Storia della Banca d’Italia

di Felice Marchese   Prima del recente scandalo BPI-Antonveneta, i mass media e le normali fonti di informazioni non hanno mai spiegato che cos'è, come funziona e a chi appartiene la Banca Centrale Italiana. Prima di entrare nel merito, ricordiamo che le funzioni principali della Banca d'Italia, prima dell'introduzione dell'euro, erano: a) emettere il denaro ufficiale e decidere quanto emetterne e quanto ve ne debba essere sul mercato ( money supply); b) fungere da prestatore di ultima istanza (lender of last resort) per le banche in difficoltà finanziaria; c) fissare il tasso ufficiale di sconto; d) gestire i tassi di cambio internazionale; e) concedere le licenze per l'apertura di nuove banche di credito; f) disciplinare e vigilare sulle banche di credito, monitorare la correttezza del loro operato, anche nei rapporti col pubblico; g) provvedere all'acquisto dei titoli del debito pubblico rimasti invenduti (la BCE non ha questa funzione). Banca-Italia                

La Banca d'Italia è una banca a capitale privato e gestita in modo privato e nell'interesse dei suoi soci o partecipanti privati e senza alcun controllo democratico del Parlamento o del Governo. Con la legge bancaria promulgata nel 1994 dal Governo Ciampi, la Banca d'Italia viene rinominata, formalmente, "Istituto", mentre il suo capitale sociale passa da 200 a 300 milioni di lire. L'art 3 dello statuto (versione 2002) stabilisce: il capitale della Banca d'Italia è di 156.000 euro rappresentato da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna. Questo capitale ha un ammontare chiaramente ridicolo. Ciampi, notoriamente, prima di diventare ministro, capo del Governo e Presidente della repubblica, era Governatore della Banca d'Italia, scelto dai finanzieri proprietari della medesima. La Banca d'Italia nasce con la legge n. 43 del 10 agosto 1893 dalla fusione di tre preesistenti banche e dalla liquidazione della Banca di Roma, dovuta a un colossale scandalo. La nomina dei suoi organi amministrativi e di controllo spettava e spetta all'assemblea dei soci o partecipanti, non al Governo né al Parlamento, come si spiegherà in seguito. nel 1926 il regime fascista riservò alla Banca d'Italia in via esclusiva la funzione di emettere valuta di Stato. Con una serie di norme tra il 1938 e il 1994 si arrivò ad attribuire alla Banca d'Italia la denominazione di "Istituto di diritto pubblico", sebbene in realtà restasse privata a tutti gli effetti; la totale indipendenza dal controllo pubblico, il potere di fissare sia il tasso di sconto che la ragione dello sconto (quanto percentualmente la Banca anticipa allo Stato sui titoli del debito pubblico che questo le presenta da scontare). Lo statuto del 1948 (nascita della Costituzione), controfirmato da Enrico De Nicola e Alcide de Gasperi, afferma che la Banca d'Italia è un Ente pubblico, e l'art. 3 sancisce che la maggioranza debba essere pubblica e i soci che compongono la maggioranza debbano essere a loro volta a maggioranza pubblica. La banca d'Italia si trovava, fino alla sua riforma del 16 dicembre del 2006, pesantemente fuori dai requisiti di legge, poiché era, come è, quasi completamente posseduta da gruppi bancari e assicurativi totalmente privati. I soci azionisti della Banca d'Italia sono, all'85% circa, banche private; al 10% assicurazioni private.

Queste percentuali sono state ricavate da un'indagine di FAMIGLIA CRISTIANA del 4 gennaio del 2004 e da IL SOLE 24 ORE con un'operazione di spulcio tra la contabilità delle banche e assicurazioni azioniste della Banca d'Italia, che sono, fortunatamente per noi, ancora tenute a dire dove investono i nostri soldi.

