, anche quelle più semplici e quotidiane – pensiamo alle messaging app -  permeano le nostre azioni, saranno sempre più parte integrante del nostro customer experience space e, secondo Gartner, entro il 2020 ogni consumatore/utente gestirà l’85% delle sue relazioni con un’impresa senza aver bisogno dell’interazione umana.

L’implementazione dei chatbot potrà offrire un’opportunità enorme di risparmio e allo stesso tempo un recupero di efficienza e semplicità. Ed è forse proprio un deficit di semplicità ad aver allontanato i giovani dal mondo degli istituti finanziari. Semplicità che comporterebbe un ritorno di fiducia, il return più importante in questo momento storico, nell’era dei social, dei dati, dell’open banking. D’altronde la parola credito deriva dal latino creditum, participio passato del verbo credere, affidare, fidarsi.

Liquido, veloce e interconnesso – Sappiamo di non sapere

di Federico Giovanni Rega

Si sale, si scende, tutti i giorni, su e giù, up and down, buy and sell, continuamente, un'altalena il mercato. A volte dipende da dove guardiamo e da come guardiamo le cose, dipende dalle nostre prospettive, dai cigni neri, dal caso. Paure, timori, esuberanza, formule matematiche, boom, crisi, boom, crisi. Che mal di testa.

E il mal di testa è anche più forte, se compaiono figure nuove, se appare qualcosa che non conosciamo bene, ma che è sulla bocca di tutti: vorremmo salire sulla giostra ma non sappiamo se è troppo rischioso. Ma la finanza lo sa, solo rischiando, si punta in alto. Se rischi, puoi vincere o perdere (molto); se non rischi nemmeno, hai già perso.

Questo è un post di riflessioni personali. Non ho mai voluto scrivere o parlare tanto di bitcoin perchè so di non sapere. Questo è anche il titolo di un articolo recente di Stefano Capaccioli, dottore commercialista e presidente AssoB.it, pubblicato su Econopoly de Il Sole 24 Ore.

Risultati immagini per so di non sapere Io, come tanti di noi, so di non sapere niente di preciso sul bitcoin e su alcune tecnologie dirompenti. Ci fidiamo, non ci fidiamo? E' un po' come il tifo sportivo, già ci sono due squadre, eppure chi sa veramente quale sarà il futuro modello di economia?

E' tutto così liquido, veloce e interconnesso. L'economia e la finanza non saranno più le stesse, niente sarà più lo stesso. I nostri manuali ci danno nozioni e informazioni preziosissime, ma non sufficienti. Domani (o forse già oggi?), mentre leggeremo il bilancio di una banca, dovremo dare uno sguardo anche a un manuale di machine learning e intelligenza artificiale. Le stesse aziende non potranno più guardare e analizzare singolarmente gli eventi, i rischi, le variabili. Piuttosto dovranno guardarne (e controllarne) le relazioni. Non potremo affidarci più di tanto ai modelli matematici e alle assunzioni, senza scendere dalla torre d'avorio, senza scendere tra gli uomini, nella storia, nelle loro pulsioni, nelle loro domande intime, le stesse che ritroviamo nel pensiero dei filosofi del passato. Se un robot consegnerà una pizza meglio di noi, se sarà fare il consulente finanziario o l'avvocato meglio di noi, noi non potremo più non approfondire e coltivare ciò che un bot non potrà mai fare: amare, pensare in modo critico, porsi domande, emozionarsi, lavorare in team e gestire altre persone, colleghi, idee. Volenti o nolenti, che ci piaccia o no, il mondo sta cambiando, sta già accadendo.

L'altro ieri, alla stazione metropolitana di Napoli Piazza Amedeo sono comparsi (un miracolo? una magia?) i tabelloni elettronici che segnalano l'arrivo o la partenza di un treno e i vari dettagli utili. Nello stesso momento, dall'altra parte del mondo CME e Nasdaq lanciano i future sul bitcoin, PWC e EY accettano bitcoin e criptovalute, in un'ottica più collaborativa con le startup e aziende che operano in ambito bitcoin e blockchain. Che ci piaccia o no, che capiamo o no, "i tempi corrono".

Non sappiamo bene come funziona il bitcoin, non lo capiamo affondo, ma non è una novità questa. Nelle rivoluzioni industriali, è sempre arrivata prima la tecnologia, la scoperta. E dopo la scienza, la spiegazione. Da secoli, tornano nuovi conflitti e guerre: apollineo e dionisiaco, ragione e cuore, uomo e macchina. La distruzione creatrice crea scompiglio, ma ogni volta apre una finestra sul futuro.

