Dinamiche e misurazione della Corporate Social Responsibility – Una sfida possibile?

di Nicola Trillo, Università degli studi di Verona

I maggiori problemi che un manager deve fronteggiare quando ci si riferisce a comportamenti responsabili d’impresa sono legati alla misurabilità dei vantaggi potenziali e dei costi certi che una tale scelta comporta. Un conflitto di interessi tra il gruppo di shareholders e la governance potrebbe divenire inevitabile nell’ottica di implementazione di strategie “socialmente responsabili”. Le implicazioni tra CSR e performance d’impresa sono oggi quanto mai evidenti: un rapporto Ipsos del 2013 afferma che, attraverso ricerche condotte, il 77% degli intervistati ha dichiarato che le aziende dovrebbero fare di più per il territorio e per la società; il 73% degli intervistati da Reputation Institute ha dichiarato di aver innescato e di avere intenzione di innescare in futuro un passaparola positivo riguardo le aziende socialmente responsabili. Come deve comportarsi un manager al bivio tra CSR & CSI? Da un punto di vista olistico, gli approcci possibili producono una dicotomia: da una parte vi sono i sostenitori della tesi secondo cui l’azienda non deve preoccuparsi di “restituire” al territorio quanto da esso ha preso, proprio perché si sottintende l’esistenza di un sistema normativo di contrappesi perfetto a contenere gli istinti di massimizzazione del profitto delle aziende; dall’altra, crescono esponenzialmente le convinzioni riguardo la Corporate Social Responsibility come essenziale driver della crescita del business.

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The Solitude Of Prime Bankers: Rethinking The Central Bank

This article was originally published here: http://themarketmogul.com/solitude-prime-bankers-rethinking-central-bank/ Protagonists, but alone. In this overturned economic world, where everything plummets – prices (and thus inflation), interest rates, GDPs, the morale of central bankers is also falling.  The independent banker, authoritative and transparent, as described by the Monetarist school, from the economics literature to the Maastricht Treaty, has an internal flexibility problem: he should reinvent himself. Nowadays, prime bankers represent the game changers. Risultati immagini per mario draghi

Central Banks’ Balance Sheet Expansion

In the wake of the crisis, the figure of the central banker – as understood by Monetarists – independent and autonomous, becomes obsolete. The main issue is no longer inflation control, an old obsession. There is no recovery in the financial system nor is the economic cycle investing. Central Banks gradually become the unique active crisis managers: they take on a new (never completely explained) goal, they tend to keep the whole banking system alive, saving it from collapsing and reducing the probability of default. Central banks provide the system with liquidity for a longer time horizon (almost in a “buy to hold” attitude) and accept assets of questionable value as collateral. The ECB has become the biggest game changer. Thus central banks are taking on a neo-Keynesian or Minskyan role of “shock absorbers.” Given the pressing fiscal constraints at an EU level, the ECB achieves centrality and control in the management of the global crisis. Its balance sheet has hugely expanded with quantitative easing (QE) and collateral swaps operations. This reflected the huge increase of liquidity provision and an enlarged intermediation role, with central banks acting as support to banks and financial markets. Interbank market and more generally financial market functioning were impaired, and central banks entered the field. New operations were geared to address the malfunctioning of the monetary policy transmission mechanism. The central bank operates through a change in the composition of assets and liabilities or through an expansion of total assets and liabilities, or a combination of both. This has been the case for all major central banks recently: they have modified the quantity and type of risk to which they are exposed. Risultati immagini per central bank balance sheet expansion  

The Fall Of Lehman Brothers’ And Its Aftermath

After the Lehman Bros collapse, the crucial aspect was the lack of confidence among banks which led to a near paralysis of mutual credit lines. Banks were unwilling to lend money to each other for fear of not being paid back, a dramatic shift that froze credit markets and caused borrowing rates for banks and businesses to skyrocket. The collapse of Lehman Brothers was so shocking, it triggered a financial tsunami of such magnitude that it was compared to the Great Depression. Going beyond responsibilities about cross-border and shadow banking, central banks decided to intervene on the toxic nature of assets on balance sheets to reset the confidence, pursuing exceptional goals. The main unconventional operations put in place were QE, long-term refinancing operations and outright monetary transactions.