Felice Marchese, Seconda Università degli Studi di Napoli

Art. 18 – Un tabù tutto italiano

L'annosa questione sul celebre articolo dello Statuto dei Lavoratori. Riflessioni di Vittorio Tonziello   Chi lo considera una chimera da abolire, considerandolo “sanguinario” come il numero 18 della smorfia napoletana, chi propone di modificarlo, chi lo erge come massimo baluardo per la tutela dei lavoratori, sono in molti a discutere del famoso articolo 18: politici e sindacalisti in primis. Tuttavia, pochi sanno di cosa realmente stiamo parlando. 18               L'articolo recita :”il giudice , con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento ordina al datore di lavoro , imprenditore o non , la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro”. Dunque, in caso di licenziamento illegittimo, accertato dal giudice, il dipendente ha diritto oltre che ad essere reintegrato in azienda, anche al risarcimento del danno che egli stesso ha subito a causa del licenziamento. Il dipendente , qualora non volesse essere reintegrato, ha la facoltà di risolvere il proprio rapporto di lavoro, chiedendo al datore un' indennità in denaro. 

Applicazione dell'art. 18. Non tutte le aziende italiane devono seguire alla lettera l'articolo dello statuto dei lavoratori. Esso si applica alle unità produttive con almeno 15 dipendenti (5 se agricole) ed alle aziende con più di 60 dipendenti.
E allora : art. 18 SI perchè altrimenti i datori potrebbero ricattare i lavoratori con la possibilità di licenziamento costringendoli ad accettare qualsiasi ingiustizia, oppure art. 18 NO perchè così formulato protegge i lavativi e gli incapaci che gravano sulle aziende a tal punto da indurle a non assumere altri dipendenti? Al giorno d' oggi risulta quasi impossibile dare una vera e propria risposta a questa domanda e far pendere l' ago della bilancia da una parte piuttosto che dall'altra. Molte sono le opinioni di politici, sindacalisti ed imprenditori e perlopiù contrastanti. Squinzi , patron di Confindustria, predilige un mercato del lavoro molto più flessibile, definendo l' articolo 18 un mantra che blocca gli investimenti verso il bel Paese. Il premier Renzi, da buon policy maker, imbocca un' altra strada: un assegno da 1000 euro a tutti coloro che perdono il lavoro , anche per i lavoratori senza tutela e quelli a tempo determinato. Stila un programma tutto nuovo, introducendo il contratto a tutele crescenti per i neo-assunti, un salario minimo garantito, trattamento di disoccupazione, ferie solidali e così via. Un programma davvero interessante per strappare consensi ma così facendo, gli esperti di politica economica prevedono un aumento della disoccupazione nel lungo periodo , cosa che non renderebbe di certo felici gli italiani. Diversa è la posizione del leader della CGIL Susanna Camusso che si oppone ferocemente all'abolizione dell'art. 18 proponendo una leggera modifica con l' introdzione di sei “paletti” per la riforma del lavoro. Intanto la vittima di questa situazione resta sempre il popolo italiano che da anni ormai invoca invano una soluzione per far ripartire una macchina resa sempre più complessa da promesse mai mantenute e da una burocrazia asfissiante. Riusciranno gli italiani a riprendersi l' Italia?  Ai posteri l'ardua sentenza.


 

                                                                                                Vittorio Tonziello, Seconda Università degli Studi di Napoli

 

Rischio, incertezza e quel vento di “distruzione creatrice”

