Ciò che conta veramente – Il (mio) messaggio di Modigliani e Miller

di Federico Giovanni Rega

Nessun corso di Finanza aziendale può esistere senza i teoremi di Modigliani e Miller. Questo breve articolo non sarà troppo tecnico e non avrà formalismi eccessivi, ma ci interrogheremo piuttosto sul messaggio finale che i due economisti volevano lasciarci attraverso la loro Proposizione I, datata 1958.

Lo scenario in cui si muove la “teoria” di M&M (1958) è quello di un mercato efficiente, senza imposte societarie o personali né imperfezioni (no asimmetrie informative, costi di transazione, di fallimento ecc..). Quando non vi sono imposte e i mercati del capitale funzionano al meglio, non fa differenza che a indebitarsi sia l’azienda o il singolo azionista (sia io come individuo investitore sia l’azienda X abbiamo lo stesso tasso d’interesse se andiamo a chiedere un prestito, sopportiamo lo stesso costo del debito). Pertanto, il valore di un’impresa non dipende dalla sua struttura finanziaria.

ESEMPIO Due aziende, stesso reddito operativo, diversa struttura finanziaria: una è Unlevered (no debito) l’altra è Levered. In questo secondo caso, il valore dell’impresa è dato dalla somma del valore delle azioni (Equity, mezzi propri) e del valore del Debito VL = E + D!

Supponiamo siamo Azionisti dell’1% dell’impresa Levered (indebitata), avremo diritto all’1% dell’ utile netto ossia PROFITTI - INTERESSI, questo sarà il nostro flusso di cassa (cash flow) Supponiamo che poi vogliamo acquistare l’1% dell’impresa Unlevered (non indebitata) avremo diritto all’1% dei profitti ma per acquistare quest’1% ci indebitiamo anche e pagheremo gli interessi, non come impresa, ma come investitori, a titolo personale. Alla fine, il nostro flusso di cassa sarà dato da 1% x (profitti – interessi) anche stavolta. Conseguiamo lo stesso rendimento, dunque le due imprese hanno lo stesso valore nel mercato efficiente.

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Ciò che conta per M&M è il rendimento operativo, “la torta”, non come essa va divisa tra banche, obbligazionisti, azionisti, Stato. Nella creazione di valore non conta come si finanzia l’attivo, ma la capacità di quest’ultimo di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare le fonti di finanziamento (D e E), le “fette della torta”. E’ importante la qualità delle scelte di investimento, piuttosto che il mix di titoli emessi per finanziarsi. La struttura finanziaria è neutrale, irrilevante, in quanto ogni singolo azionista/investitore può replicare autonomamente (indebitandosi a titolo personale, come nell’esempio, alle stesse condizioni dell’impresa, ossia allo stesso tasso d’interesse, ed è questo l'assunto base del modello) le scelte di struttura finanziaria dei manager dell’impresa. Si passa così in modo indifferente da una società indebitata a una non indebitata mantenendo una situazione di equilibrio in termini di rendimento assoluto.

Il lascito più grande è non verificare se la struttura finanziaria sia irrilevante nella realtà o meno (non lo è, vi sono le imposte, ergo il cd "beneficio fiscale del debito") ma riflettere sulle ipotesi alla base. Lo stesso Miller dirà trent'anni dopo "identificare ciò che non conta può anche identificare, di conseguenza, ciò che conta". L'intero sviluppo della finanza aziendale, dal 1958 ad oggi, ruota attorno alla rimozione di quelle ipotesi alla base del Teorema e i primi a rimuovere l'assenza di imposte furono proprio M&M, ammettendo di non aver abbandonato la loro Proposizione, ma di "averla arricchita".