A Central Bank-Led Capitalism?

That equidistant and impartial ECB independence (self-proclaimed ten years ago) seems to turn into an inclination to coordinate the whole EU economic policy: a take-all bank. The literature has also created a new definition of the economic system: a central bank-led capitalism. In a recent article, Alan M. Taylor, an economics professor at the University of California, warned about future central banks’ independence:
“A chief criticism of central banks is that the more they do to stave off deflation – with tools such as negative interest rates quantitative easing – and reinvigorate their economies, the closer they move to fiscal policy. That could lead to a <rapid evolution, or perhaps revolution> of central bank mandates.” tweet
Several times the ECB President, Mario Draghi, has warned about the solitude of the central banker: the ECB did and will do “whatever it takes” but this is not sufficient. A continuous expansionary monetary policy without support from governments and their tax policies will not bring about the end of the crisis. In conclusion, no man is an island (John Donne dixit) and the prime bankers need the collaboration of governments.

Come le nuove tecnologie cambiano il mondo

di Eduardo Belli

La nascita di Internet risale all’ultimo secolo dello scorso millennio. L’introduzione di tali nuove tecnologie ha sempre affascinato ed è sempre risultata essere fonte di cambiamenti a livello globale di carattere economico, tecnologico, sociale etc… Sebbene non fosse pratica diffusa, il web è stato per molto tempo utilizzato al solo scopo di scambiare informazioni (mentre oggi possiede numerose funzioni).  Con l’arrivo del nuovo millennio lo sviluppo tecnologico, in particolare in materia informatica ha condotto, e  sta conducendo, ad un cambiamento epocale della visione del mondo in tutti i suoi profili esistenti portando l'umanità in un vero e proprio nuovo mondo. La nascita dei social media, delle piattaforme di scambio e di tutte le altre fonti (ormai) esistenti ha prodotto un fortissimo impatto su tutta l’economia. In particolare l’accesso a fonti di crowdsourcing, crowdfunding e più in generale alla sharing economy hanno modificato i modelli di  business e più in generale l’economia a livello mondiale. L’ampia, variegata e sempre più repentina condivisione di informazioni produce forti impatti sulle asimmetrie informative conducendo ad una riduzione in tutti i settori e a tutti i livelli il moral hazard e l’adverse selection incrementando la concorrenzialità delle imprese presenti sui mercati, comportando la riduzione dei prezzi di beni e servizi offerti. lavoro-freelance-6-consigli

L’utilizzo di tali tecnologie, e dei comportamenti derivanti dal loro utilizzo, sta producendo un ampliamento esponenziale e sempre più rapido dei mercati verso il livello successivo (da locale a regionale, da regionale a nazionale, etc…). Ciò conduce ad una internazionalizzazione delle imprese sempre più frequente, repentina ma soprattutto possibile, incidendo in maniera consistente sulla concorrenza. La possibilità per gli imprenditori di poter accedere, a costi sempre minori (talvolta nulli), alle conoscenze necessarie per la nascita, sviluppo e  proseguimento del proprio business permette  da un lato l’allargamento del mercato del lavoro e ad una trasformazione delle mansioni necessarie alla sopravvivenza di un’impresa e dall’altro  allo sviluppo di una prospettiva sempre più indipendente del lavoro andando ad erodere la filosofia ottocentesca del rapporto tra l’imprenditore e i dipendenti (aspetto che non ha solo implicazioni positive poiché può portare alla riduzione, in certi casi, dell’organizzazione aziendale). Questa prospettiva , ormai parte del sistema economico che conosciamo, è molto distante dal profilo e dal framework tipico del fattore lavoro come è stato anticamente immaginato. Ne deriva che lo sviluppo di tale riflessione a livello sistemico può condurre a grossi cambiamenti a livello legislativo e spostamenti macroeconomici nel mercato del lavoro. Nel primo caso il mutamento dei rapporti lavorativi produrrà la necessità di notevoli innovazioni in campo contrattuale non solo a livello nazionale ma, data la portata del fenomeno, anche a livello internazionale.arton34752