  Gli imprenditori profondono energie per l’affermazione di innovazioni attraverso le quali offrire soluzioni in grado di rispondere a bisogni insoddisfatti. Gli imprenditori sono dei cacciatori di sfide (H. Byers, 2011).
Sto leggendo "Lo Stato innovatore" di Mariana Mazzucato. Il sottotitolo è Sfatare il mito del pubblico contro il privato, ma non basterebbe un articolo, un altro libro, per descrivere il lavoro di ricerca che l'economista  (tra i maggiori studiosi dell'innovazione secondo New Republic) sta conducendo in questi anni e riassume nel suo ultimo capolavoro. Attraverso un'analisi attenta, smonta e fa crollare i miti, le convenzioni e le convinzioni che predominano i salotti di politica economica e l'economia tradizionale, quella dei modelli astratti, dell'homo oeconomicus razionale e della mano invisibile ... ( ma sappiamo come miti e preconcetti siano ben radicati in tutte le sfaccettature della nostra società). Lo Stato non è il gattino debole e indifeso, né l'impresa privata è il leone... Lo Stato viene visto spesso come il Leviatano di Hobbes, bollato come una forza inerziale, un macigno pesante e ingombrante... ma lo Stato può non solo correggere i fallimenti del mercato, può creare nuovi mercati (nel libro ci sono varie dimostrazioni e casi, non solo negli USA), avere un ruolo chiave e assumersi, insieme al settore privato, i rischi della ricerca e dell'innovazione. Talvolta, e soprattutto per le innovazioni più radicali e rischiose (secondo la Mazzucato), c'è bisogno della longa manus dello Stato. lion & cat Voglio soffermarmi qui, su un paragrafo in particolare, dedicato al rischio d'impresa. Cos'è l'imprenditorialità? Chi è l'imprenditore? - s'interroga la Mazzucato...   Tra i più grandi economisti  del XX secolo c'è sicuramente lui, l'austriaco Joseph Schumpeter, un vero e proprio guru e teorico dell'innovazione. Egli vede l'imprenditore come una persona (o  un gruppo di persone) che ha la volontà e la capacità di trasformare una nuova idea in un'innovazione di successo. Si tratta dunque di creare un prodotto nuovo, un processo nuovo o creare un mercato nuovo per un processo o prodotto già esistenti.
[caption id="" align="alignnone" width="288"] L'imprenditorialità usa il vento della distruzione creatrice![/caption]
L'imprenditorialità usa il vento della distruzione creatrice  per rimpiazzare innovazioni di grado inferiore, creando anche nuovi modelli d'impresa (Schumpeter 1949). Ogni nuova tecnologia produce quella distruzione: il motore a vapore, la ferrovia, l'energia elettrica, l'elettronica, l'automobile, il PC, Internet... Ognuna di esse ha distrutto tanto quanto ha creato, ma ognuna ha favorito anche un miglioramento del benessere complessivo. Per Frank Knight e Peter Drucker l'imprenditore è una persona che si assume dei rischi in nome di un'idea, spendendo tempo e capitali in un'avventura dall'esito incerto. Il rischio d'impresa è anche un rischio altamente incerto.   Anche John Maynard Keynes sottolineò la differenza tra incertezza e rischio:
Incerta è la prospettiva di una guerra in Europa, il prezzo del rame e il tasso d'interesse fra vent'anni, l'obsolescenza di una nuova invenzione (...) Su questi quesiti non esiste una base scientifica a cui affidarsi per elaborare una probabilità calcolabile. Semplicemente non lo sappiamo!
keynes incertezz   Fonti e riferimenti bibiliografici: Byers,T. H. (2011) Technology Ventures - Management dell’imprenditorialità e dell’innovazione, The McGraw-Hill Companies Drucker P. (1970) Technology, Management and Society, Oxford Keynes J. M. (1936) The General Theory of Employment, Interest and Money, New York Knight F. (1921), Risk Uncertainty and Profit, Washington Mazzucato M. (2011), The Entrepreneurial State, Demos, London (ed. italiana Lo Stato Innovatore, Laterza) Schumpeter J. (1949) Economic theory and Entrepreneurial History, Harvard University Press, Cambridge    

Due chiacchiere con… Startup Italia Jobs

Inauguriamo questa raccolta di incontri, chiacchierate e scoperte, per raccontare il mondo startup, l'ecosistema italiano, l'innovazione e l'opportunità che spesso ci sfuggono, troppo distratti e presi dalle nostre routine. Oggi chiacchieriamo con Giuseppe Colucci, co-founder Startup Italia jobs, il marketplace per offrire e trovare lavoro in ambito startup e innovazione in Italia, un vero zibaldone  di annunci e occasioni professionali.

Sono circa 20mila gli impieghi creati dalle nuove imprese innovative. Startup Italia jobs è  un portale specifico creato da due giovani italiani che vivono a Berlino per connettere domanda e offerta nell'ecosistema!

