The Adam Smith problem e l’economia della simpatia

di Federico Giovanni Rega

Adam Smith (1723 – 1790) è stato un filosofo ed economista scozzese, che, a seguito degli studi intrapresi nell'ambito della filosofia morale, gettò le basi dell'economia politica classica. Rese autosufficiente la teoria economica, anche se già nell’arco di tutto il Settecento, la giovane scienza dell’economia si avvale, nel suo farsi autonoma, del contributo della Scuola napoletana (privilegiati dagli economisti napoletani sono alcuni temi d’analisi, come valore e moneta, ricchezza e sviluppo, insieme alla riflessione sul significato di ‘civiltà’ nella vita economica, l’«economia civile». Spesso Smith è stato definito il padre della scienza economica. In effetti, nonostante molti precursori dell'economia classica avessero prodotto singole tessere o parti dell'intero mosaico, nessuno di essi fu in grado di fornire in un'unica opera il quadro generale delle forze che determinassero la ricchezza delle nazioni, delle politiche economiche più appropriate per promuovere la crescita e lo sviluppo e del modo in cui milioni di decisioni economiche prese autonomamente vengano effettivamente coordinate tramite il mercato.

La ricchezza delle nazioni L'opera più importante di Smith, l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) diventa il testo di riferimento, con le dovute specifiche peculiarità, per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo (David Ricardo, Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, John Stuart Mill). In termini moderni si direbbe che Smith fu un teorico della macroeconomia interessato alle forze che determinano la crescita economica, anche se le forze di cui parlava erano ben più ampie rispetto alle zone oggi analizzate dalla moderna economia, infatti il suo modello economico è ricco di considerazioni di tipo politico, sociologico e storico.

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The Solitude Of Prime Bankers: Rethinking The Central Bank

This article was originally published here: http://themarketmogul.com/solitude-prime-bankers-rethinking-central-bank/ Protagonists, but alone. In this overturned economic world, where everything plummets – prices (and thus inflation), interest rates, GDPs, the morale of central bankers is also falling.  The independent banker, authoritative and transparent, as described by the Monetarist school, from the economics literature to the Maastricht Treaty, has an internal flexibility problem: he should reinvent himself. Nowadays, prime bankers represent the game changers. Risultati immagini per mario draghi

Central Banks’ Balance Sheet Expansion

In the wake of the crisis, the figure of the central banker – as understood by Monetarists – independent and autonomous, becomes obsolete. The main issue is no longer inflation control, an old obsession. There is no recovery in the financial system nor is the economic cycle investing. Central Banks gradually become the unique active crisis managers: they take on a new (never completely explained) goal, they tend to keep the whole banking system alive, saving it from collapsing and reducing the probability of default. Central banks provide the system with liquidity for a longer time horizon (almost in a “buy to hold” attitude) and accept assets of questionable value as collateral. The ECB has become the biggest game changer. Thus central banks are taking on a neo-Keynesian or Minskyan role of “shock absorbers.” Given the pressing fiscal constraints at an EU level, the ECB achieves centrality and control in the management of the global crisis. Its balance sheet has hugely expanded with quantitative easing (QE) and collateral swaps operations. This reflected the huge increase of liquidity provision and an enlarged intermediation role, with central banks acting as support to banks and financial markets. Interbank market and more generally financial market functioning were impaired, and central banks entered the field. New operations were geared to address the malfunctioning of the monetary policy transmission mechanism. The central bank operates through a change in the composition of assets and liabilities or through an expansion of total assets and liabilities, or a combination of both. This has been the case for all major central banks recently: they have modified the quantity and type of risk to which they are exposed. Risultati immagini per central bank balance sheet expansion  

The Fall Of Lehman Brothers’ And Its Aftermath

After the Lehman Bros collapse, the crucial aspect was the lack of confidence among banks which led to a near paralysis of mutual credit lines. Banks were unwilling to lend money to each other for fear of not being paid back, a dramatic shift that froze credit markets and caused borrowing rates for banks and businesses to skyrocket. The collapse of Lehman Brothers was so shocking, it triggered a financial tsunami of such magnitude that it was compared to the Great Depression. Going beyond responsibilities about cross-border and shadow banking, central banks decided to intervene on the toxic nature of assets on balance sheets to reset the confidence, pursuing exceptional goals. The main unconventional operations put in place were QE, long-term refinancing operations and outright monetary transactions.

A Central Bank-Led Capitalism?

That equidistant and impartial ECB independence (self-proclaimed ten years ago) seems to turn into an inclination to coordinate the whole EU economic policy: a take-all bank. The literature has also created a new definition of the economic system: a central bank-led capitalism. In a recent article, Alan M. Taylor, an economics professor at the University of California, warned about future central banks’ independence:
“A chief criticism of central banks is that the more they do to stave off deflation – with tools such as negative interest rates quantitative easing – and reinvigorate their economies, the closer they move to fiscal policy. That could lead to a <rapid evolution, or perhaps revolution> of central bank mandates.” tweet
Several times the ECB President, Mario Draghi, has warned about the solitude of the central banker: the ECB did and will do “whatever it takes” but this is not sufficient. A continuous expansionary monetary policy without support from governments and their tax policies will not bring about the end of the crisis. In conclusion, no man is an island (John Donne dixit) and the prime bankers need the collaboration of governments.

