Quale rimedio alla crisi? Riflessioni

 Il sistema economico, secondo la visione dell'economia di mercato nella moderna società occidentale, è la rete di interdipendenza ed interconnessioni tra operatori o soggetti economici che svolgono le attività di produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento per soddisfare i bisogni individuali a realizzare il massimo profitto, ottimizzando l'uso delle risorse, evitando gli sprechi e aumentando le produttività individuali nonché attraverso la diminuzione del costo del lavoro. Esistono noti economisti che alle spalle hanno lasciato una vasta storia economica con diverse soluzioni alla crisi e diverse manovre, per la crescita dei paesi, grazie al sistema capitalistico e grazie alla globalizzazione.

Purtroppo oggi giorno il problema fondamentale che affligge il nostro paese è la corruzione. I nostri cari politici sanno bene come avviare una manovra di ripresa economica, ma sono troppo impegnati nei comproessi e nelle faccende personali. Attualmente credo fermamente che una ripresa economica si avrà quando il nostro governo adotterà nuovi provvedimenti sulle leggi della tassazione al fine di incentivare gli investitori a portare i loro capitali in italia avendo di conseguenza degli sviluppi economici.

Un noto presidente degli Stati Uniti D'America sosteneva che " più un governo raccoglie tasse, meno incentivi hanno i cittadini a lavorare. Quale minatore o operaio alla catena di montaggio accetterebbe di buon grado di fare straordinari quando sa che lo zio Sam gli toglierà il 60% o di più della sua paga?" Ronald Wilson Reagan

                                                                                                                 Felice Marchese

 

Al di là del PIL (pt. 2) La “via della crescita” e perché il PIL deve aumentare

"La crescita si misura con un segno stenografico della statistica che si chiama PIL, prodotto interno lordo" - scrive Fabrizio Galimberti, illustre firma del Sole 24 Ore . Abbiamo già parlato del PIL e, in un articolo precedente, del perché questa grandezza non dia appieno una misura del benessere rettamente inteso. Già da tempo sono stati introdotti indicatori alternativi, dall'Indice di Sviluppo umano (Human Development Index) alla famosa Felicità interna lorda, in uso nel Bhutan. Eppure, leggendo le parole di Galimberti, mi sembra di leggere una risposta, un'analisi in grado di chiarire i dubbi, far riflettere, al di là dei punti deboli del PIL: "In molti istituti statistici, a partire dall'Istat, ferve un lavoro di costruzione di indicatori più complessi per valutare il "benessere delle nazioni". Ma non bisogna disprezzare troppo il PIL, anche se esso si limita al benessere materiale. Sono stato recentemente in India e ho visto scene di abietta povertà che fanno riflettere: chi vive in catapecchie fangose vuole prima di tutto avere una casa decente, qualcosa da mangiare, un' istruzione per la speranza di una vita migliore...Sarebbe ozioso chiedere a questa gente qual è lo scopo della crescita. Primum vivere, deinde philosophari..." In questo brocardo latino sembra riaffiorare quell'esigenza primaria che l'Occidente forse dimentica, esigenza, materiale, ma di vita. Prima vivere, poi filosofare? Non si può mangiare più di tanto, ma non si può non mangiare. [caption id="" align="alignnone" width="592"] Fonte Infografica: http://www.soldionline.it/infografiche/infografica-il-pil-italiano-dal-2008-a-oggi[/caption] Il PIL deve aumentare e occorre trovare la via della crescita, secondo Galimberti, per (almeno) due ragioni: avere più risorse a disposizione (l'esperienza e la storia suggeriscono che i bisogni umani sono praticamente infiniti) e ,scopo ultimo di un sistema economico, dare lavoro e poter creare occupazione. Ma allora, perchè alcuni Paesi sono poveri e altri ricchi? E quando un Paese è ricco e cresce prosperamente? Daron Acemoglu, economista turco, stimato professore del MIT (Massachussetts Institute of Technology), tra i 10 migliori economisti del mondo, ci offre una risposta in Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà (Acemoglu D., Robinson J., 2013) :
La crescita prospera nei Paesi in cui gli incentivi sono giusti.
Ossia, laddove viene incoraggiata una politica inclusiva, che offra ai cittadini concreti vantaggi a fronte di un maggior impegno, nel lavoro, nella produzione. Al contrario, una politica estrattiva, che estragga dai cittadini denaro e risorse, spegnendo l'energia e la voglia di fare, porterà alla povertà.  