Seguendo il tuo modello d'intervista sul blog di Startup Italia Jobs, ti chiedo di descriverti in 140 caratteri.
Mi piacciono le contraddizioni. Sono innovatore e tradizionalista, viaggiatore e sedentario, mi interessa la tecnologia e leggo molti libri.
So che vivi a Berlino ora, com'è lì l'innovazione? E' un modello replicabile o immaginabile anche in Italia?
La scena start up a Berlino è di certo più matura di quella italiana ma meno matura di altre realtà. In Europa è un modello da seguire per tutti perchè, approfittando di alcune caratteristiche strutturali (prezzi bassi, grande cnsiderazione per l'industria creativa, manodopera internazionale mediamente istruita) ha creato un hub con grande potenziale. Certamente il modello è replicabile anche in Italia, dove però il mercato è molto più acerbo.
Dilemma (ormai) diffuso: rimanere e provare a cambiare, a innovare, o partire, provare a farlo all'estero! Cosa consiglieresti ai giovani italiani?
Non consiglierei di fuggire. Di fare esperienze all'estero sì, tutta la vita. Non sono solo utili ma necessarie, imprescindibili per capire in che contesto viviamo. Quanto, guardando un po' al di là, ci rendiamo conto di vivere in un mondo dove i confini sono sempre più liquidi. Però è bello, è romantico, e soprattutto è utile per il nostro paese, far qualcosa per cercar di cambiarne alcune caratteristiche dall'interno. 
Com'è nato Startup Italia Jobs?
          E' nato da un bisogno che io e il mio business partner Marco Melluso abbiamo riscontrato, e cioè la mancanza di una piattaforma simile in Italia, mentre in altri paesi, Germania in primis, proliferavano. Quindi è stato un passaggio abbastanza naturale. 
Qual è la vostra mission?
Aiutare l'ecosistema startup, che è estremamente frammentato, ad amalgamarsi, partendo dal mondo del lavoro. Cerchiamo di mettere in comunicazione domanda e offerta che, magari, trovandosi ai poli opposti del paese, non si conoscerebbero altrimenti. E poi siamo un'azienda, quindi nel medio periodo puntiamo anche a monetizzare il nostro servizio, fermo restando che la registrazione di professionisti e offerte di lavoro resterà sempre gratuita.
Stando alle registrazioni sul portale, i giovani italiani hanno compreso l'utilità di Startup Italia Jobs?
Mi auguro di sì, altrimenti vorrebbe dire che è stata una bella esperienza ma non ha portato il cambiamento che volevamo. Io penso che, comunque, le startup in generale siano un'ottima opportunità per fare esperienza nel mondo del lavoro cercando di dare una mentalità più imprenditoriale ai giovani neo-laureati. A patto, però, che le startup non diventino semplicemente dei luoghi in cui i giovani vengano spremuti, con meno benefit, salari più bassi e maggiore instabilità, in cambio di un fantomatico sogno di far parte della crescita della nuova "big thing", del nuovo Airbnb, Uber e così via. 
In una startup, a tuo parere, quale fattore conta di più: team, idea o esecuzione?
Tutti e tre. Il team è importantissimo e molti investitori decidono di investire perchè si fidano del team. Fano un discorso del tipo: questi ragazzi sarebbero capaci di sviluppare un business a partire da qualsiasi idea. Però, al di là di un'ottima idea, i fondatori devono per forza di cose avere una mentalità imprenditoriale ed essere capaci di capire il proprio mercato, altrimenti a un certo punto si fermano e non fanno esplodere il potenziale della loro idea.
Caro Giuseppe, ti ringrazio per aver dedicato parte del tuo tempo a queste nostre domande.
 

