Il Capital Asset Pricing Model, tra teoria e pratica

di Fabrizio di Sciorio

  La proliferazione dei modelli finanziari si è avuta a partire dal 1952 grazie agli studi di Harry Markowitz con la Modern Portfolio Theory. Lo studioso americano ha introdotto il concetto di diversificazione del rischio, ovvero la possibilità di ridurre parte della volatilità del portafoglio investendo in titoli che hanno movimenti di mercato opposti. Un’altra tappa fondamentale nello sviluppo dei modelli matematici per la finanza è stata l’introduzione del Capital Asset Pricing Model nel 1964. Il CAPM, che a distanza di tempo viene utilizzato ancora oggi, si basa su una relazione lineare tra rendimento e rischio. Tale modello è noto per il coefficiente di proporzionalità denominato beta, indicatore del cd. rischio di mercato, non eliminabile attraverso la diversificazione. La formalizzazione matematica è la seguente: E(Ri)-rf= β* [E(Rm)-rf], tale equazione spiega la relazione tra l’eccesso di rendimento della singola attività ed il premio per il rischio di mercato. La dipendenza tra le due variabili è misurata tramite un unico fattore di volatilità appunto, il Beta. Questo parametro indica quanto il valore del titolo si muova in sintonia col mercato:

  Risultati immagini per beta formula Numerosi studi hanno messo in discussione la validità del CAPM (Ross) e molte altre versioni multivariate (regressioni lineari multiple) si sono sviluppate negli anni più recenti (Modello a 3 Fattori di Fama e French, Arbitrage Pricing Theory, Conditional CAPM).   Di seguito si propone un modello non-lineare di stima dei rendimenti in quanto test statistici hanno dimostrato la non validità di quello lineare: capm Il modello lineare sottostima i rendimenti dei titoli ed in prossimità del beta di portafoglio di mercato(β=1) i rendimenti risultano sovrastimati.   Il CAPM nella sua prima versione è largamente utilizzato per l’enorme semplicità e la sua svariata applicazione in tutti i campi dell’economia, non solo nella finanza. Tuttavia bisognerebbe tenere in considerazione ulteriori spunti di riflessione che provengono dalla cosiddetta Finanza Comportamentale. In questo contesto, nella realtà insomma, gli operatori non sono razionali, il mercato non è efficiente e le scelte degli investitori non sono ottime.