Il messaggio che intravedo in quella Proposizione mi sembra quasi un avvertimento inascoltato, se pensiamo alla finanziarizzazione di oggi, ad una finanza non più ancella, ma padrona dell'economia reale.. Mi sembra quasi vogliano dire: Guardiamo agli investimenti, alla produzione, al rendimento industriale, all'operatività. Non al debito o al venture capital. La cartella clinica dell'impresa ci è data dal suo rendimento sul capitale investito, dal suo EBIT (o MOL), dalla sua gestione operativa. E' lì che si vede la forza di un'impresa, è lì che si vede la sua capacità di generare flussi di cassa che ripaghino le fonti di finanziamento. E' lì ciò che conta veramente.

Analisi fondamentale vs Analisi tecnica: il caso TESLA

di Fabrizio di Sciorio

Il mondo è sempre stato diviso da rivalità: Ali-Frazier, Coca Cola-Pepsi, vegani-carnivori…Nell'analisi dei mercati finanziari due figure mitologiche si sfidano a duello: da una parte gli analisti fondamentali dall'altra quelli tecnici. Due figure diverse, ognuna con il proprio totem da adorare. Da un lato i fondamentalisti scrutano ed esplorano i bilanci e le relazioni meglio di Sherlock Holmes, dall'altro gli occhialuti tecnicisti che con i loro grafici e statistiche non perdono mai di vista il prezzo, vengono detti "gli osservatori delle onde"... Essi ricercano un trend, captano tendenze che si ripetono nel tempo, mediante strumenti grafici e statistici, piuttosto che affidarsi alla valutazione aziendale.

L’esempio emblematico di questa dualità è Tesla.

Il colosso americano ha sorpassato General Motors diventando la prima casa automobilistica USA per capitalizzazione con un valore di circa 51 miliardi di dollari. Il prezzo delle azioni in borsa è schizzato del 70% negli ultimi quattro mesi.

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Tale valutazione per i fondamentalisti risulta azzardata, in quanto Tesla negli ultimi anni ha chiuso in rosso i bilanci. Nel 2016 ha registrato una perdita pari al 10% del fatturato, a fronte dei 10 miliardi di utili registrati dai competitors.

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D’altro canto il prezzo in borsa è continuato a salire! Le ragioni? Il mercato a Wall Street sconta tutto: grideranno ad alta voce gli efficientisti! A quanto pare sembra che a spingere in alto le valutazioni su Tesla ci sia da una parte il Model 3 (la berlina elettrica che vanta già 400 mila prenotazioni) e dall'altra il vantaggio competitivo che Tesla ha nel settore della guida autonoma. Avrà ragione il Mercato? ...Non ci resta che aspettare.

Capitale sociale + Capitale finanziario: la formula del crowdfunding

di Federico Giovanni Rega

Oggi puoi investire nelle idee di business e nei progetti in cui credi grazie al crowdfunding. La finanza del futuro, se affiancata ad una buona educazione finanziaria (ma anche digitale!) e a valori come democratizzazione, trasparenza ed etica, sarà davvero una finanza migliore.

Abbiamo incontrato una delle donne del fintech del nostro territorio, la dott. ssa Lucia Michela Daniele, PhD student in Management alla Federico II e Web Editor di Italian Crowdfunding, nonchè brava cantante. In questa lunga intervista - per cui ringrazio - ci parla di questa grande rivoluzione del crowdfunding. Focus preciso sulla tecnologia e sui dati sì, ma senza dimenticare mai tre C: cultura, collaborazione, condivisione.

  Partiamo dalle basi, dall’inizio, ce n’è sempre bisogno. Cos’è il crowdfunding?

Il Crowdfunding è una raccolta fondi, attuata normalmente online, grazie alla quale un gruppo di individui, contribuendo con piccoli ma preziosi sforzi, rende possibile il finanziamento di progetti di persone o di organizzazioni profit e no profit. (altro…)

Da Talete al Chicago Board: perché le opzioni sono così in voga

di Giuseppe Cinotti e Giuseppe Buonomo

Le opzioni sono uno strumento derivato largamente utilizzato nell’ultimo decennio. Esse coinvolgono due soggetti: il possessore (holder) e il sottoscrittore (writer). Il primo ha il diritto di poter comprare o vendere un bene sottostante stabilito nel contratto di opzione, pagando un predeterminato prezzo di esercizio anche conosciuto come strike price, tenendo in considerazione una data di scadenza chiamata expiration date.