Startupzionario by Idea Startup

Versione originale: http://www.ideastartup.it/startupzionario/     © 2014 Idea Startup     startupzionario2   Fonti: Italiastartup, wikipedia, lobbyinnovazione, Investopedia,ninjamarketing STARTUP:  una startup è una società progettata per crescere rapidamente. Non è necessario per una startup essere basata sulla tecnologia o ricevere finanziamenti di rischio o avere una sorta di “exit”. L’unica cosa essenziale è la crescita, tutto quello che si associa alla startup è conseguenza della crescita. INCUBATORE: è un luogo dove si condividono spazi e servizi, la startup non riceve mentorship ma ha accesso ai servizi e al networking. In cambio paga un affitto mensile per postazione e riceve: network – amministrazione e legale – spazi e connetività. ACCELERATORE: l’acceleratore opera nel primissimo periodo di vita dell’azienda e la supporta con mentorship, con un luogo fisico dove operare e con i servizi necessari alla sua crescita; è gestito principalmente da imprenditori e mentors ed è un luogo dove si riceve assistenza sul modello di business. L’acceleratore aiuta la startup a: definire il business model – utilizzare le metriche – preparare il round di seed – prototipare il servizio/prodotto – accedere alla tecnologia – effettuare i primi test commerciali. BUSINESS ANGEL: I business angel sono individui che investono i propri denari in aziende in cambio di partecipazioni, presenti o future, nel capitale di queste. Contribuiscono con la loro presenza alla crescita della startup e questo garantisce minor probabilità di fallimento rispetto alle imprese che si basano su altre forme di finanziamento iniziale. Entrano in gioco nella fase iniziale di “round seed” colmando la lacuna in fase di primo finanziamento chiedendo ad amici e familiari. VENTURE CAPITAL: Il venture capitalist opera attraverso un veicolo o un fondo investendo soldi di terzi. Fornisce il capitale finanziario agli stadi iniziali, ad alto potenziale e ad alto rischio, alle imprese a forte crescita. Il fondo di venture capital guadagna attraverso il possesso di partecipazioni in società nelle quali ha investito.  Il venture capitalist di solito investe in quello che è denominato “round A”, fornendo capitali per la crescita e acquisendo quote di minoranza. PRIVATE EQUITY: Il private equity è un’attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società target, ossia l’obiettivo, sia acquisendo azioni esistenti da terzi sia sottoscrivendo azioni di nuova emissione apportando nuovi capitali all’interno della target. Un fondo di private equity a differenza del venture capitalist, di solito acquista il controllo di maggioranza di una società già matura. FASI DI FINANZIAMENTO:
  • Pre-Seed: l’investitore interviene nella fase di sperimentazione, in cui non esiste ancora un prodotto e l’azienda non è strutturata, ma viene finanziata solo un’idea o un’innovazione. Sotto il profilo del rischio-rendimento sono caratteristici del pre-seed apporti finanziari molto contenuti e livelli di rischio molto elevati, è la fase dove si riscontra una elevata mortalità.
  • Seed: Apporto di capitali nella fase di avvio dell’attività produttiva, quando l’impresa già esiste, ma non si conosce ancora la validità commerciale del prodotto o del servizio. Tale servizio ha un rischio molto simile a quello del pre-seed financing e necessita che il finanziatore abbia buone competenze tecniche, ma spesso le fasi di sperimentazione a livello di prototipo e di brevetazione sono già state fatte: la società e il suo management sono già esistenti.
  • Round A: Si parla di first stage financing (Round A) quando l’avvio dell’attività produttiva è completato, ma la validità commerciale del prodotto o servizio è ancora da verificare e sostenere. L’imprenditore in questo caso cerca fondi per finanziare un business già esistente, ma che necessita di essere lanciato e crescere. In questo tipo di operazioni sono già superate le fasi di ideazione, progettazione, sperimentazione, è quindi possibile che l’investitore abbia un profilo meno tecnico e più commerciale: il suo intervento si basa prevalentemente sul finanziamento e sulle competenze manageriali necessarie per il successo nella commercializzazione del prodotto.
  • Round B: Si tratta di una modalità di investimento particolarmente adatta alle esigenze di una startup di media dimensione,mature per fare quel salto dimensionale necessario per consolidare o migliorare la propria posizione all’interno del contesto competitivo. Vengono attivati finanziamenti che aiutano imprese che si trovano in una situazione stabile, consolidata, che hanno bisogno di capitali per realizzare operazioni di crescita, quali ad esempio acquisizioni di altre società, ingresso in nuovi mercati, realizzazione di cambiamenti interni che comportano investimenti ingenti.
