Amartya Sen, oltre l’utilità come minimizzazione dell’essere umano

L’articolo è già stato pubblicato sul blog di Rethinking Economics Italia, forum aperto agli studenti per la discussione delle teorie economiche alternative all'economia mainstream. E' una rete studentesca nata a Roma, che promuove il pluralismo teorico, metodologico e interdisciplinare nell’ insegnamento dell’economia sia dentro le università che fuori da esse.
Rethinking Economics Italia è la rappresentanza italiana all’interno del gruppo internazionale di Rethinking Economics. In fondo potete trovare il link originale.

Nel mondo moderno, le possibilità e le opportunità della vita di una persona sono influenzate, se non addirittura dominate dagli spropositati livelli di diseguaglianza che lo caratterizzano. Ad esempio, una bambina nata in Norvegia, dove il tasso di mortalità infantile è uno su 250¹, vivrà una vita più lunga e sicuramente più agiata di una sua controparte nata in Sierra Leone, dove lo stesso tasso si aggira intorno al 20%. Il mondo in cui viviamo, seppur sicuramente più ricco di un tempo, è caratterizzato da una coesistenza di enormi ricchezze e fortissime sofferenze, e in cui persiste ancora una sorta di cecità morale.

 

Il pensiero contemporaneo non ha tanto lasciato cadere i valori e le risposte ai quesiti morali, quanto la stessa domanda etica, ritenuta ormai inutile e inefficace. Ha realizzato, pertanto, un nichilismo compiuto, spingendosi fino a un radicalismo negativo di ogni fondamento, a partire dalla filosofia, dall’etica e dalla politica, ma coinvolgendo anche il sapere scientifico (Sparaco, 2010). Come può la maggior parte di noi riuscire a vivere senza porsi alcun problema, ignorando completamente le diseguaglianze che caratterizzano il nostro mondo? – È il quesito che si pone l’economista indiano Amartya Kumar Sen (Sen, 2002), premio Nobel per l’economia nel 1998. Tra i pensatori più impegnati nella lotta alla povertà e alla diseguaglianza, Sen è fortemente critico nei confronti della concezione dominante dell’economia nel Novecento, che la riduce “a una sola dimensione”, al solo gelido “pensiero calcolante”, alla massimizzazione dell’interesse egoistico del singolo attore, dell’homo oeconomicusrazionale. Tutto ciò minimizza l’essere umano (Sen, 2006). Richiamandosi esplicitamente a Kautilya, filosofo indiano del IV sec. a.C., ma anche alla riflessione occidentale (partendo da Aristotele), Sen rivendica la necessità di mantenere sempre, accanto al pensiero calcolante, il cosiddetto pensiero pensante, metafisico ed etico, capace di cogliere interamente il senso e la direzione dell’agire umano.

Nel suo libro On Ethics and Economics (1987), Sen evidenzia come l’utilità individuale non sia l’unica cosa che ha valore nel determinare le scelte delle persone. Se da un lato, infatti, l’utilità non rappresenta adeguatamente il benessere umano (well-being), dall’altro, lo sviluppo non può essere identificato semplicemente con l’aumento del reddito pro-capite.Analfabetismo, diffusione di malattie e mortalità prematura, mancanza di libertà civili e politiche limitano pesantemente la libertà di azione delle persone.