Contratti simili alle opzioni sono stati usati fin dai tempi antichi. Aristotele, infatti, fornisce una prova relativa all’utilizzo di opzioni da parte del filosofo greco Talete di Mileto che fece una fortuna accaparrando opzioni sul diritto all’utilizzo dei frantoi prima di una raccolta particolarmente copiosa. Verso la fine del XVII secolo, a Londra, venne creato un mercato per il commercio di opzioni sia call sia put. A partire dal 1872, il finanziere americano Russell Sage introdusse il mercato ”Over The Counter” (OPT) per la negoziazione delle opzioni call e put negli Stati Uniti, mercato che era non standardizzato e illiquido. Nel 1973, invece, vi fu la formazione del Chicago Board Options Exchange (CBOE) e dell’Options Clearing Corporation (OCC), in cui fu introdotto il commercio di opzioni call con contratti standardizzati. In seguito, a partire dal 1977, la CBOE introdusse anche le opzioni put, creando il mercato di negoziazione delle opzioni che conosciamo oggigiorno. (altro…)

Il Capital Asset Pricing Model, tra teoria e pratica

di Fabrizio di Sciorio

  La proliferazione dei modelli finanziari si è avuta a partire dal 1952 grazie agli studi di Harry Markowitz con la Modern Portfolio Theory. Lo studioso americano ha introdotto il concetto di diversificazione del rischio, ovvero la possibilità di ridurre parte della volatilità del portafoglio investendo in titoli che hanno movimenti di mercato opposti. Un’altra tappa fondamentale nello sviluppo dei modelli matematici per la finanza è stata l’introduzione del Capital Asset Pricing Model nel 1964. Il CAPM, che a distanza di tempo viene utilizzato ancora oggi, si basa su una relazione lineare tra rendimento e rischio. Tale modello è noto per il coefficiente di proporzionalità denominato beta, indicatore del cd. rischio di mercato, non eliminabile attraverso la diversificazione. La formalizzazione matematica è la seguente: E(Ri)-rf= β* [E(Rm)-rf], tale equazione spiega la relazione tra l’eccesso di rendimento della singola attività ed il premio per il rischio di mercato. La dipendenza tra le due variabili è misurata tramite un unico fattore di volatilità appunto, il Beta. Questo parametro indica quanto il valore del titolo si muova in sintonia col mercato:

  Risultati immagini per beta formula Numerosi studi hanno messo in discussione la validità del CAPM (Ross) (altro…)