Non scienza esatta, ma scienza dell’uomo

L'economia? Scienza triste, numeri, cifre, dati. Gelido ed inanime calcolo. Un pallottoliere al posto del cuore. E alla base l'ipotesti dell'uomo, animale razionale, un homo oeconomicus. L'economia è una scienza dell'uomo, è così? E la storia dell'uomo ci offre innumerevoli esempi dell'irrazionalità umana, delle nostre debolezze e imperfezioni. Perdonerete, spero, il mio abuso di filosofia. Mi vien da ricordare Nietzsche. Tutta la filosofia nietzscheana è segnata dal filo rosso della consapevolezza di un fondamento dell'umano che va in frantumi, mettendo in mora un'idea di umanità che risponderebbe ai canoni di un modello antropologico umanistico-classicista. In tutta la produzione dell'autore, dagli scritti sulla “Nascita della tragedia” (dall'introduzione della diade apollineo-dionisiaco) ai frammenti postumi della “Volontà di Potenza”, emergono gli elementi di un frantumarsi dell'idea di una unità essenziale dell'umano ed al posto dell'unità sono rintracciate come costituenti una serie di forze contrapposte, che necessitano di un disciplinamento. L'uomo è ormai superato e deve lasciar spazio ad una nuova forma di umanità (il famoso Übermensch), suggeriva Nietzsche. Questa concezione dell'uomo come “animale non definito [o stabilizzato: festgestellt]” come animale incompleto, “bestia più imperfetta”, “imperfetto mai perfettibile”(Umano troppo umano), influenzerà poi le riflessioni novecentesche sulla crisi dell'umano. E' così: siamo un miscuglio, un impasto di calcoli e impulsi, affetti e contrasti, caos e ordine... Ecco che se l'economia è scienza sociale, scienza dell'uomo, non può non subirne, almeno in parte, i suoi stessi caratteri. Pensiamo alla finanza, alle bolle speculative, quella dei Tulipani, allo scandalo Madoff, ai famosi animal spirits raccontati da Keynes, la crisi del '29 e le recenti allucinanti pazzie che hanno portato alla Grande recessione. Parigi 1941: la città è occupata dai nazisti. Un bambino ebreo incontra un soldato tedesco, con la divisa delle SS. E' impaurito, resta rigido, ma il soldato invece lo abbraccia, gli parla e gli dà del denaro. Daniel Kahneman, psicologo Nobel dell'economia nel 2002, racconta di come quell'esperienza vissuta da piccolo lo abbia convinto che il comportamento umano è complesso e imprevedibile. Egli è convinto che il nostro ragionamento obbedisca a due contrapposti stimoli, che convivono nella nostra mente: il metodo Blink  (un batter d'occhi) e il metodo Moneyball (uno sguardo attento ai dati). Ogni giorno milioni di persone comprano biglietti della lotteria e/o giocano al casinò; è evidente che lo Stato guadagna sempre e comunque. Ma il sogno della vincita influenza il comportamento, illude di poter vincere molto, rischiando poco. E invece nei mercati finanziari s'impiegano molti denari e allora si ricerca dei punti fermi a cui ancorarci. Pensiamo di esser razionali, seguendo l'andamento della Borsa e ricavarne costantemente dei dati confortanti. Eppure poi si crede nella facile ricchezza, si salta su "un bastimento carico di azioni in ascesa" per poi scendere precipitosamente quando le cose iniziano a rivelarsi per quelle che sono realmente. Tratti tipici iscritti nel DNA dell'investitore. Visualizzazione di FB_20140701_21_53_45_Saved_Picture.jpg Prevale la "nostra parte Blink": le scorciatoie mentali spingono l'homo oeconomicus ad allontanarsi dalla fredda razionalità, dai laboriosi e perenni ragionamenti. Come suggeriva già Marco Terenzio Varrone "Homo bulla est" ... L'uomo è bolla! L'economia non si regola da sé, non esiste sistema economico perfetto, esclusivamente razionale, poiché non esiste uomo perfetto. Non esiste una mano invisibile che pensa a tutto. Ne era convinto anche Adam Smith. Siete sobbalzati dalla sedia? Conosciamo tutti A. Smith come il padre dell'economia, pochi conosciamo A. Smith come filosofo, appassionato di letteratura, curioso lettore di Dante, Petrarca, tanto da scrivere un saggio sull'affinità tra poesia italiana e poesia inglese.