Come le nuove tecnologie cambiano il mondo

di Eduardo Belli

La nascita di Internet risale all’ultimo secolo dello scorso millennio. L’introduzione di tali nuove tecnologie ha sempre affascinato ed è sempre risultata essere fonte di cambiamenti a livello globale di carattere economico, tecnologico, sociale etc… Sebbene non fosse pratica diffusa, il web è stato per molto tempo utilizzato al solo scopo di scambiare informazioni (mentre oggi possiede numerose funzioni).  Con l’arrivo del nuovo millennio lo sviluppo tecnologico, in particolare in materia informatica ha condotto, e  sta conducendo, ad un cambiamento epocale della visione del mondo in tutti i suoi profili esistenti portando l'umanità in un vero e proprio nuovo mondo. La nascita dei social media, delle piattaforme di scambio e di tutte le altre fonti (ormai) esistenti ha prodotto un fortissimo impatto su tutta l’economia. In particolare l’accesso a fonti di crowdsourcing, crowdfunding e più in generale alla sharing economy hanno modificato i modelli di  business e più in generale l’economia a livello mondiale. L’ampia, variegata e sempre più repentina condivisione di informazioni produce forti impatti sulle asimmetrie informative conducendo ad una riduzione in tutti i settori e a tutti i livelli il moral hazard e l’adverse selection incrementando la concorrenzialità delle imprese presenti sui mercati, comportando la riduzione dei prezzi di beni e servizi offerti. lavoro-freelance-6-consigli

L’utilizzo di tali tecnologie, e dei comportamenti derivanti dal loro utilizzo, sta producendo un ampliamento esponenziale e sempre più rapido dei mercati verso il livello successivo (da locale a regionale, da regionale a nazionale, etc…). Ciò conduce ad una internazionalizzazione delle imprese sempre più frequente, repentina ma soprattutto possibile, incidendo in maniera consistente sulla concorrenza. La possibilità per gli imprenditori di poter accedere, a costi sempre minori (talvolta nulli), alle conoscenze necessarie per la nascita, sviluppo e  proseguimento del proprio business permette  da un lato l’allargamento del mercato del lavoro e ad una trasformazione delle mansioni necessarie alla sopravvivenza di un’impresa e dall’altro  allo sviluppo di una prospettiva sempre più indipendente del lavoro andando ad erodere la filosofia ottocentesca del rapporto tra l’imprenditore e i dipendenti (aspetto che non ha solo implicazioni positive poiché può portare alla riduzione, in certi casi, dell’organizzazione aziendale). Questa prospettiva , ormai parte del sistema economico che conosciamo, è molto distante dal profilo e dal framework tipico del fattore lavoro come è stato anticamente immaginato. Ne deriva che lo sviluppo di tale riflessione a livello sistemico può condurre a grossi cambiamenti a livello legislativo e spostamenti macroeconomici nel mercato del lavoro. Nel primo caso il mutamento dei rapporti lavorativi produrrà la necessità di notevoli innovazioni in campo contrattuale non solo a livello nazionale ma, data la portata del fenomeno, anche a livello internazionale.arton34752

 Altro punto di vista particolarmente interessante è quello macroeconomico. La progressiva compressione dei prezzi dovuta alla riduzione delle asimmetrie informative e alla sempre crescente forza contrattuale della domanda provoca l’abbassamento dell’inflazione e delle sue previsione future. Di qui il necessario adeguamento degli obiettivi di inflazione, per i risultati macroeconomici perseguiti dalle istituzioni, e di conseguenza di tutti gli indici di riferimento della situazione economica italiana, europea e mondiale. Tutti questi sviluppi potrebbero condurre ad una reale rivoluzione del sistema capitalistico, dell’intero panorama economico mondiale e della cultura sociale che conosciamo.

