La normativa italiana per l’Equity Crowdfunding

di Felice Marchese
Un primato, noi italiani, ce l' abbiamo. Ed è quello di essersi dotati primi in Europa di una normativa specifica per l’Equity Crowdfunding. La norma in questione è la 221/2012, recepita poi da un regolamento Consob del 26/06/13 con lo scopo di creare l’ambiente affidabile per lo sviluppo di questa pratica ai più sconosciuta in Italia. equity crowdfunding Vediamo di cosa si tratta e quale vuole essere lo scopo di questa normativa così all’avanguardia in Europa.
L’Italia è la Nazione il cui punto di forza è sempre stato il tessuto delle piccole e medie imprese. Il Credit Crunch ha di fatto in moltissimi casi azzerato la possibilità a tali imprese di finanziarsi attraverso il canale tradizionale bancario. L’equity crowdfunding permette quindi di finanziarsi collocando una parte della proprio capitale sociale attraverso portali Internet preventivamente autorizzati e i cui titolari sono soggetti a rigorose norme. In pratica più persone (folla, crowd) conferiscono somme di denaro (funding) e finanziano l’impresa. Sebbene in Italia esistano diversi modelli, di particolare e preminente interesse sembra essere quello specifico dell’equity, nato per favorire sopratutto le società di nuova creazione, innovative, che rispettano determinati requisiti di legge.La norma concede particolari agevolazioni e semplificazioni per favorire la nascita e lo sviluppo di queste particolarissime imprese. Nascono così anche in Italia i cosidetti incubatori di start up, società di capitali che hanno lo scopo di seguire dalla nascita passo passo lo sviluppo di queste nuove società e di offrire loro i migliori servizi possibili per incentivarne la crescita. Come dicevamo, le Start-Up innovative per finanziarsi emettono degli strumenti finanziari che, però, possono essere solo strumenti di capitale (azioni o similari) e di contro non possono essere strumenti di debito come per esempio le obbligazioni. Tali strumenti vengono collocati su appositi portali Internet gestiti da soggetti iscritti ad appositi registri e sono soggetti a vigilanza Consob. Tali portali possono essere di proprietà anche di Soggetti autorizzati ed iscritti di diritto nel registro come per esempio banche e SIM.
Un’ultima considerazione da fare è quella di sottolineare la rischiosità di tali  strumenti e pertanto bisogna considerare di investirci solo una piccola parte e di mettere in conto che la perdita potrebbe essere rilevante in quanto trattasi di aziende in una fase embrionale, senza un passato e senza un patrimonio. Il consiglio è quello di investirci solo in un ottica di diversificazione di portafoglio investito per la maggior parte in strumenti tradizionali in funzione ovviamente delle proprie esigenze ed obiettivi che dipendono anche dalla durata.
 

Storia della Banca d’Italia

di Felice Marchese   Prima del recente scandalo BPI-Antonveneta, i mass media e le normali fonti di informazioni non hanno mai spiegato che cos'è, come funziona e a chi appartiene la Banca Centrale Italiana. Prima di entrare nel merito, ricordiamo che le funzioni principali della Banca d'Italia, prima dell'introduzione dell'euro, erano: a) emettere il denaro ufficiale e decidere quanto emetterne e quanto ve ne debba essere sul mercato ( money supply); b) fungere da prestatore di ultima istanza (lender of last resort) per le banche in difficoltà finanziaria; c) fissare il tasso ufficiale di sconto; d) gestire i tassi di cambio internazionale; e) concedere le licenze per l'apertura di nuove banche di credito; f) disciplinare e vigilare sulle banche di credito, monitorare la correttezza del loro operato, anche nei rapporti col pubblico; g) provvedere all'acquisto dei titoli del debito pubblico rimasti invenduti (la BCE non ha questa funzione). Banca-Italia                