 Altro punto di vista particolarmente interessante è quello macroeconomico. La progressiva compressione dei prezzi dovuta alla riduzione delle asimmetrie informative e alla sempre crescente forza contrattuale della domanda provoca l’abbassamento dell’inflazione e delle sue previsione future. Di qui il necessario adeguamento degli obiettivi di inflazione, per i risultati macroeconomici perseguiti dalle istituzioni, e di conseguenza di tutti gli indici di riferimento della situazione economica italiana, europea e mondiale. Tutti questi sviluppi potrebbero condurre ad una reale rivoluzione del sistema capitalistico, dell’intero panorama economico mondiale e della cultura sociale che conosciamo.

Quinto Rapporto sulle Imprese Industriali nel Mezzogiorno, un resoconto

La grande crisi iniziata nel 2008 perdura fino al 2014 con un fatturato che dopo una ripresa nel 2011–2012 è nuovamente sceso al di sotto dei livelli del 2008. E’ quanto emerge dal quinto Rapporto sulle Imprese Industriali nel Mezzogiorno prodotto dalla Fondazione Ugo La Malfa -  in collaborazione con Mediobanca - e presentato venerdì 22 aprile presso il Dipartimento di Economia della Seconda Universita' di Napoli con il direttore Clelia Mazzoni. Al tavolo hanno preso parte, oltre alla direttrice del Dipartimento che ha sottolineato come la presentazione rientri in quelle attivita' formative didattiche volte a trasferire agli studenti una formazione a 360 gradi, Giorgio La Malfa, Paolo Savona,  il presidente della Matching Energies Foundation Marco Zigon e i docenti del Dipartimento di Economia Enzo Maggioni, Amedeo Lepore e Mario Mustilli. Tutte le foto della Presentazione sono disponibili nella Pagina Facebook ufficiale del Dipartimento: https://www.facebook.com/EconomiaSunCapua Il Rapporto, sollecitato anche a suo tempo dall’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per mettere in campo qualcosa in grado di rilanciare il Mezzogiorno, contiene tre gruppi di dati: quelli di bilancio e di conto economico per il periodo 2008 -2014 di 125 imprese industriali, grandi e medie, con sede nel Mezzogiorno, che fanno parte della rilevazione annuale di Mediobanca sulle principali societa’ italiane; dati di bilancio e di conto economico 2008-2013 di tutte le imprese di medie dimensioni (con fatturato da 16 a 355 milioni di euro e numero di dipendenti fra 50 e 499) annualmente censite da Mediobanca–Unioncamere e la localizzazione settore di attivita’e numero di occupati degli stabilimenti ubicati nel Mezzogiorno con piu’ di 500 dipendenti. Si tratta di dati originali non disponibili altrove - consultabili anche sul sito della Fondazione con tutti i dettagli - che consentono di fare il punto sia sulla situazione della congiuntura economica, sia sulla struttura industriale del Mezzogiorno. Un'analisi che ha colmato un gap: mai nessuno, prima della Fondazione, aveva raccolto i bilanci delle imprese del Mezzogiorno. Cosi' come riportato nella sintesi del Rapporto,  i bilanci del gruppo di aziende medie e grandi chiudono in forte perdita (1.6 miliardi di euro su un fatturato di 45 miliardi di euro). Cala l’occupazione, scesa da 76.000 nel 2008 a poco meno di 70.000 unita’. Rimane all’incirca pari al 33 per cento la parte del fatturato destinata alle esposizioni. Dai dati della Fondazione, risulta la presenza esigua di medie imprese nel Mezzogiorno in confronto al resto del paese: si tratta di 245 imprese su 3265 nell’Italia nel suo insieme, pari al 7,5 per cento. La crisi ha comportato una flessione del numero sia a livello nazionale che nel Mezzogiorno dove vi erano 4097 imprese medie nel 2008 in Italia, di cui 357 nel Mezzogiorno. Le 245 Imprese medie sono prevalentemente concentrate in tre regioni: Campania (90), Puglia (50), Abruzzo (46). Nelle altre regioni si scende a numeri trascurabili. Negli anni il calo più forte si e’ manifestato in Abruzzo a seguito della crisi del settore auto (da 81 nel 2008 a 46 nel 2013).Il censimento degli stabilimenti con piu’ di 500 dipendenti indica che i dipendenti complessivi di questo comparto sono scesi da 91.000 circa nel 2010 a 82.000 circa nel 2014. Raggruppando i dati del Rapporto si puo’ stimare l’occupazione industriale nel Mezzogiorno nelle Imprese medie e grandi. Si tratta circa di 113.000 dipendenti su una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti. “Ne emerge una situazione difficile che richiederebbe un intervento decisivo del Governo che era stato promesso lo scorso anno quando il presidente del Consiglio annuncio’ un grande piano per il Mezzogiorno, di cui poi si e’ persa traccia - spiega Giorgio La Malfa, presidente della Fondazione  - Un dato positivo, pero’, in questo Rapporto esce, ovvero che le imprese medie che ci sono hanno andamenti economici simili a quelli del resto d’Italia, questo vuol dire che non e’ difficile fare impresa nel Mezzogiorno ma occorre una politica di assistenza e aiuto”.