Quinto Rapporto sulle Imprese Industriali nel Mezzogiorno, un resoconto

La grande crisi iniziata nel 2008 perdura fino al 2014 con un fatturato che dopo una ripresa nel 2011–2012 è nuovamente sceso al di sotto dei livelli del 2008. E’ quanto emerge dal quinto Rapporto sulle Imprese Industriali nel Mezzogiorno prodotto dalla Fondazione Ugo La Malfa -  in collaborazione con Mediobanca - e presentato venerdì 22 aprile presso il Dipartimento di Economia della Seconda Universita' di Napoli con il direttore Clelia Mazzoni. Al tavolo hanno preso parte, oltre alla direttrice del Dipartimento che ha sottolineato come la presentazione rientri in quelle attivita' formative didattiche volte a trasferire agli studenti una formazione a 360 gradi, Giorgio La Malfa, Paolo Savona,  il presidente della Matching Energies Foundation Marco Zigon e i docenti del Dipartimento di Economia Enzo Maggioni, Amedeo Lepore e Mario Mustilli. Tutte le foto della Presentazione sono disponibili nella Pagina Facebook ufficiale del Dipartimento: https://www.facebook.com/EconomiaSunCapua Il Rapporto, sollecitato anche a suo tempo dall’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per mettere in campo qualcosa in grado di rilanciare il Mezzogiorno, contiene tre gruppi di dati: quelli di bilancio e di conto economico per il periodo 2008 -2014 di 125 imprese industriali, grandi e medie, con sede nel Mezzogiorno, che fanno parte della rilevazione annuale di Mediobanca sulle principali societa’ italiane; dati di bilancio e di conto economico 2008-2013 di tutte le imprese di medie dimensioni (con fatturato da 16 a 355 milioni di euro e numero di dipendenti fra 50 e 499) annualmente censite da Mediobanca–Unioncamere e la localizzazione settore di attivita’e numero di occupati degli stabilimenti ubicati nel Mezzogiorno con piu’ di 500 dipendenti. Si tratta di dati originali non disponibili altrove - consultabili anche sul sito della Fondazione con tutti i dettagli - che consentono di fare il punto sia sulla situazione della congiuntura economica, sia sulla struttura industriale del Mezzogiorno. Un'analisi che ha colmato un gap: mai nessuno, prima della Fondazione, aveva raccolto i bilanci delle imprese del Mezzogiorno. Cosi' come riportato nella sintesi del Rapporto,  i bilanci del gruppo di aziende medie e grandi chiudono in forte perdita (1.6 miliardi di euro su un fatturato di 45 miliardi di euro). Cala l’occupazione, scesa da 76.000 nel 2008 a poco meno di 70.000 unita’. Rimane all’incirca pari al 33 per cento la parte del fatturato destinata alle esposizioni. Dai dati della Fondazione, risulta la presenza esigua di medie imprese nel Mezzogiorno in confronto al resto del paese: si tratta di 245 imprese su 3265 nell’Italia nel suo insieme, pari al 7,5 per cento. La crisi ha comportato una flessione del numero sia a livello nazionale che nel Mezzogiorno dove vi erano 4097 imprese medie nel 2008 in Italia, di cui 357 nel Mezzogiorno. Le 245 Imprese medie sono prevalentemente concentrate in tre regioni: Campania (90), Puglia (50), Abruzzo (46). Nelle altre regioni si scende a numeri trascurabili. Negli anni il calo più forte si e’ manifestato in Abruzzo a seguito della crisi del settore auto (da 81 nel 2008 a 46 nel 2013).Il censimento degli stabilimenti con piu’ di 500 dipendenti indica che i dipendenti complessivi di questo comparto sono scesi da 91.000 circa nel 2010 a 82.000 circa nel 2014. Raggruppando i dati del Rapporto si puo’ stimare l’occupazione industriale nel Mezzogiorno nelle Imprese medie e grandi. Si tratta circa di 113.000 dipendenti su una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti. “Ne emerge una situazione difficile che richiederebbe un intervento decisivo del Governo che era stato promesso lo scorso anno quando il presidente del Consiglio annuncio’ un grande piano per il Mezzogiorno, di cui poi si e’ persa traccia - spiega Giorgio La Malfa, presidente della Fondazione  - Un dato positivo, pero’, in questo Rapporto esce, ovvero che le imprese medie che ci sono hanno andamenti economici simili a quelli del resto d’Italia, questo vuol dire che non e’ difficile fare impresa nel Mezzogiorno ma occorre una politica di assistenza e aiuto”.