La Banca d'Italia è una banca a capitale privato e gestita in modo privato e nell'interesse dei suoi soci o partecipanti privati e senza alcun controllo democratico del Parlamento o del Governo. Con la legge bancaria promulgata nel 1994 dal Governo Ciampi, la Banca d'Italia viene rinominata, formalmente, "Istituto", mentre il suo capitale sociale passa da 200 a 300 milioni di lire. L'art 3 dello statuto (versione 2002) stabilisce: il capitale della Banca d'Italia è di 156.000 euro rappresentato da quote di partecipazione di 0,52 euro ciascuna. Questo capitale ha un ammontare chiaramente ridicolo. Ciampi, notoriamente, prima di diventare ministro, capo del Governo e Presidente della repubblica, era Governatore della Banca d'Italia, scelto dai finanzieri proprietari della medesima. La Banca d'Italia nasce con la legge n. 43 del 10 agosto 1893 dalla fusione di tre preesistenti banche e dalla liquidazione della Banca di Roma, dovuta a un colossale scandalo. La nomina dei suoi organi amministrativi e di controllo spettava e spetta all'assemblea dei soci o partecipanti, non al Governo né al Parlamento, come si spiegherà in seguito. nel 1926 il regime fascista riservò alla Banca d'Italia in via esclusiva la funzione di emettere valuta di Stato. Con una serie di norme tra il 1938 e il 1994 si arrivò ad attribuire alla Banca d'Italia la denominazione di "Istituto di diritto pubblico", sebbene in realtà restasse privata a tutti gli effetti; la totale indipendenza dal controllo pubblico, il potere di fissare sia il tasso di sconto che la ragione dello sconto (quanto percentualmente la Banca anticipa allo Stato sui titoli del debito pubblico che questo le presenta da scontare). Lo statuto del 1948 (nascita della Costituzione), controfirmato da Enrico De Nicola e Alcide de Gasperi, afferma che la Banca d'Italia è un Ente pubblico, e l'art. 3 sancisce che la maggioranza debba essere pubblica e i soci che compongono la maggioranza debbano essere a loro volta a maggioranza pubblica. La banca d'Italia si trovava, fino alla sua riforma del 16 dicembre del 2006, pesantemente fuori dai requisiti di legge, poiché era, come è, quasi completamente posseduta da gruppi bancari e assicurativi totalmente privati. I soci azionisti della Banca d'Italia sono, all'85% circa, banche private; al 10% assicurazioni private.

Queste percentuali sono state ricavate da un'indagine di FAMIGLIA CRISTIANA del 4 gennaio del 2004 e da IL SOLE 24 ORE con un'operazione di spulcio tra la contabilità delle banche e assicurazioni azioniste della Banca d'Italia, che sono, fortunatamente per noi, ancora tenute a dire dove investono i nostri soldi.