Una Crisi di Valutazione

Breve cronistoria della crisi economico-finanziaria del 2008 con particolare riferimento della valutazione dei titoli obbligazionari A cura di Salvatore Bragliola Metaforicamente una crisi possiede le medesime caratteristiche di un violento terremoto: un evento sismico di grande portata infatti viene solitamente anticipato da quelle che in gergo tecnico chiamano “luci sismiche” e che possiamo tranquillamente ricollegare a quella molteplicità di fenomeni che precedono un crollo colossale. Quella che fondamentalmente ha accompagnato (e generato) la grande crisi del 2008 è stata la bolla speculativa scoppiata nel mercato immobiliare americano che ha praticamente rovesciato un vaso ormai colmo (o vuoto, si pensi al valore intrinseco quasi nullo degli ormai noti mutui Subprime) che ha rivelato al mondo intero la meschinità di un gioco, quello finanziario, che purtroppo è totalmente egoista nei confronti di quella che è l’unica certezza di una famiglia: la propria abitazione. Volendo ripercorrere il percorso di nascita del Big Fail, bisognerebbe partire dalle grandi società di ingegneria finanziaria Europee; precisamente in Gran Bretagna, dove venivano impacchettati i primi mutui immobiliari, trasformandoli in obbligazioni. Questo processo di cartolarizzazione (trasformare in carta un mutuo) nato a Londra è stato adottato in primis negli USA (era il lontano 1975 quando Bank of America effettuava la prima operazione di cartolarizzazione al mondo) e conseguentemente anche in Europa dalle principali banche che di fatto trovavano numerosi vantaggi nel detenere e rivendere questi mutui subordinati. Questo fenomeno ha portato alla creazione di una vera e propria bolla speculativa che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni prima del default, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i mutui vengono o almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo stesso. Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano scesi profondamente, e le quotazioni vennero sospese; ed a seguito di questo crollo che diverse Banche americane dichiararono bancarotta (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington per citarne alcune), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità all’interno del sistema economico-finanziario. Molti economisti si sono interrogati sulla gravità di quei fallimenti, in particolare del crollo di Lehamn Bros., e sulle possibili cause: Luigi Zingales, editorialista del Sole 24 Ore e professor of Entrepreneurship and Finance presso la University of Chicago Booth School of Business, considera il crollo di Lehman Brothers come “il risultato della sua aggressiva leva finanziaria e della forte dipendenza dal finanziamento mediante il debito a breve termine” in un contesto di crisi generale. Le agenzie di Rating Un’altra (delle tante) causa collegata alla genesi del default è data sicuramente dal sistema di attribuzione di valutazioni. Parliamo delle agenzie di Rating, ovvero quelle società che stimano il grado di rischio di inadempienza relativo ad un determinato debitore (sia esso un soggetto privato o un soggetto pubblico, come può essere anche uno Stato) classificandolo secondo una scala di valutazione che viene espressa con le lettere che vanno dalla A (che segna un’elevata capacità di ripagare il debito) fino a D (società insolvente). Le responsabilità che ricadono su queste società sono enormi e gravi le accuse formulate soprattutto nei confronti delle tre agenzie Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch che si spartiscono oltre il 90% del mercato delle valutazioni. Può quindi assegnare una pagella, chi ha la propria di pagella insufficiente? Alcuni errori storici delle agenzie di rating:
Azienda/Investimento Data Valutazione assegnata
Lehman Brothers Settembre 2008 A2, A, A+
Parmalat Dicembre 2008 BBB-
Bond Argentina Dicembre 2000 B1, BB
FONTE: Elaborazione dell’autore su dati Barolini Andrea, 2009, Standard & Co., le grandi declassate   Il conflitto di interessi è una delle accuse più gravi (mancata trasparenza e assenza di regolamentazione le altre due) che ad esse è stata attribuita e nasce dal fatto che le agenzie sono pagate dagli stessi emittenti dei titoli a cui dovrà essere assegnata la valutazione del rischio. In alcuni casi, inoltre, da arbitri “terzi” le agenzie si sono spinte anche a fornire consulenza per l’elaborazione di prodotti finanziari sempre più complessi, al punto da poter esser legalmente considerati underwriter, cioè sottoscrittori. In merito alla mancanza di trasparenza (probabilmente la peggiore accusa) e della manica larga nell’elargizione del rating, è doveroso richiamare i risultati di un’inchiesta condotta nell’estate del 2008 dal CFA Institute, un’associazione indipendente che promuove e amministra il programma internazionale di certificazione, che alla domanda su cosa spingesse le agenzie ad agire sul filo della regolarità e anche oltre, il 51 per cento degli intervistati ha risposto che la motivazione risiede nella minaccia che gli emittenti trasferiscano in futuro l’attività di analisi sul rating ad altre agenzie; mentre per un altro 17 per cento, sarebbe la promessa di portare ulteriore lavoro all’agenzie la ragione alla base della manipolazione del giudizio. In tanti ci ripetono che per uscire dalla crisi serve una consistente iniezione di fiducia. E’ quindi indispensabile rivedere alcuni meccanismi chiave dei sistemi finanziari? Sicuramente, e tra i primi a dover cambiare radicalmente sono quelli che attengono proprio alle agenzie di Rating e alla loro anarchica regolamentazione.  