La Finanza: da ancella diviene padrona

  di Federico Giovanni Rega     finanza Oggi si dibatte tanto di finanziariazzione, del peso enorme della finanza, ormai padrona dell’economia, e non più ancilla, di come tale predominio sia sfavorevole alla crescita economica (‘reale’). Michal Kalecki – eterodosso, ma lungimirante nelle sue tesi – analizzò anche questo aspetto nella teoria sulle determinanti degli investimenti. Egli parla dei risparmi dei rentiers, risparmi correnti “esterni” alle imprese, che influenzano negativamente gli investimenti in capitale fisso. La ricchezza finanziaria (come l’avremmo definita oggi) introduce nel sistema un trend negativo, così come le innovazioni imprimono, invece, una tendenza ascendente di lungo periodo. Se i risparmi dei rentiers vanno aumentando, rispetto al capitale (su tale aspetto ritornerà Piketty nel suo Capitale nel XXI secolo), il trend negativo sarà accelerato. L’effetto delle innovazioni si accoppia così a quello dei risparmi “esterni” ed è l’effetto netto che determina lo sviluppo di lungo periodo. Il trend sarà positivo se le innovazioni esercitano un’influenza più forte di quella dei risparmi dei rentiers. E’ notevole la modernità di tali tesi, se solo si guarda ai numeri del nostro tempo, laddove la finanza e i derivati valgono 8 volte l’economia reale: i moderni cavalli di Troia non sono più di legno e hanno nomi ben meno mitologici: si chiamano credit default swap, spread, Etf, Borse, derivati, volatilità. Ma rischiano di avere lo stesso effetto distruttivo: insinuarsi nell'economia reale e, alla lunga, minarne le fondamenta, minarne la crescita. L’intuizione di Kalecki era giusta? La finanza è negativa per la crescita economica? Un economista contemporaneo, il Marx moderno, Thomas Piketty, nel suo “Capitale nel XXI secolo”, parte proprio da quel rapporto tra capitale (K) e produzione (Y). Il libro – pieno di tabelle e equazioni - mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque (periodo che termina con la Prima Guerra Mondiale). Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica. L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Questa «contraddizione centrale del capitalismo, che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913, salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cd “Keynesian Consensus”) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dov’è la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito: β = K / Y dove K è lo stock del capitale “tutto compreso” (a meno del solo “capitale umano”; compreso quel capitale pericoloso, quel capitale da casinò) ed Y il flusso della produzione annua “al netto” degli ammortamenti per il capitale impiegato. Dopo di che, nel caso di una funzione lineare di produzione a capitale e lavoro, risulta: Y = r K + W dove r è il tasso di rendimento capitalistico “tutto compreso” («rendite, dividendi, interessi, royalties, profitti, capital gains, ecc.») e W è l’ammontare delle remunerazioni che spettano ai lavoratori. Piketty documenta come per il mondo nel suo complesso (e qui si spinge oltre, forse) il rapporto capitale/reddito, diminuito da un valore compreso tra 4 e 5 del periodo 1870- 1910 ad un valore di 2,5/3,5 tra 1920 e 1980, sia poi risalito a 4,5 nel 2010 con la possibilità, secondo le sue proiezioni, di arrivare a 6,5 per la fine del XXI secolo.     Dal casinò alla calcolatrice: Come nasce questo predominio dei mercati e della finanza? (altro…)

The Solitude Of Prime Bankers: Rethinking The Central Bank

This article was originally published here: http://themarketmogul.com/solitude-prime-bankers-rethinking-central-bank/ Protagonists, but alone. In this overturned economic world, where everything plummets – prices (and thus inflation), interest rates, GDPs, the morale of central bankers is also falling.  The independent banker, authoritative and transparent, as described by the Monetarist school, from the economics literature to the Maastricht Treaty, has an internal flexibility problem: he should reinvent himself. Nowadays, prime bankers represent the game changers. Risultati immagini per mario draghi

Central Banks’ Balance Sheet Expansion

In the wake of the crisis, the figure of the central banker – as understood by Monetarists – independent and autonomous, becomes obsolete. The main issue is no longer inflation control, an old obsession. There is no recovery in the financial system nor is the economic cycle investing. Central Banks gradually become the unique active crisis managers: they take on a new (never completely explained) goal, they tend to keep the whole banking system alive, saving it from collapsing and reducing the probability of default. Central banks provide the system with liquidity for a longer time horizon (almost in a “buy to hold” attitude) and accept assets of questionable value as collateral. The ECB has become the biggest game changer. Thus central banks are taking on a neo-Keynesian or Minskyan role of “shock absorbers.” Given the pressing fiscal constraints at an EU level, the ECB achieves centrality and control in the management of the global crisis. Its balance sheet has hugely expanded with quantitative easing (QE) and collateral swaps operations. This reflected the huge increase of liquidity provision and an enlarged intermediation role, with central banks acting as support to banks and financial markets. Interbank market and more generally financial market functioning were impaired, and central banks entered the field. New operations were geared to address the malfunctioning of the monetary policy transmission mechanism. The central bank operates through a change in the composition of assets and liabilities or through an expansion of total assets and liabilities, or a combination of both. This has been the case for all major central banks recently: they have modified the quantity and type of risk to which they are exposed. Risultati immagini per central bank balance sheet expansion  