 Insomma, un pensatore a 360°, che ha fondato anche la teoria economica sul principio di simpatia, sentimento per cui ci identifichiamo nell'altro e ne chiediamo approvazione. Sentimento sì, Smith sapeva bene che erano i sentimenti a regolare i nostri giorni. Sentimenti come la curiosità che ti spinge a conoscere sempre, ancora di più, in tutti i campi. La stessa curiosità che spinge Adam Smith (l'altra metà di un uomo, tutto da scoprire, leggere, capire)  a spaziare dal libero scambio agli interrogativi più intimi, dalla concorrenza nel mercato alla poesia, all'astronomia.

La stessa curiosità che mi spinge, ora e che, spero, non morirà mai in me.

Federico G. Rega

Riferimenti bibliografici: Claudia Galimberti, "Nobel dell'economia? Affare per psicologi!" Claudia Galimberti " Il pioniere dell'economia era un filosofo" Fabrizio Galimberti "Economia e pazzia"

Nota: i riferimenti alle opere dei filosofi (vedi Nietzsche) sono citati nel testo, in parentesi.         

Credit Crunch: la stretta del credito in Italia – Dati, cause e riflessioni

Il nostro sistema creditizio sta attraversando, ormai da diversi anni, una fase di stazionamento e regressione. In modo più specifico, e senza più nascondersi, siamo in piena fase di stretta del credito, il famoso credit crunch. credit crunch Gli istituti di credito hanno registrato una diminuzione dei finanziamenti ai residenti in italia in generale, e quindi dalle famiglie consumatrici alle società per azioni, di circa il 15% dal 2006 ad oggi e tutto questo ha avuto le sue note e ovvie ripercussioni sull'economia reale. Si è ampiamente discusso delle cause che hanno originato questo particolare tipo di fenomeno e possiamo pacificamente utilizzare un approccio didattico alla questione dicendo che il credit crunch può venir fuori da due cause fondamentali: una legata all'andamento dell'economia e l'altra legata alle nuove regolamentazioni. Dando uno sguardo al passato in questi ultimi anni possiamo notare come effettivamente  l'approccio adottato , e questa combinazione di  cause, possa considerarsi del tutto confermato visto che paradossalmente la stretta del credito che stiamo ancora vivendo oggi sembra trovare le sue radici in entrambi le ragioni esposte in precedenza. Infatti la crisi dei subprime statunitense e tutte le conseguenze sotto il piano economico e finanziario che si è portata dietro hanno sicuramente spinto sull'acceleratore dell'incertezza all'interno dell'economia reale di tutto l'occidente, ma non solo, perchè la stessa crisi dei mutui negli USA ha scatenato un'altra reazione che si è rivelata una grossa zavorra per gli istituti di credito e le loro concessioni di crediti. Zavorra che ha un vero e proprio nome, Basilea 2 e 3, e che non è nient'altro che una nuova regolamentazione del sistema del credito mondiale dove al fine di garantire una maggiore stabilità e sicurezza all'economia generale si sono aumentate le barriere a protezione dei rischi che vengono assunti dalle banche, frenando cosi in modo cruciale le loro attività di affidamento. Quindi è tutta colpa degli USA? NO, è tutta colpa dei manager e dell'avidità del capitalismo. Se solo il capitalismo non fosse stato cosi spietato nella ricerca esasperata di ricchezza  e i manager non fossero stati cosi orientati al breve periodo per raggiungere dei traguardi (molte volte di "utili" fissati dai capitalisti) alla raggiunta dei quali c'erano enormi bonus probabilmente non si sarebbero creati strumenti pericolosissimi come gli strumenti finanziari derivati (c.d. strumenti salsiccia) che hanno messo e ancora oggi stanno mettendo in ginocchio l'economia occidentale.  