Un anno di Quantitative Easing

di Eduardo Belli A quasi un anno dall’inizio del QE europeo i risultati non sono quelli sperati. La liquidità non è completamente giunta all’economia reale, i tassi hanno raggiunto valori negative, limando i margini di interesse, e le aspettative di inflazione sono state fortemente ridimensionate. Possiamo trovare le motivazioni di tali risultati ripercorrendo tutto il 2015 e soffermandoci sugli eventi che hanno inciso e influenzato lo stimolo alla ripresa. Il Quantitative Easing sotto la forma di APP parte già il 21 Novembre 2014 con l’inizio dell’ABSPP (Asset-Backed Security Purchase Programme). Alla fine di Marzo 2015 vengono lanciati dalla BCE anche le ulteriori manovre della politica monetaria: CBPP (Covered Bond Purchase Programme) e PSPP( Public Sector Purchase Programme). Il primo effetto prodotto fu il miglioramento delle aspettative riguardo le più importanti variabili macroeconomiche, in particolare gli indici target della BCE: inflazione, PIL, tasso disoccupazione. L’inflazione, che fino a quel momento seguiva un andamento negativo, ritrova il segno positivo attestandosi intorno al +0,1%. I titoli governativi di alcuni degli stati sovrani (Germania) raggiungono rendimenti negativi e l’Euro si deprezza. Nei mesi successivi gli effetti cominciano ad essere evidenti: aumento del 3% di prezzi azionari, dando slancio ai mercati finanziari, e il costo del funding per gli istituti di credito viene ridotto dello 0,48%. Nonostante ciò gli eventi congiunturali hanno minato la stabilità, la crescita e i risultati del QE. La crisi Greca prima e quella Cinese poi hanno influenzato non soltanto i risultati conseguiti ma hanno anche intaccato le aspettative, fino ad allora positive. In Europa gli accadimenti greci colpiscono i listini azionari e il mercato dei bond governativi. L’utilizzo della moneta europea come valuta di finanziamento per l a risoluzione della crisi in Cina ha compromesso i risultati valutari e di conseguenza l’Export, il quale nel 3° trimestre del 2015 è in rallentamento rispetto ai periodi precedenti (0.2% da 0,8%). In concomitanza con tutto ciò la forte riduzione del prezzo del petrolio frena la crescita dell’inflazione, abbassando le aspettative inflattive dei mercati. Ad Ottobre il presidente della BCE Mario Draghi annuncia la possibilità di espandere l’APP e contrastare gli effetti congiunturali (nel caso fossero divenuti sistemici). L’annuncio garantì un miglioramento delle aspettative e la riduzione del costo del petrolio cominciò ad essere motivo di incremento della domanda e del consumo. Il 3 Dicembre 2015 il Board della BCE annuncia l’estensione della manovra di politica monetaria nel tentativo di affinare i risultati dell’anno. Ma l’ulteriore taglio dei tassi d’interesse e l’estensione della manovra fino al 2017 non hanno soddisfatto le attese dei mercati finanziari, i quali hanno reagito istantaneamente con il rialzo del prezzo valutario (rispetto al dollaro) del 2,6%. Alla fine del 2015 parte dei risultati ottenuti in termini reali e di aspettative sono stati fortemente ridotti dalla riduzione dei listini azionari. Nuovamente la BCE si trova a dover modificare la politica intrapresa annunciando un ampliamento significativo da effettuarsi entro gli inizi di Marzo. L’inizio del 2016 è caratterizzato dalla crisi bancaria dovuta alla modifica della normativa bancaria e all’introduzione del Bail-in. Essa ha fortemente indirizzato i mercati, trainati dai titoli bancari, fino a Marzo. All’8 Marzo 2016 i listini europei perdono in media il 7,5% da inizio anno (FTSEMIB il 15,68%). Il 10 Marzo la Banca Centrale Europea ha alzato l’importo introdotto mensilmente nel sistema ad 80MLD , tagliato i tassi d’interesse sui depositi fino a -0,40%, tagliato i tassi d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale fino a 0,25%, annunciato nuove LTRO, annunciato l’acquisto di corporate bond di società non finanziarie. E’ attraverso tale modifica della manovra che l’istituzione di politica monetaria ha voluto dare un forte segnale ai mercati, alle imprese e alle banche. https://buffer-pictures.s3.amazonaws.com/3f159d86aac77da30736fd59250c8443.7a851518af565ef1c0b4afc9fe18a2a2.jpg