Quella strana correlazione Guerra – Ripresa Economica

di Tommaso Santonastaso   Nella storia degli USA, da più di un secolo, c'è una costante: la stretta correlazione tra interventi militari e ripresa economica. Addirittura, il “National Bureau of Economic Research” parla chiaramente di “wartime expansion”. “E se per uscire dalla crisi servisse una guerra? Il premio nobel per l'economia Douglass North in una intervista pubblicata da Il sole24ore dichiarò che: “Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ma siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale [...]” . Durante il New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 miliardi del 1939. Ciò però non aveva potuto impedire che nello stesso periodo il PIL calasse da 104,4 a 91,2 miliardi di dollari, e che la disoccupazione invece salisse dal 3.2% al 17.2% della forza lavoro complessiva. Dal 1939 il sistema economico è dapprima tonificato dalla vendita di armi agli inglesi e ai francesi e poi definitivamente rimesso in carreggiata con l'ingresso diretto degli USA in guerra: il PIL riprende a crescere, la disoccupazione viene praticamente azzerata. Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la presidenza, gli USA sono da tempo in piena crisi economica. La risposta è quella del Welfare e dell'aumento della spesa pubblica (ancora una volta questo incremento è ascrivibile per l'82% alle spese militari). La guerra del Vietnam e le relative spese militari tornano a superare il 10% del PIL, ridanno slancio all'economia americana la quale conoscerà una delle più lunghe fasi espansive della sua storia. Già sotto la presidenza Carter le spese militari cominciarono ad accelerare il passo. L'occasione è offerta dall'invasione sovietica dell'Afghanistan (1979) e l'accelerazione divenne frenetica sotto la presidenza Reagan con il lancio dello “scudo stellare”. Le spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7% all'anno mentre la quota delle spese militari all'interno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%. La guerra del Golfo fu una delle vittorie statunitensi più significative sia in termini strategici che economici. Il politologo Samuel Huntington ha così sintetizzato la posta in gioco e i risultati della guerra: “La guerra del Golfo è stata la prima guerra tra civiltà dell'epoca post-guerra fredda. La posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e degli emirati, la cui sicurezza era affidata alla potenza militare occidentale oppure da regimi indipendenti antioccidentali in grado e forse decisi a utilizzare l'arma del petrolio contro l'Occidente. Al termine del conflitto il Golfo Persico era diventato un lago americano.” Anche dopo la vittoria nella Guerra del Golfo l'aumento delle spese militari degli USA non si placò; un report del “Foreign Policy” in Focus (2001) avvertiva che le spese militari erano risalite dagli “appena” 291 miliardi di dollari del 1998 ai 310 miliardi di dollari previsti per il bilancio 2001. Tale ammontare equivaleva al 90% circa della spesa media sostenuta negli anni della guerra fredda ed era pari al 16% del totale delle spese previste dal bilancio americano. La cifra spesa dagli USA per gli armamenti era maggiore di quanto spendevano per tale voce tutti gli alleati e tutti i possibili nemici degli USA messi assieme , come se gli USA si aspettassero la comparsa di un nuovo “Nemico” così da poter sfruttare il finanziamento alle spese pubbliche per superare un periodo di recessione. Importante fu un report pubblicato sul sito della Morgan Stanley l'11 settembre 2001 alle 7:30 del mattino un'ora prima dell'attentato alle Twin Towers: “Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l'economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra.” Keynes sosteneva che lo stato intervenendo sull'economia tramite la spesa pubblica può favorire l'uscita dalle crisi o evitarle. Le spese militari sono a tutti gli effetti una forma di spesa pubblica per il rilancio dell'economia; rappresentano una forma di “deficit spending ossia una delle forme attraverso cui lo stato finanzia l'economia e rappresentano la forma più conveniente. Le spese per gli armamenti intervengono sull'economia in maniera oligopolistica visto che il settore