Tutti i giorni, usiamo strumenti e tecnologie che non conosciamo neppure appieno... Ci siamo già dentro - è stato questo il commento di un uomo dal barbiere, mentre si dibatteva di whatsapp, facebook ecc.

Là fuori si corre. Non sarà più lo stesso neppure lo scenario geoeconomico domani. Mentre ci culliamo nelle nostre tradizioni e convinzioni, là fuori corrono. Cina, India, Indonesia e altri emerging markets non saranno più emerging. Governeranno l'economia mondiale. PWC ha provato a immaginare il mondo nel 2050 nel suo ultimo report: impressionanti le proiezioni.

Impressionante come arrivino delle tempeste, delle onde, e non abbiamo nemmeno il tempo di ragionarci su, di fare due calcoli. Semplicemente, sappiamo di non sapere.

 

Il ruolo delle alleanze strategiche nel contesto economico odierno

di Giovanni Del Monaco 
 

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”. (George Bernard Shaw)

Il contesto economico in cui oggi operano le aziende è un contesto complesso, fortemente concorrenziale e soggetto a continui mutamenti.

In questa ottica, affinché un’azienda possa entrare e/o stare in maniera competitiva in un determinato mercato, non basta fare affidamento esclusivamente sulle risorse e competenze interne all’azienda stessa. Queste ultime, pur rappresentando una importantissima base di partenza, sempre più spesso, non riescono a garantire l’ottenimento e il mantenimento di un vantaggio competitivo rispetto ai competitor. Per questo motivo è necessario lo sviluppo di nuove competenze. Quando si parla dello sviluppo di nuove competenze, uno strumento da prendere assolutamente in considerazione è l’alleanza strategica.

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Con questa espressione si indica un rapporto di collaborazione tra imprese e soggetti che comporta la condivisione di risorse e competenze proprie per il conseguimento di un obiettivo comune”[1].

Dal punto di vista prettamente strategico le alleanze possono essere:

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The Adam Smith problem e l’economia della simpatia

di Federico Giovanni Rega

Adam Smith (1723 – 1790) è stato un filosofo ed economista scozzese, che, a seguito degli studi intrapresi nell'ambito della filosofia morale, gettò le basi dell'economia politica classica. Rese autosufficiente la teoria economica, anche se già nell’arco di tutto il Settecento, la giovane scienza dell’economia si avvale, nel suo farsi autonoma, del contributo della Scuola napoletana (privilegiati dagli economisti napoletani sono alcuni temi d’analisi, come valore e moneta, ricchezza e sviluppo, insieme alla riflessione sul significato di ‘civiltà’ nella vita economica, l’«economia civile». Spesso Smith è stato definito il padre della scienza economica. In effetti, nonostante molti precursori dell'economia classica avessero prodotto singole tessere o parti dell'intero mosaico, nessuno di essi fu in grado di fornire in un'unica opera il quadro generale delle forze che determinassero la ricchezza delle nazioni, delle politiche economiche più appropriate per promuovere la crescita e lo sviluppo e del modo in cui milioni di decisioni economiche prese autonomamente vengano effettivamente coordinate tramite il mercato.

La ricchezza delle nazioni L'opera più importante di Smith, l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) diventa il testo di riferimento, con le dovute specifiche peculiarità, per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo (David Ricardo, Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, John Stuart Mill). In termini moderni si direbbe che Smith fu un teorico della macroeconomia interessato alle forze che determinano la crescita economica, anche se le forze di cui parlava erano ben più ampie rispetto alle zone oggi analizzate dalla moderna economia, infatti il suo modello economico è ricco di considerazioni di tipo politico, sociologico e storico.

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Ciò che conta veramente – Il (mio) messaggio di Modigliani e Miller

di Federico Giovanni Rega

Nessun corso di Finanza aziendale può esistere senza i teoremi di Modigliani e Miller. Questo breve articolo non sarà troppo tecnico e non avrà formalismi eccessivi, ma ci interrogheremo piuttosto sul messaggio finale che i due economisti volevano lasciarci attraverso la loro Proposizione I, datata 1958.

Lo scenario in cui si muove la “teoria” di M&M (1958) è quello di un mercato efficiente, senza imposte societarie o personali né imperfezioni (no asimmetrie informative, costi di transazione, di fallimento ecc..). Quando non vi sono imposte e i mercati del capitale funzionano al meglio, non fa differenza che a indebitarsi sia l’azienda o il singolo azionista (sia io come individuo investitore sia l’azienda X abbiamo lo stesso tasso d’interesse se andiamo a chiedere un prestito, sopportiamo lo stesso costo del debito). Pertanto, il valore di un’impresa non dipende dalla sua struttura finanziaria.