La crescita economica, questa sconosciuta

di Federico Giovanni Rega
    L’economia italiana si era “miracolosamente” sviluppata a ritmi brillanti dal dopoguerra ai primi anni Settanta. Da allora ha prevalso una tendenza al rallentamento. Essa è colta da tutti gli indicatori: reddito (assoluto e pro capite, effettivo e potenziale), consumi, produttività, esportazioni (...) Dal primo trimestre del 2001 al terzo del 2003 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla: la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo. La questione economica della società italiana torna a proporsi in tutta la sua gravità, in tutto il suo spessore, come un problema di crescita. Pierluigi Ciocca (1)
  La crescita e lo sviluppo economico Dai magazine e quotidiani economici (e non) all'edizione serale del tg, si parla spesso di crescita economica, ma di cosa parliamo? La crescita del sistema economico è un fenomeno ed obiettivo di medio – lungo periodo di politica economica che consiste nel favorire l'incremento del potenziale produttivo (misurata come aumento del Pil reale o del Pil reale pro-capite) e l'aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezzaconsu-miproduzione di merci, erogazione di servizi,occupazionecapitalericerca scientifica e innovazione tecnologica, contrapponendosi invece a situazioni opposte di stasi e crisi economica quali stagnazione (nulle o modeste variazioni del prodotto interno lordo) e recessione (livelli di attività produttiva, ossia PIL, più bassi). Può essere favorita da politiche economiche di sostegno ad esempio attraverso forme di incentivi o sgravi fiscali ad aziende e consumatori, incremento della spesa pubblica, finanziamento della ricerca. [caption id="attachment_310" align="alignleft" width="760"]760px-World_GDP_Capita_1-2003_A.D Data Source: Angus Maddison's "World Population, GDP and Per Capita GDP, 1-2003 AD[/caption]   [caption id="attachment_311" align="alignleft" width="960"]crescita per 2030 World GDP Growth by 2030 Source: A. Lepore, "Globalizzazione: storia, questioni e prospettive"[/caption] La crescita del prodotto nazionale non va confusa con il concetto di  sviluppo. I due concetti sono abbastanza simili, ma contengono differenze rilevanti. Il primo è prettamente quantitativo, mentre il secondo comprende anche elementi qualitativi. Per sviluppo economico intendiamo riferirci ai fenomeni economici, sociali e culturali che si accompagnano alla crescita del reddito pro-capite e per misurarlo occorre fare riferimento, oltre al reddito pro-capite, ad indicatori quali la distribuzione del reddito, l’istruzione, il tasso di alfabetizzazione, ecc. La crescita economica è dunque un elemento dello sviluppo economico. Teoria della crescita, da Solow alla New Growth Theory  Dalla notte dei tempi, da Adam Smith in poi