Sen pone l’attenzione sul concetto di eguaglianza, partendo da quesiti fondamentali, che in pochi si domandano oggi: Why equality? Equality of what? Non si può, infatti, pretendere di difendere l’eguaglianza (o di criticarla) senza sapere quale sia il suo oggetto, ossia quali siano le caratteristiche da rendere uguali (redditi, ricchezze, opportunità, libertà, diritti, ecc). Interrogarsi sull’uguaglianza dovrebbe significare innanzitutto chiedersi quali siano gli aspetti della vita umana che devono essere resi eguali. La storia della filosofia ci offre una molteplicità di esempi diversi di soluzioni: John Rawls descrive l’eguaglianza come un paniere di beni primari di cui tutti gli individui dovrebbero disporre; gli utilitaristi come eguale considerazione delle preferenze o delle utilità di tutti gli individui. Quale, tra queste, è la soluzione migliore? Sen collega il valore eguaglianza al valore libertà: quest’ultima è da lui connessa ai concetti di “funzionamenti” e “capacità”. Con l’espressionefunzionamenti, egli intende “stati di essere e di fare” dotati di buone ragioni per essere scelti e tali da qualificare lo star bene. Esempi di funzionamenti sono l’essere adeguatamente nutriti, l’essere in buona salute, lo sfuggire alla morte prematura, l’essere felici, l’avere rispetto di sé, ecc. Con l’espressione capacità (capabilities), Sen intende invece la possibilità di acquisire funzionamenti di rilievo, ossia la libertà di scegliere fra una serie di vite possibili: “[i] funzionamenti costituiscono lo star bene, le capacità rappresentano la libertà individuale di acquisire lo star bene”. Per questa ragione, Sen sottopone a critica tutte quelle teorie che fanno della libertà un qualcosa di meramente strumentale, privo di valore intrinseco. Agli occhi di Sen il reddito appare come qualcosa di vago e impreciso, poiché una persona malata e bisognosa di cure è sicuramente in una condizione peggiore di una persona sana avente il suo stesso reddito. La conclusione a cui perviene è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities e di acquisire fondamentali funzionamenti, ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale, non ristretto entro parametri strumentali o economici. Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom) ricollegandosi alla tradizione aristotelica dell’eudaimonìa: l’espressione greca “eudaimonìa” non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma potrebbe essere associata al termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sé e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life). L’eudaimonìa come la intende Sen si contrappone non solo al vecchio ideale della Welfare Economics e del suo benessere materiale, ma anche alla formulazione dello stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare a uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando, di fatto, l’individuo stesso. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente perseguire, anche le capabilities sono, di conseguenza, una pluralità. In conclusione, c’è, nel mondo in cui viviamo, un abbandonato bisogno di porre domande non solo intorno agli aspetti economici o politici, ma anche (e soprattutto) intorno ai valori e all’etica. Occorre considerare la complementarità esistente tra le differenti istituzioni, quali il mercato, i sistemi democratici, e le opportunità sociali. Istituzioni, queste, alle quali bisognerebbe guardare non come luoghi astratti e naturalmente efficienti, ma come qualcosa di più complesso, che comprende, sì, i dati, ma anche le persone, con le loro vite e la loro etica.

Federico Giovanni Rega

Bibliografia: Clemente Sparaco, Il Nichilismo nostro contemporaneo, Dialgesthai, Rivista telematica di filosofia, anno 12 (2010)

Amartya Sen, Globalizzazione e libertà. Milano, Arnoldo Mondadori, 2002

Amartya Sen, Identità e violenza, traduzione di Fabio Galimberti, Laterza, 2006

Note:

¹ UNDP, Human Development Report 2007

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Link dell’articolo originale: http://www.rethinkecon.it/why-equality-equality-of-what-amartya-sen-oltre-lutilita-come-minimizzazione-dellessere-umano/