Manuel Palmiero

 

Fenomenologia di una Startup

"Startup è essenzialmente crescita" "E' azienda innovativa e tecnologica" "E' un azienda nana che nasce con il DNA di una gigante" "Uno stato d'animo: fare cose nuove che cambiano la vita propria e altrui, che cambiano il mondo" "Piccola azienda con l'ambizione di diventare grande e cambiare il mercato in cui opera"
Negli anni e in giro per il web sono state proposte numerose definizioni di StartUp, molte delle quali influenzate dal contesto economico, dal dibattito tra gli innovatori in circolazione, dal paese di riferimento o dalla fonte che esprimeva la definizione. In Italia il rapporto Restart Italia! (2012) ,documento prodotto da una task force composta di 12 persone, costituita per volere dell'allora Ministro dello Sviluppo Economico C. Passera, fornisce la seguente definizione di Start-Up: " … tutte quelle società di capitali, non quotate e residenti o soggette a tassazione in Italia, che soddisfano i seguenti criteri: - sono detenute direttamente e almento al 51% da persone fisiche; - svologno attività di impresa da non più di 48 mesi; - hanno fatturato meno di 5 milioni di euro; - non distribuiscono utili; - hanno quale oggetto sociale: lo sviluppo di prodotti o servizi innovativi, ad alto valore tecnologico; - si avvalgono di una contabilità trasparente che non prevede l'uso di una cassa contanti, fatte salve le spese legate ai rimborsi." (Ministero dello Sviluppo Economico 2012) Steve Blank, imprenditore statunitense, contrappone alla definizione di Company la nozione di Start-Up. Mentre una Company è definita come "un'organizzazione orientata al business, che vende prodotti o servizi in cambio di un corrispettivo" una Startup è definita come "un'organizzazione temporanea, creata per ricercare un business model che sia ripetibile e scalabile" (Blank 2012). "Ripetibile" è legato al puro concetto temporale, ossia la capacità che ha la Start-Up di svolgere più e più volte nel corso del tempo quell'insieme di operazioni capaci di fornire ogni volta sempre gli stessi risultati, come ad esempio la possibilità di riuscire ad ottenere più volte nel tempo un ricavo a fronte dell'erogazione di un determinato servizio che viene prodotto internamente dalla Start-Up e che stia alla base del suo core business. "Scalabile” fa riferimento alla potenzialità dell'attività di generare una crescita significativa dei guadagni, in modo più veloce della crescita dei costi di base. Riguardo il verbo usato da Blank, "ricercare",  si suppone che tale business model da testare non sia ancora stato adottato da altre organizzazioni, ma che sia invece una novità e quindi è lecito dedurre che una Start-Up è un'organizzazione avente un elevato contenuto innovativo. L'innovazione apportata dalla Start-Up può essere di prodotto, di servizio o di processo. Ma quando si parla di Start-Up innovative vi sono problematiche e sfide molto particolari rispetto ad altri settori tradizionali: battaglie e ostacoli anche culturali, mentali, prima ancora che economici o burocratici-legali. A sottolineare il contesto difficile in cui questa tipologia di Start-Up opera, vanno citati i numerosi studi che evidenziano il rapido cambiamento tecnologico, la volatilità del mercato, il breve ciclo di vita del prodotto (Picot, Laub, and Schneider, 1989; Egeln, Licht, and Steil, 1997; McDermott and O'Connor, 2002). Le ricerche mostrano  e sottolineano le difficoltà nel validare il business model e diventare impresa. Ma il fallimento non è visto come limite, ma piuttosto come opportunità. Il comportamento tipico europeo è leggere con attenzione la teoria e dopo provare a fare qualcosa, a sbagliare. Gli americani invece prediligono la vision trial and error. Fate qualcosa, sbagliate, ne traete un insegnamento, tentate di nuovo. Learning by failng! (Krogerus e Tschappler, Piccolo Manuale delle decisioni strategiche, 2009, 7). learning by failing