The Fall Of Lehman Brothers’ And Its Aftermath

After the Lehman Bros collapse, the crucial aspect was the lack of confidence among banks which led to a near paralysis of mutual credit lines. Banks were unwilling to lend money to each other for fear of not being paid back, a dramatic shift that froze credit markets and caused borrowing rates for banks and businesses to skyrocket. The collapse of Lehman Brothers was so shocking, it triggered a financial tsunami of such magnitude that it was compared to the Great Depression. Going beyond responsibilities about cross-border and shadow banking, central banks decided to intervene on the toxic nature of assets on balance sheets to reset the confidence, pursuing exceptional goals. The main unconventional operations put in place were QE, long-term refinancing operations and outright monetary transactions.

A Central Bank-Led Capitalism?

That equidistant and impartial ECB independence (self-proclaimed ten years ago) seems to turn into an inclination to coordinate the whole EU economic policy: a take-all bank. The literature has also created a new definition of the economic system: a central bank-led capitalism. In a recent article, Alan M. Taylor, an economics professor at the University of California, warned about future central banks’ independence:
“A chief criticism of central banks is that the more they do to stave off deflation – with tools such as negative interest rates quantitative easing – and reinvigorate their economies, the closer they move to fiscal policy. That could lead to a <rapid evolution, or perhaps revolution> of central bank mandates.” tweet
Several times the ECB President, Mario Draghi, has warned about the solitude of the central banker: the ECB did and will do “whatever it takes” but this is not sufficient. A continuous expansionary monetary policy without support from governments and their tax policies will not bring about the end of the crisis. In conclusion, no man is an island (John Donne dixit) and the prime bankers need the collaboration of governments.