Felice Marchese, Seconda Università degli Studi di Napoli

Bolle vecchie e nuove, bolle ovunque

di Federico Giovanni Rega Nella storia dell’economia, il primo caso registrato è la speculazione sui bulbi di tulipano nell' Olanda  del XVII secolo. Le varietà più rare di tulipano divennero uno status symbol per le classi più agiate e videro crescere le proprie quotazioni a livelli estremamente elevati, fino a 10 volte il reddito annuale di un artigiano specializzato, prima del crollo del prezzo a circa un decimo del valore massimo. E oggi? Brasile, Colombia, USA. Mercato immobiliare, mercati obbligazionari, petrolio, oro, Internet, social, auto. Bolle, bolle vecchie e nuove, bolle ovunque. Ma, come spesso amo introdurre, partiamo dal principio. Cos'è una bolla? Mi piace dare, o meglio, provare a dare definizioni alle cose. Stavolta voglio affidarmi alle (quasi) certezze: il dizionario e due premi Nobel, Robert J. Shiller (nel 2000 scrisse Esuberanza Irrazionale, spiegando, tra l'altro, come si formano le bolle speculative e avanzando ipotesi e previsioni su eventi futuri - la crisi causata dai mutui subprime - dimostratesi esatte, purtroppo) e Eugene Fama. Il dizionario definisce «bolla», in senso figurato, «qualcosa di fragile, inconsistente, vuoto o senza valore; un’esibizione ingannevole. Dal XVII secolo il termine è spesso applicato a schemi commerciali e finanziari illusori». Il problema è che termini come «esibizione» e «schemi» lasciano intendere una creazione deliberata, più che un fenomeno sociale ampio che avviene senza la regia di nessuno. Forse è la parola «bolla» che è usata con troppa leggerezza. È quello che pensa Eugene Fama. Secondo Fama, principale sostenitore della «teoria del mercato efficiente», le bolle non esistono. In un’intervista rilasciata nel 2010 a John Cassidy del New Yorker diceva: «Non so nemmeno cosa vuol dire una bolla. Sono parole diventate di moda, ma che secondo me non hanno senso». Nella seconda edizione del libro Irrational Exuberance, si legge che, secondo Shiller, una bolla è «una situazione in cui la notizia di un incremento di prezzo stimola l’entusiasmo degli investitori, che si diffonde per contagio psicologico di persona in persona, ingigantendo storie capaci di giustificare l’incremento di prezzo». Tutto questo attira «un ventaglio sempre più ampio di investitori che pur nutrendo dubbi sul valore reale dell’investimento ci si lanciano ugualmente, in parte per invidia del successo di altri e in parte per il brivido dell’azzardo». "Il contagio psicologico - continua Shiller - favorisce un atteggiamento mentale che giustifica gli incrementi di prezzo, tanto che partecipare alla bolla può quasi essere definito un atto razionale. Ma non è razionale". L'autore paragona le bolle speculative alle epidemie: "il caso dell’influenza ci insegna che può apparire all’ improvviso una nuova epidemia proprio mentre un’epidemia precedente sta regredendo. Lo stesso succede con le bolle speculative: se emerge una nuova storia sull’economia e se questa nuova storia ha una forza narrativa sufficiente a scatenare un nuovo contagio nella mentalità degli investitori, allora entra in scena una nuova bolla speculativa. È quello che successe con il boom del mercato negli Stati Uniti degli anni Venti, che toccò l’apice nel 1929. Concepire le bolle come un periodo di crescita spettacolare dei prezzi seguito da un repentino punto di svolta e poi da uno schianto definitivo e di vaste proporzioni significa distorcere questi precedenti storici: in realtà, dopo il “martedì nero”, ci fu un grosso boom dei prezzi reali delle azioni negli Stati Uniti che nel 1930 li riportò in parte indietro ai livelli del 1929; seguì un secondo crac, un altro boom dal 1932 al 1937 e poi un terzo crac"
Le bolle speculative non terminano come un racconto, un romanzo o un’opera teatrale. Non c’è uno scioglimento finale che riconduce tutti i fili di una narrazione verso una conclusione a effetto. Nel mondo reale, non sappiamo mai quando una storia è finita.
Andrea Beltratti, Università Bocconi, ci offre un'ottima ma sintetica analisi del volume di Shiller e introduce così, con un quesito chiave: fra i fenomeni che appaiono incomprensibili alla scienza economica, uno ha catturato in particolare l’attenzione degli economisti finanziari: perché il mercato azionario negli Stati Uniti ha offerto un rendimento medio annuo così elevato (pari a circa l’8% in termini reali) per gran parte del ventesimo secolo? "Il volume di Shiller è - sostiene il prof. Beltratti -  una sintesi non-econometrica dei vari risultati econometrici delle analisi di Shiller e vari coautori nel giro degli ultimi venti anni, arricchita da spunti tratti dalla psicologia e dalla sociologia. Tali spunti possono non costituire una teoria per gli economisti, ma suggeriscono certamente che forse sarebbe il caso di estendere il modello utilizzato per la descrizione del comportamento umano per tenere conto di fattori che rappresentano solida evidenza scientifica in altre discipline. Il volume comprende cinque parti principali: i fattori strutturali, i fattori culturali, i fattori psicologici, le possibili interpretazioni dell’euforia, le proposte di interventi. In estrema sintesi, la tesi metodologica di Shiller è che l’andamento delle quotazioni azionarie non possa essere compreso se non in minima parte dai modelli standard degli economisti, e che sia necessario utilizzare concetti provenienti da altre discipline scientifiche. La tesi interpretativa è che il mercato azionario negli Stati Uniti sia all’inizio del 2000 ad un livello “troppo” elevato, non giustificabile dalle variabili fondamentali". bolle specu Tutti, o quasi, avranno letto almeno una volta dello scoppio dei famosi mutui subprime, la bolla immobiliare più grande di tutti i tempi (Shiller). Si potrebbe dire che ora viviamo in un mondo del dopobolla? Ahimè, ahinoi, no. Le bolle americane ( e non solo, vedi Brasile e Colombia) cominciano a essere - sette anni dopo l'esplosione di quella sui mutui immobiliari subprime che ci trascinò nella Grande recessione mondiale - davvero troppe. C'è quella dei prestiti a creditori spesso poco affidabili sulle automobili (905 miliardi di dollari di debito complessivo): a raccontare la «bubble cars» è l’edizione online del quotidiano The New York Times che ha ricostruito numerosi casi di americani squattrinati se non addirittura già falliti a cui società finanziarie di primo piano hanno messo a disposizione decine di migliaia di dollari per comperare macchine di lusso. Negli States non è poi così difficile avere credito. C'è la bolla dei prestiti d' onore agli studenti universitari (1.100 miliardi di dollari con tassi di mancata restituzione che viaggiano all'11%), quella sui titoli biotech e quella sui social network. Quest'ultime sono state messe in evidenza dal presidente della Federal Reserve, Janet Yellen in persona nella testimonianza davanti al Congresso quando ha parlato di valutazioni «piuttosto stiracchiate», «substantially stretched», riferendosi ai prezzi di alcuni titoli, anzitutto social media e biotech. Se l'avvertimento arriva da un presidente della Fed che delle politiche espansive a sostegno della crescita è stato un sostenitore, allora qualcosa di vero c'è (Il Sole 24 Ore). Potremmo concludere amaramente che, proprio come sostiene Shiller, le bolle non finiscono mai. Come in un ciclo senza fine, come nell' uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo esoterico della ciclicità del tempo. Come in quel nietzschiano eterno ritorno dell'uguale,  le bolle, ops...volevo dire epidemie finanziarie sembrano davvero morire e rinascere, ripetersi, cambiare volti e prime donne, eppur non terminare mai Fonti e riferimenti bibliografici: Beltratti, A., Analisi d'opera "Euforia irrazionale" & Rassegna bibliografica, pp.116-118  - disponibile su: www.rivistapoliticaeconomica.it Blanchard, Giavazzi, Amighini; Scoprire la macroeconomia II Un passo in più, Il Mulino, 2011 Cassidy, J., “Interview with Eugene Fama”, New Yorker, January 2010 Nietzsche F. W., Così parlò Zarathustra, 1883 Shiller R.J., Irrational Exuberance, Princeton University Press, 2000 Articoli consigliati, link utili: http://www.italiainprimapagina.it/dopo-le-case-le-auto-nuova-bolla-in-usa/ http://keynesblog.com/2013/10/15/le-mille-bolle-dei-mercati-finanziari/ http://www.econ.yale.edu/~shiller/ http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economic-sciences/laureates/2013/shiller-facts.html http://www.businessinsider.com/robert-shiller-2013-econ-nobel-prize-2013-10