Il Business Model Canvas

Dopo aver dedicato un paio di slide sul concetto e alcuni esempi pratici, scendiamo un po' più a fondo, nei dettagli, alla scoperta di un tool strategico ormai fondamentale, il Business Model Canvas. Potrebbe esser definito ( e mi vien da definirlo così, sebbene sia improprio, non corretto!) come il Business Plan in una sola pagina, magari su un bel cartellone spazioso. E' la premessa, visual, grafica e testuale allo stesso tempo, del ben più corposo e dettagliato Business Plan. plan222                 Il Business Model Canvas è stato inizialmente proposto da Alexander Osterwalder e poi sviluppato dallo stesso Osterwalder, da Yves Pigneur e da Alan Smith insieme ad una community di 470 esperti in 45 paesi del mondo: questo ha portato alla pubblicazione del libro Business Model Generation (in Italia "Creare modelli di business", Edizioni FAG), oggi un best seller mondiale tradotto in 26 lingue.  In due parole, per spiegarlo a tua nonna, il Business Model Canvas è un modello che spiega come un'azienda crea, distribuisce e acquista valore. Il framework è costituito da 9 blocchi, elementi base di ogni azienda:
  1. Customers Segment: i segmenti di clienti ai quali essa si rivolge (A CHI VENDO?);
  2. Value Proposition: la proposta di valore contenente i prodotti / servizi che l’azienda vuole offrire (COSA OFFRO?);
  3. Channels: i canali di distribuzione e contatto con i clienti (COME?);
  4. Customer Relationships: le relazioni che si instaurano con i clienti;
  5. Revenue Streams: il flusso di incassi generato dalla vendita dei prodotti / servizi (per dirla in francese, COME FACCIO SOLDI?);
  6. Key Resources: le risorse chiave necessarie per produrre il valore da offrire al cliente, risorse fisiche, intellettuali, umane, finanziarie;
  7. Key Activities: le attività chiave che servono per rendere funzionante il modello di business aziendale;
  8. Key Partnerships : i partner chiave con cui l'impresa dovrà stringere alleanze e concludere accordi strategici;
  9. Cost Structure: i costi di struttura che l'azienda dovrà sostenere;
canvasssQual è l'efficacia di tale modello? E perché è davvero innovativo? Esso è costruito sulla logica del visual thinking: consente di mostrare e condividere concetti complessi in modo semplice, attraverso un linguaggio diretto, comprensibile a Tokyo come a Istanbul, universale. E inoltre: - aiuta a trasformare un'idea in un progetto da realizzare, implementare, modificare... - è strumento di analisi strategica... - stimola il lavoro di gruppo, la condivisione, la compartecipazione e la collaborazione nel team... - è un modello innovativo, moderno ed efficace ai massimi livelli, creato da Alexander Osterwalder insieme ad altri 470 consulenti internazionali... - è stato testato, verificato e applicato con successo da aziende innovative di tutto il mondo e di ogni dimensione: tra le più conosciute ci sono Ericsson, Coca-Cola, Capgemini, Deloitte... - è attualmente insegnato in Master e Centri di formazione ed eccellenza nazionali ed internazionali, come ad esempio Stanford e Berkeley University...E qui a Caserta lo si impara, un tassello alla volta, nei 12 moduli dell'Academy di 012Factory!   Per chi volesse scaricare un estratto della versione italiana del manuale di Osterwalder: http://www.crearemodellidibusiness.it/pdf/Estratto_ModelliBusiness_gratuito.pdf   