La banca del futuro, il futuro della banca

di Clara Elia e Federico Giovanni Rega
"Non sono i più forti della specie che sopravvivono, ma quelli più reattivi al cambiamento" (C. Darwin)
Se c’è un effetto positivo delle crisi è da rinvenire in quella famosa distruzione creativa, detta anche disruption. Le banche, come le imprese, si trovano ad affrontare una difficile congiuntura economica scaturita dagli eventi ormai noti degli ultimi 5 anni. C’è poi quell’onda devastante dello sviluppo tecnologico che ha innescato un cambiamento sui mercati finanziari ed ha portato ad una profonda evoluzione delle banche. Molte di loro devono ricostruire una strategia competitiva per crescere, per aumentare la redditività e la capacità di differenziarsi rispetto ai concorrenti tradizionali ed emergenti. Oggi le banche hanno la necessità di aumentare l’efficienza della performance, erogare servizi sempre più personalizzati (e smart) in virtù della massiccia diffusione del mobile banking e ridurre i costi rinnovando i propri modelli di business per rispondere efficacemente ai cambiamenti dello scenario competitivo. Alla luce di quanto detto due sono i sostanziali cambiamenti delle banche del futuro: A)     Riduzione dei margini sui servizi e sui prodotti tradizionali e in primis i margini da intermediazione creditizia e la riduzione dei costi legati al conto corrente. La diminuzione degli utili inevitabilmente comporta una riduzione dei costi per avere un reddito accettabile. A tal proposito, in un recente discorso sulle possibilità di una rivoluzione finanziaria, Andrew Haldane, della Banca d'Inghilterra, osservava che il costo dell'intermediazione finanziaria negli Stati Uniti, incredibilmente, appare invariato da oltre un secolo. costo intermediazione USA B)     La rivoluzione tecnologica, a cui stiamo assistendo, con la rapidissima tecnologia mobile ha originato il sorpasso dei clienti sulle proprie banche dal punto di vista della dotazione tecnologica. Per questo motivo le banche sono e saranno impegnate in un adeguamento della propria infrastruttura per colmare il gap clienti-banche. Come ha fatto notare Martin Wolf in un articolo del FT (poi tradotto su Il Sole 24 Ore), dobbiamo sperare davvero che l’onda innovativa travolga le banche: “Perché al momento le banche non è che funzionino a meraviglia. L'attività bancaria appare inefficiente, costosa, disseminata di conflitti di interessi, incline a comportamento poco etici e –non meno importante – capace di generare crisi colossali”. Qual è il livello di digitalizzazione delle banche italiane? Il settore bancario italiano è ancora caratterizzato da un modello tradizionale, con una estesa rete di filiali (53 filiali bancarie ogni 100mila abitanti, contro le 38 nell’UE-15) ed una alta frammentazione (il 56% degli occupati e il 60% delle filiali appartiene a banche medio-piccole). In parallelo, l’andamento degli investimenti in ICT delle banche è negativo (-22%, da 4,7 a 3,6 miliardi di Euro all’anno tra 2007 e 2014): questi si concentrano più sulla gestione corrente che su processi di innovazione. Si delinea quindi una situazione di generale arretratezza digitale, come dimostra la scarsa diffusione dell’internet banking (utilizzata dal 26% della popolazione italiana contro il 44% medio nell’UE-28). Per accelerare la digitalizzazione del settore bancario occorre intervenire a livello “interno” (di settore) ed esterno (di Sistema Paese): in generale, il ritardo dell’Italia (25ma nell’UE-28 per sviluppo digitale) rappresenta un freno significativo alla crescita di una domanda di servizi digitali avanzati. Oggi, per una banca, la tecnologia dovrebbe essere il core business cosi come dovrebbe esserlo la capacità di definire il merito creditizio o la solidità di sostenere imprenditori e famiglie. Oggi, per una banca, la tecnologia dovrebbe essere al centro cosi come lo dovrebbe essere la capacità di definire il merito creditizio o la solidità di sostenere imprenditori e famiglie: una via di trasformazione è quella che verrà segnata dai big data; potrebbero trasformare la qualità dei prestiti, per esempio, e questo sarebbe positivo, e avrebbero un impatto enorme anche nel campo delle assicurazioni. Con nuovi strumenti di monitoraggio, migliorerebbe tutta l’architettura del sistema finanziario (e le sue istituzioni). (altro…)