CASH FLOW: il cash flow è la capacità di generare cassa e quindi di ripagare il debito e remunerare gli azionisti: - il cash flow esprime la differenza tra entrate ed uscite di cassa - se l’impresa ha un cash flow positivo (entrate>uscite), l’azienda dispone di risorse liquide per finanziare le gestione corrente, coprire i debiti a breve, ma anche finanziare nuovi progetti - un cash flow negativo (entrate<uscite) è indicatore di rischio aziendale, ed è tipico della fase di startup. In questo caso è fondamentale l’analisi di break-even del cash flow, che indica la dimensione minima dell’attività aziendale che determina una generazione di cassa. - la presenza di cash flow negativi ha effetti sul costo del debito dell’azienda. Questa variabile è fortemente influenzata anche dalla struttura, dalla stabilità e dalla prevedibilità dei flussi futuri. ELEVATOR PITCH: l’elevator pitch ha come obiettivo di esporre gli aspetti salienti di un progetto d’impresa in un discorso chiaro, conciso ed efficace, in grado di catturare l’attenzione dell’interlocutore di media cultura nel tempo tipico di una corsa di un ascensore (2-3min max). DEAL FLOW: Flusso delle opportunità di investimento individuate e analizzate da un investitore nel capitale di rischio. I canali da cui si ricevono deals solitamente sono:
  • “Cold emails”
  • Network di conoscenze
  • Eventi (Demo Days, Pitches, etc.)
  • AngelList
CALL OPTION: Diritto ad acquistare da un soggetto determinato la partecipazione nell’impresa da quest’ultimo detenuta, a condizioni prefissate, ad una certa data oppure al verificarsi di determinati eventi. CAPITAL GAIN: Differenza tra il prezzo di acquisto di una partecipazione e il ricavo derivante dalla sua vendita. Rappresenta la fonte di ricavo principale di un investitore nel capitale di rischio. DEVELOPMENT CAPITAL: Investimento in capitale di rischio effettuato nelle fasi di sviluppo dell’impresa, realizzato attraverso un aumento di capitale e finalizzato ad espandere (geograficamente, merceologicamente, …) un’attività già esistente (definito anche Expansion capital). BOOTSTRAPPING: E’ il processo di auto-finanziamento che vede l’imprenditore sostenere il processo di startup esclusivamente con i suoi mezzi, senza l’apporto di capitale esterno. LOVE CAPITAL: Capitale raccolto presso i propri familiari, parenti e amici per l’avvio e lo sviluppo dell’impresa. EXPANSION FINANCING: Investimento in capitale di rischio effettuato nelle fasi di sviluppo dell’impresa, realizzato attraverso un aumento di capitale e finalizzato a espandere geograficamente e/o merceologicamente  un’attività già esistente. COWORKING: Il coworking è una modalità innovativa di lavorare che prevede la condivisione di spazi fisici e di servizi in apposite strutture nate allo scopo di fornire un’alternativa al lavoro in casa a tanti professionisti e piccoli imprenditori. E’ possibile anche solo affittare una scrivania, una sala riunioni o una semplice postazione a tariffe vantaggiose e per periodi che vanno da poche ore ad alcuni mesi. MENTOR: Il mentor durante il processo di start-up risulta una figura molto importante, soprattutto per chi come la maggior parte degli startupper, muove i primi passi nel mondo imprenditoriale. I suoi suggerimenti possono essere un utile supporto, specie nella fase di creazione e strutturazione del business plan. MINIMUM VIABLE PRODUCT (MVP): è una strategia usata per testare le caratteristiche del proprio prodotto (primo prototipo) nel mercato in maniera rapida ed efficace. Si caratterizza per essere fatto principalmente nella primissima fase di vita di una start-up, per capire i feedback e suggerimenti da parte degli early adopter. Fondamentale per capire subito se si sta costruendo un prodotto che il cliente non vuole in modo tale da cambiare prima che sia troppo tardi. TRACTION: per traction si intende la prova che qualcuno vuole il tuo prodotto, l’evidenza quantitativa della richiesta del mercato. La si può intendere come l’insieme dei valori nel seguente ordine (da adattare ad ogni singola startup): - Profitability - Revenues - Active users - Registered users - Engagement - Partnerships/clients - Traffic CONTINUA LA TUA RICERCA --->  http://www.ideastartup.it/startupzionario/   