“Il dare e l’avere sia tutto per iscritto” – la nascita della Ragioneria

Le rilevazioni contabili sono annotazioni scritte dei fatti amministrativi, indispensabili per serbar memoria, tener conto, appunto, delle diverse operazioni di gestione compiute durante la vita dell'impresa. Esse rappresentano una conversione dei fenomeni reali in simboli quantititativi, in rappresentazione secondo schemi logici prestabiliti. Ed è proprio tale conversione, tale formalizzazione una delle prime risposte della ragione umana, tesa alla miglior soluzione dei problemi di scelta che da sempre affliggono l'uomo, l'individuo ed i gruppi sociali.
Il primo ragioniere è stato l'uomo preistorico!
I primi contabili compaiono nelle antiche civiltà: lo Scriba nell’antico Egitto, il Procurator a rationibus nella Roma imperiale e molti altri personaggi  testimoniano l’esistenza, già nell'antichità, di figure professionali affini a quella del moderno commercialista. Allora si trattava di annotazioni semplici, asistematiche (tener conto di sassi, legumi, nodi su corde...). Con lo sviluppo delle città-stato della Mesopotamia diviene un "obbligo". Gli scavi e i ritrovamenti di Uruk testimoniano l'esistenza di inventari patrimoniali su tavolette (scritture cuneiformi): entrate/uscite riferite, ad esempio, all'acquisto di schiavi. C'è una certa convergenza degli storici sulla tesi sumerica: l'invenzione della scrittura per esigenze contabili. Pensiamo ai Fenici poi: dedicarono tutta la loro esistenza ai commerci. Gli Ebrei si sa, erano banchieri; in Grecia vi erano uffici di ragioneria dove redigere rendiconto e bilancio della spesa della P.A. Passando poi al periodo classico romano, comparvero le scritture cronologiche (libro giornale) sistematiche. Nei trattati di Cicerone, ahimè, già si leggeva: abuso di denaro pubblico, peculato...Si racconta un suo amico accusato chiese a Cicerone di difenderlo... Si legge nella Bibbia:
7. Qualunque cosa depositi, contala e pesala;
    il dare e l'avere sia tutto per iscritto.

                                    Siracide 42, Antico TEstamento

  Ai Romani però mancava ancora la partita doppia! Non c'era bisogno di una contabilità complessa, dall'epoca dei barbari fino al basso Medioevo, dove e quando l'economia rifiorì: un'economia curtense, feudale. Si svilupparono trattati di aritmetica commerciale e mercantile e probabilmente la prima variante della partita doppia si ebbe a Venezia (Repubbliche marinare 1200-1300). Nel 1494 un frate toscano, Luca Pacioli pubblicò a Venezia la "Summa de Arithmetica, geometria, proportioni et proportionalitate".
Trattato di aritmetica, algebra, trigonometria che gettò le basi per i più importanti sviluppi della matematica che ebbero luogo di lì a poco in Europa. Diede ordine e dedicò anche un capitolo alla moderna scienza della ragioneria e dell' economia aziendale: trattò di numeri interi e frazionari, calcolo degli interessi, la tenuta dei libri a partita doppia, accenni a quello che diverrà poi il calcolo delle probabilità, equazioni di secondo grado che anche per il Pacioli, secondo il pregiudizio dell'epoca, erano, con quelle di primo grado, le sole "possibili". Divulgatore e della "partita doppia" ragionieristica, come del procedimento matematico - geometrico della "sezione aurea" denominata anche "numero d'oro". E' da questa opera che nacque quel metodo veneziano di rilevazione dei conti pubblici e privati che fu e rimane strumento insostituibile. Frate Pacioli, i cui studi gli valsero l'appellativo di ragioniere di Leonardo, scrisse: 
"Mai si deve mettere in dare che quella ancora non si ponga in avere, e così mai si deve mettere cosa in avere che quella ancora quella medesima con suo ammontare non si metta in dare. E di qua nasci poi al bilancio che del libro si fa: nel suo saldo tanto convien che sia il dare quanto l'avere".