Un anno di Quantitative Easing

di Eduardo Belli A quasi un anno dall’inizio del QE europeo i risultati non sono quelli sperati. La liquidità non è completamente giunta all’economia reale, i tassi hanno raggiunto valori negative, limando i margini di interesse, e le aspettative di inflazione sono state fortemente ridimensionate. Possiamo trovare le motivazioni di tali risultati ripercorrendo tutto il 2015 e soffermandoci sugli eventi che hanno inciso e influenzato lo stimolo alla ripresa. Il Quantitative Easing sotto la forma di APP parte già il 21 Novembre 2014 con l’inizio dell’ABSPP (Asset-Backed Security Purchase Programme). Alla fine di Marzo 2015 vengono lanciati dalla BCE anche le ulteriori manovre della politica monetaria: CBPP (Covered Bond Purchase Programme) e PSPP( Public Sector Purchase Programme). Il primo effetto prodotto fu il miglioramento delle aspettative riguardo le più importanti variabili macroeconomiche, in particolare gli indici target della BCE: inflazione, PIL, tasso disoccupazione. L’inflazione, che fino a quel momento seguiva un andamento negativo, ritrova il segno positivo attestandosi intorno al +0,1%. I titoli governativi di alcuni degli stati sovrani (Germania) raggiungono rendimenti negativi e l’Euro si deprezza. Nei mesi successivi gli effetti cominciano ad essere evidenti: aumento del 3% di prezzi azionari, dando slancio ai mercati finanziari, e il costo del funding per gli istituti di credito viene ridotto dello 0,48%. Nonostante ciò gli eventi congiunturali hanno minato la stabilità, la crescita e i risultati del QE. La crisi Greca prima e quella Cinese poi hanno influenzato non soltanto i risultati conseguiti ma hanno anche intaccato le aspettative, fino ad allora positive. In Europa gli accadimenti greci colpiscono i listini azionari e il mercato dei bond governativi. L’utilizzo della moneta europea come valuta di finanziamento per l a risoluzione della crisi in Cina ha compromesso i risultati valutari e di conseguenza l’Export, il quale nel 3° trimestre del 2015 è in rallentamento rispetto ai periodi precedenti (0.2% da 0,8%). In concomitanza con tutto ciò la forte riduzione del prezzo del petrolio frena la crescita dell’inflazione, abbassando le aspettative inflattive dei mercati. Ad Ottobre il presidente della BCE Mario Draghi annuncia la possibilità di espandere l’APP e contrastare gli effetti congiunturali (nel caso fossero divenuti sistemici). L’annuncio garantì un miglioramento delle aspettative e la riduzione del costo del petrolio cominciò ad essere motivo di incremento della domanda e del consumo. Il 3 Dicembre 2015 il Board della BCE annuncia l’estensione della manovra di politica monetaria nel tentativo di affinare i risultati dell’anno. Ma l’ulteriore taglio dei tassi d’interesse e l’estensione della manovra fino al 2017 non hanno soddisfatto le attese dei mercati finanziari, i quali hanno reagito istantaneamente con il rialzo del prezzo valutario (rispetto al dollaro) del 2,6%. Alla fine del 2015 parte dei risultati ottenuti in termini reali e di aspettative sono stati fortemente ridotti dalla riduzione dei listini azionari. Nuovamente la BCE si trova a dover modificare la politica intrapresa annunciando un ampliamento significativo da effettuarsi entro gli inizi di Marzo. L’inizio del 2016 è caratterizzato dalla crisi bancaria dovuta alla modifica della normativa bancaria e all’introduzione del Bail-in. Essa ha fortemente indirizzato i mercati, trainati dai titoli bancari, fino a Marzo. All’8 Marzo 2016 i listini europei perdono in media il 7,5% da inizio anno (FTSEMIB il 15,68%). Il 10 Marzo la Banca Centrale Europea ha alzato l’importo introdotto mensilmente nel sistema ad 80MLD , tagliato i tassi d’interesse sui depositi fino a -0,40%, tagliato i tassi d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale fino a 0,25%, annunciato nuove LTRO, annunciato l’acquisto di corporate bond di società non finanziarie. E’ attraverso tale modifica della manovra che l’istituzione di politica monetaria ha voluto dare un forte segnale ai mercati, alle imprese e alle banche. https://buffer-pictures.s3.amazonaws.com/3f159d86aac77da30736fd59250c8443.7a851518af565ef1c0b4afc9fe18a2a2.jpg