ESEMPIO Due aziende, stesso reddito operativo, diversa struttura finanziaria: una è Unlevered (no debito) l’altra è Levered. In questo secondo caso, il valore dell’impresa è dato dalla somma del valore delle azioni (Equity, mezzi propri) e del valore del Debito VL = E + D!

Supponiamo siamo Azionisti dell’1% dell’impresa Levered (indebitata), avremo diritto all’1% dell’ utile netto ossia PROFITTI - INTERESSI, questo sarà il nostro flusso di cassa (cash flow) Supponiamo che poi vogliamo acquistare l’1% dell’impresa Unlevered (non indebitata) avremo diritto all’1% dei profitti ma per acquistare quest’1% ci indebitiamo anche e pagheremo gli interessi, non come impresa, ma come investitori, a titolo personale. Alla fine, il nostro flusso di cassa sarà dato da 1% x (profitti – interessi) anche stavolta. Conseguiamo lo stesso rendimento, dunque le due imprese hanno lo stesso valore nel mercato efficiente.

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Ciò che conta per M&M è il rendimento operativo, “la torta”, non come essa va divisa tra banche, obbligazionisti, azionisti, Stato. Nella creazione di valore non conta come si finanzia l’attivo, ma la capacità di quest’ultimo di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare le fonti di finanziamento (D e E), le “fette della torta”. E’ importante la qualità delle scelte di investimento, piuttosto che il mix di titoli emessi per finanziarsi. La struttura finanziaria è neutrale, irrilevante, in quanto ogni singolo azionista/investitore può replicare autonomamente (indebitandosi a titolo personale, come nell’esempio, alle stesse condizioni dell’impresa, ossia allo stesso tasso d’interesse, ed è questo l'assunto base del modello) le scelte di struttura finanziaria dei manager dell’impresa. Si passa così in modo indifferente da una società indebitata a una non indebitata mantenendo una situazione di equilibrio in termini di rendimento assoluto.

Il lascito più grande è non verificare se la struttura finanziaria sia irrilevante nella realtà o meno (non lo è, vi sono le imposte, ergo il cd "beneficio fiscale del debito") ma riflettere sulle ipotesi alla base. Lo stesso Miller dirà trent'anni dopo "identificare ciò che non conta può anche identificare, di conseguenza, ciò che conta". L'intero sviluppo della finanza aziendale, dal 1958 ad oggi, ruota attorno alla rimozione di quelle ipotesi alla base del Teorema e i primi a rimuovere l'assenza di imposte furono proprio M&M, ammettendo di non aver abbandonato la loro Proposizione, ma di "averla arricchita".

Il messaggio che intravedo in quella Proposizione mi sembra quasi un avvertimento inascoltato, se pensiamo alla finanziarizzazione di oggi, ad una finanza non più ancella, ma padrona dell'economia reale.. Mi sembra quasi vogliano dire: Guardiamo agli investimenti, alla produzione, al rendimento industriale, all'operatività. Non al debito o al venture capital. La cartella clinica dell'impresa ci è data dal suo rendimento sul capitale investito, dal suo EBIT (o MOL), dalla sua gestione operativa. E' lì che si vede la forza di un'impresa, è lì che si vede la sua capacità di generare flussi di cassa che ripaghino le fonti di finanziamento. E' lì ciò che conta veramente.

Dinamiche e misurazione della Corporate Social Responsibility – Una sfida possibile?

di Nicola Trillo, Università degli studi di Verona

I maggiori problemi che un manager deve fronteggiare quando ci si riferisce a comportamenti responsabili d’impresa sono legati alla misurabilità dei vantaggi potenziali e dei costi certi che una tale scelta comporta. Un conflitto di interessi tra il gruppo di shareholders e la governance potrebbe divenire inevitabile nell’ottica di implementazione di strategie “socialmente responsabili”. Le implicazioni tra CSR e performance d’impresa sono oggi quanto mai evidenti: un rapporto Ipsos del 2013 afferma che, attraverso ricerche condotte, il 77% degli intervistati ha dichiarato che le aziende dovrebbero fare di più per il territorio e per la società; il 73% degli intervistati da Reputation Institute ha dichiarato di aver innescato e di avere intenzione di innescare in futuro un passaparola positivo riguardo le aziende socialmente responsabili. Come deve comportarsi un manager al bivio tra CSR & CSI? Da un punto di vista olistico, gli approcci possibili producono una dicotomia: da una parte vi sono i sostenitori della tesi secondo cui l’azienda non deve preoccuparsi di “restituire” al territorio quanto da esso ha preso, proprio perché si sottintende l’esistenza di un sistema normativo di contrappesi perfetto a contenere gli istinti di massimizzazione del profitto delle aziende; dall’altra, crescono esponenzialmente le convinzioni riguardo la Corporate Social Responsibility come essenziale driver della crescita del business.