insomma, gli economisti si sono sempre occupati della crescita delle nazioni, ma è solo negli anni Cinquanta che Abramovitz e Solow (1956) (2) dimostrarono che il 90% della crescita economica non era spiegabile attraverso le misure convenzionali di capitale e lavoro. La parte residua doveva riflettere la crescita della produttività, più che la quantità dei fattori produttivi. Il dibattito sulla crescita è ancora vivo tra gli economisti e si riflette sulla scena politica (3). Gli economisti, come spesso hanno fatto, fanno e (chissà se le recenti stangate e previsioni errate faranno riflettere) faranno, hanno cercato di collocare la crescita in un modello. La "teoria della crescita" fruttò il premio Nobel all'economista statunitense Robert Solow, nel 1987, "for his contributions to the theory of economic growth". Nel modello, la crescita è espressa mediante una funzione di produzione, dove il prodotto (Y) è funzione della quantità di capitale (K) e lavoro umano (L), a parità di altri fattori come il progresso tecnico: Y = F (K, L) Incrementi di K ed L provocherebbero incrementi lungo la curva, mentre cambiamenti esogeni (non spiegati) nel progresso tecnico causerebbero spostamenti della curva verso l'alto. Solow scoprì che il 90% della variazione della produzione non era spiegato dal capitale e dal lavoro, così definì la parte restante progresso tecnico. Il modello di fondo risultava, pertanto, deficitario e in molti sostenevano di elaborarne altri (come Joan Robinson 1954). (4) Ma ci si limitò ad aggiungere l'anello mancante del progresso tecnico come variabile esogena. La teoria divenne nota come teoria della crescita esogena: Y= A (t) F (K, L) Ma a poco a poco, cresceva la consapevolezza dell'importanza della tecnologia nella crescita economica, si studiava per inserire questo fattore nei modelli. (5) Ergo, nacque la teoria endogena, detta anche New Growth Theory, che modellizza la tecnologia come il risultato endogeno di una funzione dell'investimento in R&S e formazione  del capitale umano. (Grossman e Helpman 1991) (6) Da qui sono nate politiche per una crescita trainata dall'innovazione, con l'obiettivo di sostenere l'.economia della conoscenza.   Note e riferimenti bibliografici: (1) Pierluigi Ciocca, "L'economia italiana: un problema di crescita", 4ª RIUNIONE SCIENTIFICA ANNUALE SOCIETÀ ITALIANA DEGLI ECONOMISTI, Salerno, 2003, pp. 1-2 (2) Robert Solow, A contribution to the Theory of Economic Growth", Quarterly Journal of Economics", Vol. 70, No. 1. (Feb., 1956), pp. 65-94 (3) & (5) Mariana Mazzucato, "Lo Stato Innovatore" Laterza, 2014, pp. 50-53 (4) Joan Robinson, "The Production Function and the Theory of Capital" Review of Economic studies, 1954 (6) Gene Grossman & Elhanan Helpman, "Innovation and Growth in the Global Economy", MIT press, Cambridge, 1991