La disuguaglianza e le giraffe di Keynes

di Dario Luciani, Università Bocconi Milano, autore e responsabile di “2+2=?” per Versus

L’articolo è già stato pubblicato su Versus il 1 novembre 2013. In fondo potete trovare il link originale.

 

A cinque anni di distanza dal fallimento di Lehman Brothers che aprì la stagione della grande recessione globale, una parola chiave su tutte fotografa la crisi: disuguaglianza. Disuguaglianza che può essere osservata da diverse prospettive: l’abisso che persiste e si allarga tra i pochi, grandi manovratori di capitale (e quindi di politica) e la folla dei lavoratori dipendenti sempre più sottopagata, il dislivello ancora maggiore tra chi, pur sottopagato, un lavoro ha la fortuna di avercelo e chi invece non riesce a trovarlo o a ritrovarlo, le disparità sociali, oltre che economiche, sempre più evidenti e intollerabili, nonché le disparità dello stesso accesso alla scala sociale, dovuto all’arroccamento delle corporazioni e delle lobby che intendono preservare le loro rendite di posizione.

disuguaglianzaQuesto è ciò che più evidentemente emerge dall’analisi delle disuguaglianze e delle loro intime connessioni con la crisi. Ma il tema offre allo sguardo dell’osservatore più attento altre molteplici sfaccettature, meno evidenti ma ugualmente significative: come ad esempio il ruolo delle donne nel mondo del lavoro, su cui erano stati fatti importanti passi in avanti, ma che l’insorgere della congiuntura negativa ha nuovamente messo in secondo piano, nel quadro della logica che ha dominato le politiche dell’ultimo quinquennio: affrontare il tema dei diritti civili è un lusso che non ci si può permettere in tempi di vacche magre. Tralasciando il fatto che un ragionamento simile è totalmente illegittimo, trattandosi appunto di diritti, i quali non valgono a tempo determinato come ormai la maggioranza dei contratti di lavoro, esso è anche controproducente dal punto di vista economico. Spesso idee di questo tipo sono state accusate di fondarsi sulla politica dell’invidia, in quanto lo stato attuale di libero mercato produrrebbe una fetta di torta più grande per tutti, variando significativamente solo le grandezze relative delle varie fette, mentre una maggiore redistribuzione farebbe diminuire le distanze relative ma produrrebbe il rimpicciolimento di tutte le fette. In realtà la crisi ci ha insegnato proprio questo: le disuguaglianze smisurate producono recessione. Producono un calo della domanda e quindi il crollo dei consumi, riducono la capacità di innovazione e di dinamismo di un paese, deprimono i mercati generando sfiducia la quale contribuisce a deprimere ancora maggiormente i mercati stessi, causano tensioni sociali che hanno un costo misurabile concretamente, ogni giorno, nell’instabilità politica che paralizza l’attività dei governi, riducono le entrate fiscali dello Stato indebolendo ancora di più il già precario debito pubblico, il cui contenimento è in teoria il pilastro del sistema di interventi adottato nell’eurozona. Ed è per questo che la teoria economica recente ha rivalutato e messo in primo piano la ricerca dell’uguaglianza, anche come condizione di economicità. Il che non significa ricercare una uniformazione impropriamente deformante, come ancora paventa qualche irriducibile nemico del comunismo nell’era post-ideologica.

 Nel periodo della Great Depression americana, un uomo di nome Roosevelt ebbe il coraggio di provare ad uscire dalla palude delle recessione con il rafforzamento del welfare state, misura strettamente connessa ad una politica redistributiva ed orientata al contenimento delle disuguaglianze. Fu il celebre New Deal, e gli Usa uscirono dal tunnel. Oggi bisogna tornare ad avere lo stesso coraggio, e seguire le parole di chi in fondo è stato il padre di quella svolta epocale, John Maynard Keynes, il quale scrisse nell’apologo contenuto in “La fine del laissez faire”: “Se abbiamo a cuore il benessere delle giraffe, non dobbiamo trascurare le sofferenze di quelle dal collo più corto, che sono affamate, né le dolci foglie che cadono a terra e vengono calpestate nella lotta, né la supernutrizione delle giraffe dal collo lungo, né il brutto aspetto di ansietà e di voracità combattiva che deturpa i visi del gregge”. Difficile, davvero, dare una rappresentazione più vivida e realistica delle nostre società capitaliste.

Ma se in matematica 2+2 fa sempre 4, i problemi economici possono dare luogo a soluzioni diverse a partire dalle stesse premesse. La vostra qual è?

Dario Luciani

© riproduzione riservata Link dell’articolo originale:  http://versusgiornale.it/7449/la-disuguaglianza-e-le-giraffe-di-keynes/