Il trading può essere insegnato oppure no? The Turtle Experiment

di Federico Giovanni Rega   trading foo     Partiamo dal principio: trading  è un termine inglese che letteralmente significa "negoziazione". In ambito finanziario fare trading significa acquistare o vendere un qualsiasi strumento finanziario, in altri termini è l’attività di negoziazione che effettua principalmente il Trader (fonte: www.traderpedia.it). Tra le più comuni tipologie, forse la più attuale e rilevante è il trading online. Per quest'ultimo s'intende la possibilità di operare sui mercati finanziari, comodamente da Internet. Seduti davanti al nostro PC o tablet possiamo controllare e verificare direttamente l'andamento dei mercati, in qualsiasi momento e molto più celermente. Veniamo però a noi, al dilemma amletico che titola queste righe. Nel lontano 1983, un famoso commodity trader, Richard Dennis, era attanagliato da un dubbio: trader si nasce o si diventa? Proprio su tale dubbio nacque una disputa con un amico di vecchia data, Bill Eckhardt. Costui era convinto che il trading non si potesse insegnare, come in un sistema meccanico composto da regole basilari ferree. I due reclutarono un team di allievi, le tartarughe (turtles), una decina di persone da una lista di oltre 1000 che risposero alle inserzioni sul Wall Street Journal e sul New York Times. Diedero vita a quello che è conosciuto come The Turtle Experimentinsegnarono loro ciò che sapevano sul trading durante due settimane di full immersion. Quindi diedero loro un piccolo conto in denaro vero e li osservarono per un mese. Nei quattro anni successivi le “tartarughe” segnarono performance impressionanti: guadagnarono in media l'80% l'anno. Richard Dennis aveva quindi dimostrato che, definendo un semplice set di regole, (un trading system), fornito a persone che che non avevano alcuna esperienza di mercati, poteva farne degli eccellenti traders. Il Turtle Trading System non lasciava niente al caso o alla decisione individuale, era un set di regole meccaniche e curava ogni aspetto del trading:
  • Mercati: su cosa operare (mercati liquidi, con molti scambi)
  • Dimensionamento della posizione: quanto comprare e quanto vendere
  • Entrate: quando comprare o vendere
  • Stops: quando uscire da una posizione in perdita
  • Uscite: quando uscire da una posizione in guadagn
  • Tattica: come.
Fonti e riferimenti bibliografici: http://www.traderpedia.it/ Il trading online, L'utilizzo della tecnologia per investire sui mercati, a cura di Andrea Gennai, "Le guide di Plus24", Il sole 24 ore The original Turtle Trading Rules, Original Turtles