Credit Crunch: la stretta del credito in Italia – Dati, cause e riflessioni

Il nostro sistema creditizio sta attraversando, ormai da diversi anni, una fase di stazionamento e regressione. In modo più specifico, e senza più nascondersi, siamo in piena fase di stretta del credito, il famoso credit crunch. credit crunch Gli istituti di credito hanno registrato una diminuzione dei finanziamenti ai residenti in italia in generale, e quindi dalle famiglie consumatrici alle società per azioni, di circa il 15% dal 2006 ad oggi e tutto questo ha avuto le sue note e ovvie ripercussioni sull'economia reale. Si è ampiamente discusso delle cause che hanno originato questo particolare tipo di fenomeno e possiamo pacificamente utilizzare un approccio didattico alla questione dicendo che il credit crunch può venir fuori da due cause fondamentali: una legata all'andamento dell'economia e l'altra legata alle nuove regolamentazioni. Dando uno sguardo al passato in questi ultimi anni possiamo notare come effettivamente  l'approccio adottato , e questa combinazione di  cause, possa considerarsi del tutto confermato visto che paradossalmente la stretta del credito che stiamo ancora vivendo oggi sembra trovare le sue radici in entrambi le ragioni esposte in precedenza. Infatti la crisi dei subprime statunitense e tutte le conseguenze sotto il piano economico e finanziario che si è portata dietro hanno sicuramente spinto sull'acceleratore dell'incertezza all'interno dell'economia reale di tutto l'occidente, ma non solo, perchè la stessa crisi dei mutui negli USA ha scatenato un'altra reazione che si è rivelata una grossa zavorra per gli istituti di credito e le loro concessioni di crediti. Zavorra che ha un vero e proprio nome, Basilea 2 e 3, e che non è nient'altro che una nuova regolamentazione del sistema del credito mondiale dove al fine di garantire una maggiore stabilità e sicurezza all'economia generale si sono aumentate le barriere a protezione dei rischi che vengono assunti dalle banche, frenando cosi in modo cruciale le loro attività di affidamento. Quindi è tutta colpa degli USA? NO, è tutta colpa dei manager e dell'avidità del capitalismo. Se solo il capitalismo non fosse stato cosi spietato nella ricerca esasperata di ricchezza  e i manager non fossero stati cosi orientati al breve periodo per raggiungere dei traguardi (molte volte di "utili" fissati dai capitalisti) alla raggiunta dei quali c'erano enormi bonus probabilmente non si sarebbero creati strumenti pericolosissimi come gli strumenti finanziari derivati (c.d. strumenti salsiccia) che hanno messo e ancora oggi stanno mettendo in ginocchio l'economia occidentale.  

Manuel Palmiero