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2+2=5… Qual è il valore di un’impresa?

di Federico Giovanni Rega

Qual è il valore di un'impresa? Domanda bella tosta questa. Esistono vari metodi di valutazione aziendale, diretti, indiretti, finanziari, reddituali, patrimoniali. Essi, in linea di principio, si discostano dalle valutazioni contabili, di bilancio, attraverso delle rettifiche e/o integrazioni per depurare i valori di libro e "normalizzare" i flussi attesi che l'impresa creerà, produrrà, in un certo orizzonte temporale.  Non è questa la sede d'analisi però. Il focus che questo breve articolo vuole abbracciare è quello delle sinergie intangibili.

Iceberg "L' essenziale è invisibile agli occhi" diceva Antoine de Saint-Exupéry. E mai come oggi, nella knowledge economy, è spesso vero anche per le imprese. Se consideriamo quelle che Itami chiamava "le risorse invisibili" nel lontano 1988, ci accorgiamo che 2+2 non fa 4 in azienda, bensì 5. Del resto, il concetto stesso di impresa come sistema nasce dalla considerazione che l'impresa nel complesso vale più della sommatoria del valore dei singoli asset. L'impresa è sinergia, o meglio, più sinergie insieme. Sinergie finanziarie si possono conseguire tramite la riduzione del costo del capitale, di credito e di rischio. Sinergie fiscali possono derivare invece da un adeguato sfruttamento della normativa tributaria. Ma le sinergie più importanti oggi sono probabilmente quelle intangibili, che integrano elementi soft, competenze manageriali (skills), culture e stili aziendali. E' sempre più viva l'attenzione degli studiosi alla valutazione dei beni intangibili, visto il progressivo spostamento da un modello di competizione tra imprese product-based a un modello customer-based, a sua volta collegato al passaggio da una logica transazonale a una logica relazionale. Il valore strategico, dunque, di un'impresa tiene conto di tali aspetti, opportunità, potenzialità che i valori contabili da soli, prudenti ma a volte distorti, non riescono a inquadrare. Esso viene ad essere la somma algebrica del capitale economico dell'impresa, delle sinergie scaturenti dall'impresa e dalle opportunità incrementali che l'impresa può offrire. In formula:

Ws=W + S+ O

Riferimenti bibliografici e approfondimenti:

Zanda, G., Lacchini, M., & Onesti, T. (2013). La valutazione delle aziende . G Giappichelli Editore;

Gangi, F., & Campanella, F. (2006). Basilea 2 nell'economia di impresa. Allocazione delle risorse, gestione dell’informazione e selezione aziendale. Carocci Editore;

Itami, H. (1988). Le risorse invisibili. GEA

 

Analisi fondamentale vs Analisi tecnica: il caso TESLA

di Fabrizio di Sciorio

Il mondo è sempre stato diviso da rivalità: Ali-Frazier, Coca Cola-Pepsi, vegani-carnivori…Nell'analisi dei mercati finanziari due figure mitologiche si sfidano a duello: da una parte gli analisti fondamentali dall'altra quelli tecnici. Due figure diverse, ognuna con il proprio totem da adorare. Da un lato i fondamentalisti scrutano ed esplorano i bilanci e le relazioni meglio di Sherlock Holmes, dall'altro gli occhialuti tecnicisti che con i loro grafici e statistiche non perdono mai di vista il prezzo, vengono detti "gli osservatori delle onde"... Essi ricercano un trend, captano tendenze che si ripetono nel tempo, mediante strumenti grafici e statistici, piuttosto che affidarsi alla valutazione aziendale.

L’esempio emblematico di questa dualità è Tesla.

Il colosso americano ha sorpassato General Motors diventando la prima casa automobilistica USA per capitalizzazione con un valore di circa 51 miliardi di dollari. Il prezzo delle azioni in borsa è schizzato del 70% negli ultimi quattro mesi.

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Tale valutazione per i fondamentalisti risulta azzardata, in quanto Tesla negli ultimi anni ha chiuso in rosso i bilanci. Nel 2016 ha registrato una perdita pari al 10% del fatturato, a fronte dei 10 miliardi di utili registrati dai competitors.

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D’altro canto il prezzo in borsa è continuato a salire! Le ragioni? Il mercato a Wall Street sconta tutto: grideranno ad alta voce gli efficientisti! A quanto pare sembra che a spingere in alto le valutazioni su Tesla ci sia da una parte il Model 3 (la berlina elettrica che vanta già 400 mila prenotazioni) e dall'altra il vantaggio competitivo che Tesla ha nel settore della guida autonoma. Avrà ragione il Mercato? ...Non ci resta che aspettare.