è protetto dalla concorrenza straniera, in tal modo i sussidi alla difesa non devono fare i conti con altri soggetti e i loro effetti si traducono inevitabilmente in commesse per le imprese americane (Es. Fornitura militare degli aerei denominati “Joint Fight Striker”). Da una guerra vengono anche influenzate le grandi aziende alimentari, le imprese coinvolte nel settore aerospaziale e l'industria elettronica (i titoli di molte società informatiche dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 sono cresciuti in poche settimane del 30-40%).Un dollaro di spesa del pentagono non solo fa crescere la domanda nel momento in cui viene impiegato ma ha un forte effetto moltiplicatore. L'effetto dura nel tempo ed è possibile quindi che lo choc della guerra sia una buona notizia per l'economia. “Perchè le spese militari e la guerra fanno bene all'economia capitalistica? Qual è il vantaggio di indirizzare la spesa pubblica verso il Warfare?” Il settore militare negli USA gode, sin dal primo accordo GATT (1947) della “National Security Exception”, le pratiche protezionistiche e di sussidi dell'export sono lecite solo per l'industria delle armi. Le armi si possono utilizzare anche per conto di terzi infatti durante la Guerra del Golfo gli alleati degli americani hanno dovuto pagare sotto forma di “contributo alle spese” qualcosa come 198 miliardi di dollari cioè il 90% delle spese totali degli USA per la guerra, non a casa alla fine del conflitto la bilancia dei pagamenti statunitensi risultava in attivo. Le spese per il “warfare” possono essere facilmente giustificate anche da chi ha un approccio “liberista” in economia: anche chi rifiuta l'intervento dello Stato nell'economia potrà infatti convincere i suoi elettori che le spese militari vanno aumentate sfruttando motivazioni che fanno leva sulla sfera morale degli elettori come la difesa della propria nazione. Le spese per gli armamenti sostengono in misura decisiva l'industria degli Stati Uniti. Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi hanno creato un "complesso militare-industriale" che non ha confronti al mondo. Le spese per il "Warfare" impediscono quindi agli Stati Uniti di dover affrontare i costi (economici e sociali) di una gigantesca ristrutturazione industriale. Da sempre le industrie belliche sono nazionali: perciò le spese per gli armamenti si traducono invariabilmente in commesse per le imprese americane. L'esempio più recente riguarda la gigantesca commessa per la fornitura di 3.002 nuovi caccia militari "Joint Fight Striker". Si tratta della maggiore commessa militare mai effettuata dagli Stati Uniti: il suo valore è infatti di 200 miliardi di dollari, ossia 1/4 del PIL italiano. L'appalto è stato vinto dalla Lockheed, azienda che era in preda ad una grave crisi, e che ora invece assunse dagli otto ai diecimila lavoratori. Le armi hanno un valore di scambio: si possono vendere come ogni altra merce. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici gli USA nel 1998 hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel mondo. Ci sono altri argomenti a favore di questa tesi, innanzitutto c'è il ruolo delle aspettative. Se si diffonde la convinzione che l'assetto geo-politico corrente non sia più sostenibile, le aspettative di guerra possono contribuire positivamente al ciclo economico, perché ciò riduce l'incertezza avviando il mondo verso una situazione di maggior stabilità.   NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: National Bureau of Economic Research, “US Business Cycle Expansions and Contractions.” “Una nuova economia di guerra”, Il sole24ore, 10 ottobre 2001. F. Battistelli, Armi: nuovo modello di sviluppo?, Torino, Einaudi, 1980, pp. 68-77, e da V.A. Ramey, M.D. Shapiro, "Costly Capital Reallocation and the Effects of Government Spending", NBER Working Paper, 1999. “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.” di Samuel Huntington, Milano, Garzanti, 1997. R. Kaufman, “The military Budget Under Bush: Early Warning Signs” in Foreign Policy in Focus, gennaio 2001. Report on Morgan Stanley site, 11 settembre 2001. J. Lottman, "Warfare vs. Welfare: Subsidies to Weapons Exporters", in Foreign Policy in Focus, vol. 2, n. 30, marzo 1997, p. 1.  