La crescita economica, questa sconosciuta

di Federico Giovanni Rega
    L’economia italiana si era “miracolosamente” sviluppata a ritmi brillanti dal dopoguerra ai primi anni Settanta. Da allora ha prevalso una tendenza al rallentamento. Essa è colta da tutti gli indicatori: reddito (assoluto e pro capite, effettivo e potenziale), consumi, produttività, esportazioni (...) Dal primo trimestre del 2001 al terzo del 2003 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla: la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo. La questione economica della società italiana torna a proporsi in tutta la sua gravità, in tutto il suo spessore, come un problema di crescita. Pierluigi Ciocca (1)
  La crescita e lo sviluppo economico Dai magazine e quotidiani economici (e non) all'edizione serale del tg, si parla spesso di crescita economica, ma di cosa parliamo? La crescita del sistema economico è un fenomeno ed obiettivo di medio – lungo periodo di politica economica che consiste nel favorire l'incremento del potenziale produttivo (misurata come aumento del Pil reale o del Pil reale pro-capite) e l'aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezzaconsu-miproduzione di merci, erogazione di servizi,occupazionecapitalericerca scientifica e innovazione tecnologica, contrapponendosi invece a situazioni opposte di stasi e crisi economica quali stagnazione (nulle o modeste variazioni del prodotto interno lordo) e recessione (livelli di attività produttiva, ossia PIL, più bassi). Può essere favorita da politiche economiche di sostegno ad esempio attraverso forme di incentivi o sgravi fiscali ad aziende e consumatori, incremento della spesa pubblica, finanziamento della ricerca. [caption id="attachment_310" align="alignleft" width="760"]760px-World_GDP_Capita_1-2003_A.D Data Source: Angus Maddison's "World Population, GDP and Per Capita GDP, 1-2003 AD[/caption]   [caption id="attachment_311" align="alignleft" width="960"]crescita per 2030 World GDP Growth by 2030 Source: A. Lepore, "Globalizzazione: storia, questioni e prospettive"[/caption] La crescita del prodotto nazionale non va confusa con il concetto di  sviluppo. I due concetti sono abbastanza simili, ma contengono differenze rilevanti. Il primo è prettamente quantitativo, mentre il secondo comprende anche elementi qualitativi. Per sviluppo economico intendiamo riferirci ai fenomeni economici, sociali e culturali che si accompagnano alla crescita del reddito pro-capite e per misurarlo occorre fare riferimento, oltre al reddito pro-capite, ad indicatori quali la distribuzione del reddito, l’istruzione, il tasso di alfabetizzazione, ecc. La crescita economica è dunque un elemento dello sviluppo economico. Teoria della crescita, da Solow alla New Growth Theory  Dalla notte dei tempi, da Adam Smith in poi insomma, gli economisti si sono sempre occupati della crescita delle nazioni, ma è solo negli anni Cinquanta che Abramovitz e Solow (1956) (2) dimostrarono che il 90% della crescita economica non era spiegabile attraverso le misure convenzionali di capitale e lavoro. La parte residua doveva riflettere la crescita della produttività, più che la quantità dei fattori produttivi. Il dibattito sulla crescita è ancora vivo tra gli economisti e si riflette sulla scena politica (3). Gli economisti, come spesso hanno fatto, fanno e (chissà se le recenti stangate e previsioni errate faranno riflettere) faranno, hanno cercato di collocare la crescita in un modello. La "teoria della crescita" fruttò il premio Nobel all'economista statunitense Robert Solow, nel 1987, "for his contributions to the theory of economic growth". Nel modello, la crescita è espressa mediante una funzione di produzione, dove il prodotto (Y) è funzione della quantità di capitale (K) e lavoro umano (L), a parità di altri fattori come il progresso tecnico: Y = F (K, L) Incrementi di K ed L provocherebbero incrementi lungo la curva, mentre cambiamenti esogeni (non spiegati) nel progresso tecnico causerebbero spostamenti della curva verso l'alto. Solow scoprì che il 90% della variazione della produzione non era spiegato dal capitale e dal lavoro, così definì la parte restante progresso tecnico. Il modello di fondo risultava, pertanto, deficitario e in molti sostenevano di elaborarne altri (come Joan Robinson 1954). (4) Ma ci si limitò ad aggiungere l'anello mancante del progresso tecnico come variabile esogena. La teoria divenne nota come teoria della crescita esogena: Y= A (t) F (K, L) Ma a poco a poco, cresceva la consapevolezza dell'importanza della tecnologia nella crescita economica, si studiava per inserire questo fattore nei modelli. (5) Ergo, nacque la teoria endogena, detta anche New Growth Theory, che modellizza la tecnologia come il risultato endogeno di una funzione dell'investimento in R&S e formazione  del capitale umano. (Grossman e Helpman 1991) (6) Da qui sono nate politiche per una crescita trainata dall'innovazione, con l'obiettivo di sostenere l'.economia della conoscenza.   Note e riferimenti bibliografici: (1) Pierluigi Ciocca, "L'economia italiana: un problema di crescita", 4ª RIUNIONE SCIENTIFICA ANNUALE SOCIETÀ ITALIANA DEGLI ECONOMISTI, Salerno, 2003, pp. 1-2 (2) Robert Solow, A contribution to the Theory of Economic Growth", Quarterly Journal of Economics", Vol. 70, No. 1. (Feb., 1956), pp. 65-94 (3) & (5) Mariana Mazzucato, "Lo Stato Innovatore" Laterza, 2014, pp. 50-53 (4) Joan Robinson, "The Production Function and the Theory of Capital" Review of Economic studies, 1954 (6) Gene Grossman & Elhanan Helpman, "Innovation and Growth in the Global Economy", MIT press, Cambridge, 1991