Tulipomania

La prima bolla speculativa e la prima grande crisi economica della storia - di Luca Buffolano   Introduzione I tulipani furono introdotti in Europa dalla Turchia nella metà del XVI secolo e divennero presto un oggetto di desiderio per gli appartenenti alla Middle Class Olandese a causa della loro particolarità ed esclusività. L’attenzione verso i tulipani crebbe esponenzialmente causando la nascita di un mercato speculativo con i caratteri della borsa valori ma al di fuori di questa istituzione (difatti le trattative avvenivano in taverne e birrerie). I tulipani divennero presto un bene di lusso e la loro rarità influiva sul prezzo (basti pensare che il prezzo record pagato per un bulbo, il Semper Augustus, fu di 6000 fiorini quando il reddito medio annuo dell’epoca ammontava a 150 fiorini) che divenne insostenibile e, come ogni bolla speculativa, portò ad un eccessivo ed ingiustificato aumento dei prezzi che ne causò il crollo lasciando centinaia di investitori sul lastrico. Il contesto storico Il ‘600 è il secolo della Golden Age Olandese caratterizzata dall’emancipazione dal controllo spagnolo fino all’indipendenza nel 1648, da un colonialismo nuovo (basato sul modello portoghese dell’occupazione degli avamposti), dalla centralità delle città di Anversa (capitale finanziaria e principale centro di commercio per prodotti di grande valore) ed Amsterdam (che ormai copriva un ruolo di assoluto predominio nei traffici del Baltico), dalla supremazia dei mari con la V.O.C. (Compagnia olandese delle Indie orientali), e soprattutto della conseguente nascita della borsa di Amsterdam; proprio sulla scia di quest’ultima si arriva alla causa scatenante della prima bolla speculativa e della conseguente prima grande crisi economica della storia. Cos’è una bolla speculativa Possiamo definire una bolla speculativa come una fase di mercato nella quale si assiste ad un considerevole aumento (ingiustificato) dei prezzi, a causa di una crescita repentina della domanda. La bolla rappresenta quindi una sopravvalutazione del prezzo di un bene destinato poi a riacquisire il proprio valore reale qualora la bolla sarà scoppiata. Solitamente le bolle speculative riguardano i beni immateriali ai quali è difficile dare un valore certo ma, più raramente, si può assistere a vere e proprie bolle anche dei beni materiali come ad esempio gli immobili. La bolla dei tulipani Il particolare interesse nei confronti dei bulbi dei tulipani portò alla redazione di veri e propri cataloghi dove venivano illustrate le varietà di tulipani esistenti dipinti dai pittori del tempo. Secondo il catalogo, i tulipani erano divisi in tre categorie: rosso, viola su giallo e marrone su giallo. I più costosi erano quelli multicolore. Le trattative per i bulbi erano svolte all’interno di taverne e birrerie ma, nonostante ciò, i sistemi di scambio erano rigidi e codificati sulla scia della borsa di Amsterdam. La rarità dei bulbi fu data da un virus che attaccò questi causandone la decimazione e di conseguenza i prezzi dei bulbi di tulipano raggiunsero il prezzo di 10000 fiorini ognuno nel 1637 ed è proprio in quest’anno che i costi dei tulipani non si basano più sulla rarità degli stessi, ma sul loro peso e ciò portò ad un tasso di cambio così alto che il collasso del mercato divenne inevitabile. Possiamo riassumere gli eventi che hanno caratterizzato questo periodo di speculazione in una divisione per anno:
  •  Nel 1623, un singolo bulbo di una famosa varietà poteva costare più di 1.000 fiorini.
  • Nel 1635 viene registrata una vendita di 40 bulbi per 100.000 fiorini. Il record assoluto spetta al bulbo Semper Augustus che raggiunge 6.000 fiorini di quotazione.
  • Nel 1636 i tulipani sono negoziati ovunque, ogni città ha il suo centro di contrattazione e nei villaggi più piccoli ci si incontra nelle taverne per negoziare gli acquisti e le vendite. Questo incoraggia chiunque ad acquistare tulipani e molti realizzano ingenti fortune. Ma molti altri stanno per perdere ogni cosa.
  • Nel 1637, non si sa per quale precisa ragione, qualcuno iniziò a vendere senza riacquistare, trovando compratori disposti ad acquistare ma con sempre maggiore difficoltà.
Pertanto nel febbraio del 1637 il mercato dei tulipani crollò; in questo giorno i “florists” della taverna di Haarlem smisero di vendere ai prezzi del giorno prima e così gli acquirenti e gli investitori si allarmarono facendo crollare definitivamente il mercato. Ciò rese i bulbi invendibili a quei prezzi di sovrastima lasciando chi aveva acquistato i bulbi e non se ne era liberato sul lastrico a causa delle grosse cifre non più recuperabili ed a causa del fatto che molti, pur di speculare all’interno di questo mercato toro, avevano venduto i propri beni immobili. Molti speculatori fecero ingenti fortune a spese dell’avidità altrui, ma tanti altri fallirono.