Morando alla SUN: innovazione, capitale umano e incentivi per la crescita

Capua, Martedì 02/12/2014
“Facciamo buona università in un territorio difficile  e lo facciamo con passione”. Così il Direttore del Dipartimento di Economia della SUN, la prof. ssa Clelia Mazzoni, ha inaugurato la giornata universitaria, una giornata intrisa di fervore. Finalmente vivo fervore. È con quest’ultimo che imprenditori, economisti, docenti, studenti hanno partecipato al workshop “Economia e innovazione per la ripresa e lo sviluppo”  svoltosi nell’aula magna del Dipartimento di Economia, con il vice-ministro dell’Economia e delle Finanze, Enrico Morando. Riflessioni, spunti, analisi, dibattito, lungo il cammino verso un Dipartimento serbatoio di saperi, di pensiero, un Think Tank che si occupi di analisi delle politiche pubbliche, delle opportunità imprenditoriali, dell'economia,  di innovazione. L’innovazione, appunto, è stato un tema centrale della prolusione del vice-ministro Morando, l’innovazione per tornare a crescere, per intraprendere un sentiero di ripresa da una caduta vertiginosa di PIL, reddito medio pro capite e occupazione, la caduta più pesante nella storia dell’Italia unita. E, come ribadito dal Senatore, in un Paese così scisso e frammentato (ma ora nemmeno troppo, ahinoi) tornare a crescere dev’essere la strategia unificante. Sono stati tre i key-points elencati e analizzati da Morando: società della conoscenza e capitale umano; necessità di infrastrutture materiali e immateriali; funzionamento delle istituzioni economiche fondamentali. Partiamo dal primo, con due concetti chiave: economia dell’innovazione schumpeteriana e società della conoscenza. “Non occorre l’innovazione da imitazione – sostiene Morando – importando e reinterpretando l’innovazione tecnologica altrui, come avvenne durante il boom economico. Siamo in un mondo del tutto nuovo e forse anche Marx oggi scriverebbe che il valore (e il plusvalore) di un prodotto è determinata dalla conoscenza insita in esso”. Morando richiama Schumpeter e quel vento di distruzione creatrice dell’imprenditorialità innovativa che deve spingere, decollare verso la crescita. Ma non basta. Occorre ripensare, rivalutare, ridefinire anche lo Stato nell’economia dell’innovazione e qui si fa riferimento agli studi di Mariana Mazzucato sul cosiddetto Stato Innovatore, come motore principale, creatore, facilitatore, risk-taker che deve porre al centro dei propri investimenti il capitale umano (e la sua qualità, come evidenzia Morando), quale fattore decisivo e strategico per la ripresa. “È il sapere e il non sapere a fare sempre più spesso la differenza” – dichiara il vice-ministro. Il secondo punto riguarda le infrastrutture materiali ed immateriali (banda larga e fibra ottica, mobilità, formazione…) che deve attivare lo Stato. Pensiamo alla ricerca di base ed i suoi rischi elevati: come rileva la Mazzucato, nel suo libro, nel settore farmaceutico, ad esempio, possono passare anche 17 anni dal momento in cui prende il via un progetto di R&S al momento in cui l’innovazione si concretizza in un prodotto. Il tasso di insuccesso è elevatissimo ed è qui, ed in altre aree troppo rischiose per l’imprenditore privato delle PMI italiane, che si rivela fondamentale la finanza pubblica paziente. Tuttavia, come ricorda Morando, le condizioni di finanza pubblica sono deboli nel nostro scenario: l’ingente spesa per interessi che ci spetta riduce l’eventuale spesa in conto capitale per investimenti mirati in R&S e innovazione. Ergo, urge un intervento UE, non tanto gli Eurobond, bensì i project bond. Chiariamo: i primi rappresentano un ipotetico meccanismo solidale di distribuzione dei debiti a livello europeo attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell'eurozona, da emettersi a cura di un'apposita agenzia dell'Unione europea, la cui solvibilità sia garantita congiuntamente dagli stessi Paesi dell'eurozona; i project bond invece sono prestiti obbligazionari per il finanziamento di progetti infrastrutturali, appunto. Possono riguardare il finanziamento di nuove opere (greenfield) oppure il rifinanziamento del debito di opere già finanziate (brownfield) Morando si sofferma poi su un terzo punto, ugualmente di vitale importanza, questione scottante nel nostro caso: il funzionamento delle istituzioni economiche fondamentali, a partire da giustizia civile e burocrazia.  Il Vice Ministro precisa: si parla di politiche nazionali, non solo concernenti il Mezzogiorno. Si pensi, ad esempio, all’analisi del prof. Amedeo Lepore, docente di Storia Economia alla SUN, sulla Cassa per il Mezzogiorno e la banca mondiale, un modello per lo sviluppo economico italiano, non esclusivamente meridionale o settentrionale. Pur con le dovute specificità, occorre inquadrare problemi e progetti in un contesto nazionale, continentale, oggi probabilmente globale. Il confronto Italia – altri Paesi zona euro è impietoso, ricorda il Vice Ministro. È la giustizia civile nazionale che deve mutare, a partire dai tempi, altrimenti non ci sarà mai una ripresa. Ne viene danneggiata la competitività globale e si amplia il gap nei confronti dei nostri competitor, ad esempio i tedeschi. Va poi accolta una rivoluzione degli incentivi che la società rivolge alla politica e viceversa. Dal tavolo tecnico, presieduto da Raffaele Cercola, ordinario di Marketing del Dipartimento di Economia della Sun, sono arrivate diverse sollecitazioni al viceministro sui temi del credito e del rapporto imprese-banche, delle banche pubbliche, dell’analisi SVIMEZ sul Mezzogiorno, delle politiche europee di sviluppo da parte di Daniela Mele, Divisione Analisi Economica Territoriale della Banca d’Italia, Mario Mustilli, ordinario di Finanza aziendale del Dipartimento di Economia della SUN, Carlo Pontecorvo, imprenditore e presidente della Banca Popolare di Sviluppo, e Stefania Brancaccio, imprenditrice e Cavaliere del lavoro. Due sono stati, in particolare, i punti caldi. La prima riflessione, suscitata da parte del prof. Mustilli, riguarda la tassazione del capital gain. Essa avviene, con alcune eccezioni importanti (Titoli di Stato della Comunità Europea inclusi nella cd. white list) , alla medesima aliquota (26%) indipendentemente dallo strumento sottostante, elementare o derivato, secondo il recente Decreto Legge n. 66 del 24/4/2014, poi convertito nella Legge n. 89 del 23/06/2014, con decorrenza 1/7/2014 (fonte: http://www.directa.it/pub/it/altreinfo/fisco.html). E poi sulla questione della Banca del Mezzogiorno il viceministro ha mostrato tutte le sue perplessità verso un’operazione disarticolata dalle problematiche che doveva affrontare. “Il centro del problema è rappresentato dallo sforzo qualitativo che la politica meridionale deve fare per cambiare radicalmente il rapporto con la società civile!”   Federico Giovanni Rega  

Art. 18 – Un tabù tutto italiano

L'annosa questione sul celebre articolo dello Statuto dei Lavoratori. Riflessioni di Vittorio Tonziello   Chi lo considera una chimera da abolire, considerandolo “sanguinario” come il numero 18 della smorfia napoletana, chi propone di modificarlo, chi lo erge come massimo baluardo per la tutela dei lavoratori, sono in molti a discutere del famoso articolo 18: politici e sindacalisti in primis. Tuttavia, pochi sanno di cosa realmente stiamo parlando. 18               L'articolo recita :”il giudice , con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento ordina al datore di lavoro , imprenditore o non , la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro”. Dunque, in caso di licenziamento illegittimo, accertato dal giudice, il dipendente ha diritto oltre che ad essere reintegrato in azienda, anche al risarcimento del danno che egli stesso ha subito a causa del licenziamento. Il dipendente , qualora non volesse essere reintegrato, ha la facoltà di risolvere il proprio rapporto di lavoro, chiedendo al datore un' indennità in denaro. 

Applicazione dell'art. 18. Non tutte le aziende italiane devono seguire alla lettera l'articolo dello statuto dei lavoratori. Esso si applica alle unità produttive con almeno 15 dipendenti (5 se agricole) ed alle aziende con più di 60 dipendenti.
E allora : art. 18 SI perchè altrimenti i datori potrebbero ricattare i lavoratori con la possibilità di licenziamento costringendoli ad accettare qualsiasi ingiustizia, oppure art. 18 NO perchè così formulato protegge i lavativi e gli incapaci che gravano sulle aziende a tal punto da indurle a non assumere altri dipendenti? Al giorno d' oggi risulta quasi impossibile dare una vera e propria risposta a questa domanda e far pendere l' ago della bilancia da una parte piuttosto che dall'altra. Molte sono le opinioni di politici, sindacalisti ed imprenditori e perlopiù contrastanti. Squinzi , patron di Confindustria, predilige un mercato del lavoro molto più flessibile, definendo l' articolo 18 un mantra che blocca gli investimenti verso il bel Paese. Il premier Renzi, da buon policy maker, imbocca un' altra strada: un assegno da 1000 euro a tutti coloro che perdono il lavoro , anche per i lavoratori senza tutela e quelli a tempo determinato. Stila un programma tutto nuovo, introducendo il contratto a tutele crescenti per i neo-assunti, un salario minimo garantito, trattamento di disoccupazione, ferie solidali e così via. Un programma davvero interessante per strappare consensi ma così facendo, gli esperti di politica economica prevedono un aumento della disoccupazione nel lungo periodo , cosa che non renderebbe di certo felici gli italiani. Diversa è la posizione del leader della CGIL Susanna Camusso che si oppone ferocemente all'abolizione dell'art. 18 proponendo una leggera modifica con l' introdzione di sei “paletti” per la riforma del lavoro. Intanto la vittima di questa situazione resta sempre il popolo italiano che da anni ormai invoca invano una soluzione per far ripartire una macchina resa sempre più complessa da promesse mai mantenute e da una burocrazia asfissiante. Riusciranno gli italiani a riprendersi l' Italia?  Ai posteri l'ardua sentenza.


 

                                                                                                Vittorio Tonziello, Seconda Università degli Studi di Napoli

 

La disuguaglianza e le giraffe di Keynes

di Dario Luciani, Università Bocconi Milano, autore e responsabile di “2+2=?” per Versus

L’articolo è già stato pubblicato su Versus il 1 novembre 2013. In fondo potete trovare il link originale.

 

A cinque anni di distanza dal fallimento di Lehman Brothers che aprì la stagione della grande recessione globale, una parola chiave su tutte fotografa la crisi: disuguaglianza. Disuguaglianza che può essere osservata da diverse prospettive: l’abisso che persiste e si allarga tra i pochi, grandi manovratori di capitale (e quindi di politica) e la folla dei lavoratori dipendenti sempre più sottopagata, il dislivello ancora maggiore tra chi, pur sottopagato, un lavoro ha la fortuna di avercelo e chi invece non riesce a trovarlo o a ritrovarlo, le disparità sociali, oltre che economiche, sempre più evidenti e intollerabili, nonché le disparità dello stesso accesso alla scala sociale, dovuto all’arroccamento delle corporazioni e delle lobby che intendono preservare le loro rendite di posizione.

disuguaglianzaQuesto è ciò che più evidentemente emerge dall’analisi delle disuguaglianze e delle loro intime connessioni con la crisi. Ma il tema offre allo sguardo dell’osservatore più attento altre molteplici sfaccettature, meno evidenti ma ugualmente significative: come ad esempio il ruolo delle donne nel mondo del lavoro, su cui erano stati fatti importanti passi in avanti, ma che l’insorgere della congiuntura negativa ha nuovamente messo in secondo piano, nel quadro della logica che ha dominato le politiche dell’ultimo quinquennio: affrontare il tema dei diritti civili è un lusso che non ci si può permettere in tempi di vacche magre. Tralasciando il fatto che un ragionamento simile è totalmente illegittimo, trattandosi appunto di diritti, i quali non valgono a tempo determinato come ormai la maggioranza dei contratti di lavoro, esso è anche controproducente dal punto di vista economico. Spesso idee di questo tipo sono state accusate di fondarsi sulla politica dell’invidia, in quanto lo stato attuale di libero mercato produrrebbe una fetta di torta più grande per tutti, variando significativamente solo le grandezze relative delle varie fette, mentre una maggiore redistribuzione farebbe diminuire le distanze relative ma produrrebbe il rimpicciolimento di tutte le fette. In realtà la crisi ci ha insegnato proprio questo: le disuguaglianze smisurate producono recessione. Producono un calo della domanda e quindi il crollo dei consumi, riducono la capacità di innovazione e di dinamismo di un paese, deprimono i mercati generando sfiducia la quale contribuisce a deprimere ancora maggiormente i mercati stessi, causano tensioni sociali che hanno un costo misurabile concretamente, ogni giorno, nell’instabilità politica che paralizza l’attività dei governi, riducono le entrate fiscali dello Stato indebolendo ancora di più il già precario debito pubblico, il cui contenimento è in teoria il pilastro del sistema di interventi adottato nell’eurozona. Ed è per questo che la teoria economica recente ha rivalutato e messo in primo piano la ricerca dell’uguaglianza, anche come condizione di economicità. Il che non significa ricercare una uniformazione impropriamente deformante, come ancora paventa qualche irriducibile nemico del comunismo nell’era post-ideologica.

 Nel periodo della Great Depression americana, un uomo di nome Roosevelt ebbe il coraggio di provare ad uscire dalla palude delle recessione con il rafforzamento del welfare state, misura strettamente connessa ad una politica redistributiva ed orientata al contenimento delle disuguaglianze. Fu il celebre New Deal, e gli Usa uscirono dal tunnel. Oggi bisogna tornare ad avere lo stesso coraggio, e seguire le parole di chi in fondo è stato il padre di quella svolta epocale, John Maynard Keynes, il quale scrisse nell’apologo contenuto in “La fine del laissez faire”: “Se abbiamo a cuore il benessere delle giraffe, non dobbiamo trascurare le sofferenze di quelle dal collo più corto, che sono affamate, né le dolci foglie che cadono a terra e vengono calpestate nella lotta, né la supernutrizione delle giraffe dal collo lungo, né il brutto aspetto di ansietà e di voracità combattiva che deturpa i visi del gregge”. Difficile, davvero, dare una rappresentazione più vivida e realistica delle nostre società capitaliste.

Ma se in matematica 2+2 fa sempre 4, i problemi economici possono dare luogo a soluzioni diverse a partire dalle stesse premesse. La vostra qual è?

Dario Luciani

© riproduzione riservata Link dell’articolo originale:  http://versusgiornale.it/7449/la-disuguaglianza-e-le-giraffe-di-keynes/

La mano invisibile, un inventore e… lo Stato

Riflessioni di Felice Marchese   La "mano invisibile" è un'espressione sintetica che sta a indicare la legge della domanda e dell'offerta. Essa spiega come l'azione contrastante di due fattori vada a beneficio della società nel suo complesso. Il concetto è semplice e suona così: non c'è niente di male nel fatto che ognuno agisca per il proprio tornaconto. Nel libero mercato la forza combinata di coloro che lottano per il proprio interesse personale va a vantaggio della società nel suo complesso, e finisce per arricchire tutti. Smith ha usato questa espressione nel libro "La ricchezza delle nazioni"(1776). Adam_Smith_Picture.   Un importante passaggio di Smith:
L'individuo non intende in genere perseguire l'interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo.. quando dirige la sua attività in modo tale che il suo profitto sia il massimo possibile, egli mira solo al suo proprio guadagno ed è guidato da una mano invisibile... Io non ho mai saputo che sia stato fatto molto bene da coloro che affermano di commerciare per il bene pubblico.
  Questa idea aiuta a capire perché l'esistenza di liberi mercati sia stata così importante per lo sviluppo delle moderne società complesse. Prendiamo un inventore, Thomas, che ha avuto l'idea di un nuovo tipo di lampadina-più efficiente, duratura e luminosa delle altre. Lo ha fatto nel proprio interesse, nella speranza di diventare ricco, e forse famoso. Indirettamente questa sua iniziativa gioverà alla società nel suo complesso, creando posti di lavoro per coloro che produrranno le lampadine e migliorando la vita di coloro che l'acquisteranno. Se non ci fosse stata la domanda di lampadine, nessuno avrebbe pagato Thomas per esse, e la mano invisibile l'avrebbe invece stroncato per aver commesso un simile errore. Purtroppo il problema dell'ente pubblico è in vigore da sempre. Nasce quando sono stati affidati posti e regalati incarichi a persone non competenti in materia. Il vero problema delle pubbliche amministrazioni ha contribuito alla rovina dei mercati nazionali e internazionali per il loro troppo egoismo di non produrre per assenza di stimoli. Molte SPA guidate dallo Stato per anni hanno subito grandi perdite dove i costi sostenuti superavano i ricavi conseguiti, proprio perché lo stipendio da super manager era sempre assicurato. Così di conseguenza è nato il Signor Debito Pubblico che grazie a questi signori è considerata una persona onnipotente capace di distruggere economie intere senza aprire bocca!  

Quale rimedio alla crisi? Riflessioni

 Il sistema economico, secondo la visione dell'economia di mercato nella moderna società occidentale, è la rete di interdipendenza ed interconnessioni tra operatori o soggetti economici che svolgono le attività di produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento per soddisfare i bisogni individuali a realizzare il massimo profitto, ottimizzando l'uso delle risorse, evitando gli sprechi e aumentando le produttività individuali nonché attraverso la diminuzione del costo del lavoro. Esistono noti economisti che alle spalle hanno lasciato una vasta storia economica con diverse soluzioni alla crisi e diverse manovre, per la crescita dei paesi, grazie al sistema capitalistico e grazie alla globalizzazione.

Purtroppo oggi giorno il problema fondamentale che affligge il nostro paese è la corruzione. I nostri cari politici sanno bene come avviare una manovra di ripresa economica, ma sono troppo impegnati nei comproessi e nelle faccende personali. Attualmente credo fermamente che una ripresa economica si avrà quando il nostro governo adotterà nuovi provvedimenti sulle leggi della tassazione al fine di incentivare gli investitori a portare i loro capitali in italia avendo di conseguenza degli sviluppi economici.

Un noto presidente degli Stati Uniti D'America sosteneva che " più un governo raccoglie tasse, meno incentivi hanno i cittadini a lavorare. Quale minatore o operaio alla catena di montaggio accetterebbe di buon grado di fare straordinari quando sa che lo zio Sam gli toglierà il 60% o di più della sua paga?" Ronald Wilson Reagan

                                                                                                                 Felice Marchese