The Adam Smith problem e l’economia della simpatia

di Federico Giovanni Rega

Adam Smith (1723 – 1790) è stato un filosofo ed economista scozzese, che, a seguito degli studi intrapresi nell'ambito della filosofia morale, gettò le basi dell'economia politica classica. Rese autosufficiente la teoria economica, anche se già nell’arco di tutto il Settecento, la giovane scienza dell’economia si avvale, nel suo farsi autonoma, del contributo della Scuola napoletana (privilegiati dagli economisti napoletani sono alcuni temi d’analisi, come valore e moneta, ricchezza e sviluppo, insieme alla riflessione sul significato di ‘civiltà’ nella vita economica, l’«economia civile». Spesso Smith è stato definito il padre della scienza economica. In effetti, nonostante molti precursori dell'economia classica avessero prodotto singole tessere o parti dell'intero mosaico, nessuno di essi fu in grado di fornire in un'unica opera il quadro generale delle forze che determinassero la ricchezza delle nazioni, delle politiche economiche più appropriate per promuovere la crescita e lo sviluppo e del modo in cui milioni di decisioni economiche prese autonomamente vengano effettivamente coordinate tramite il mercato.

La ricchezza delle nazioni L'opera più importante di Smith, l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) diventa il testo di riferimento, con le dovute specifiche peculiarità, per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo (David Ricardo, Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, John Stuart Mill). In termini moderni si direbbe che Smith fu un teorico della macroeconomia interessato alle forze che determinano la crescita economica, anche se le forze di cui parlava erano ben più ampie rispetto alle zone oggi analizzate dalla moderna economia, infatti il suo modello economico è ricco di considerazioni di tipo politico, sociologico e storico.

(altro…)

Dinamiche e misurazione della Corporate Social Responsibility – Una sfida possibile?

di Nicola Trillo, Università degli studi di Verona

I maggiori problemi che un manager deve fronteggiare quando ci si riferisce a comportamenti responsabili d’impresa sono legati alla misurabilità dei vantaggi potenziali e dei costi certi che una tale scelta comporta. Un conflitto di interessi tra il gruppo di shareholders e la governance potrebbe divenire inevitabile nell’ottica di implementazione di strategie “socialmente responsabili”. Le implicazioni tra CSR e performance d’impresa sono oggi quanto mai evidenti: un rapporto Ipsos del 2013 afferma che, attraverso ricerche condotte, il 77% degli intervistati ha dichiarato che le aziende dovrebbero fare di più per il territorio e per la società; il 73% degli intervistati da Reputation Institute ha dichiarato di aver innescato e di avere intenzione di innescare in futuro un passaparola positivo riguardo le aziende socialmente responsabili. Come deve comportarsi un manager al bivio tra CSR & CSI? Da un punto di vista olistico, gli approcci possibili producono una dicotomia: da una parte vi sono i sostenitori della tesi secondo cui l’azienda non deve preoccuparsi di “restituire” al territorio quanto da esso ha preso, proprio perché si sottintende l’esistenza di un sistema normativo di contrappesi perfetto a contenere gli istinti di massimizzazione del profitto delle aziende; dall’altra, crescono esponenzialmente le convinzioni riguardo la Corporate Social Responsibility come essenziale driver della crescita del business.

(altro…)

2+2=5… Qual è il valore di un’impresa?

di Federico Giovanni Rega

Qual è il valore di un'impresa? Domanda bella tosta questa. Esistono vari metodi di valutazione aziendale, diretti, indiretti, finanziari, reddituali, patrimoniali. Essi, in linea di principio, si discostano dalle valutazioni contabili, di bilancio, attraverso delle rettifiche e/o integrazioni per depurare i valori di libro e "normalizzare" i flussi attesi che l'impresa creerà, produrrà, in un certo orizzonte temporale.  Non è questa la sede d'analisi però. Il focus che questo breve articolo vuole abbracciare è quello delle sinergie intangibili.

Iceberg "L' essenziale è invisibile agli occhi" diceva Antoine de Saint-Exupéry. E mai come oggi, nella knowledge economy, è spesso vero anche per le imprese. Se consideriamo quelle che Itami chiamava "le risorse invisibili" nel lontano 1988, ci accorgiamo che 2+2 non fa 4 in azienda, bensì 5. Del resto, il concetto stesso di impresa come sistema nasce dalla considerazione che l'impresa nel complesso vale più della sommatoria del valore dei singoli asset. L'impresa è sinergia, o meglio, più sinergie insieme. Sinergie finanziarie si possono conseguire tramite la riduzione del costo del capitale, di credito e di rischio. Sinergie fiscali possono derivare invece da un adeguato sfruttamento della normativa tributaria. Ma le sinergie più importanti oggi sono probabilmente quelle intangibili, che integrano elementi soft, competenze manageriali (skills), culture e stili aziendali. E' sempre più viva l'attenzione degli studiosi alla valutazione dei beni intangibili, visto il progressivo spostamento da un modello di competizione tra imprese product-based a un modello customer-based, a sua volta collegato al passaggio da una logica transazonale a una logica relazionale. Il valore strategico, dunque, di un'impresa tiene conto di tali aspetti, opportunità, potenzialità che i valori contabili da soli, prudenti ma a volte distorti, non riescono a inquadrare. Esso viene ad essere la somma algebrica del capitale economico dell'impresa, delle sinergie scaturenti dall'impresa e dalle opportunità incrementali che l'impresa può offrire. In formula:

Ws=W + S+ O

Riferimenti bibliografici e approfondimenti:

Zanda, G., Lacchini, M., & Onesti, T. (2013). La valutazione delle aziende . G Giappichelli Editore;

Gangi, F., & Campanella, F. (2006). Basilea 2 nell'economia di impresa. Allocazione delle risorse, gestione dell’informazione e selezione aziendale. Carocci Editore;

Itami, H. (1988). Le risorse invisibili. GEA

 

“Una somma di piccole cose” – Intervista a Gianluca Abbruzzese

di Federico Giovanni Rega

Oggi abbiamo incontrato un mentore, un curioso, un innovatore, un imprenditore. E' difficile sintetizzare in due righe la persona che è Gianluca Abbruzzese. Esperto di Marketing, Comunicazione e Open Innovation. Founder di Lascò, precedentemente co-founder  e mentor di 012factory e mentor Lean Startup Machine. Con le sue parole, idee e imprese progetta nuove soluzioni, adottando un approccio lean, smart, veloce per realizzare all’interno o intorno alle aziende piccoli ecosistemi di innovazione. Ecosistema, ecco, la parola esatta. Un approccio open, pluralista, mai stanco di acronimi e perimetri, ma che va oltre. Oltre il digitale, oltre il presente. Cercando valore (anche) nelle idee del passato, negli insegnamenti dei filosofi, per capire il futuro. Innovazione e filosofia, digital e human. Perché forse le domande che ci poniamo sono le stesse del passato, i cigni neri cambiano faccia ma son sempre dietro l'angolo e solo la conoscenza e la ricerca continua possono indicarci una via, nonostante sia tutto un random walk...

L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi, scarpe e spazio al chiuso

Ricordo un mio vecchio appunto, dalla I edizione dell’Academy di 012factory. Modulo 6 Marketing e Comunicazione. E una tua equazione: “La Comunicazione è negoziazione” cosa vuol dire?

In realtà è una frase attraverso la quale il grande Umberto Eco sottolineava come la comunicazione sia sempre frutto di un incontro, di una “mediazione” tra due o più persone che sono portatori ognuna di una diversa esperienza, conoscenza del mondo,

(altro…)

La Finanza: da ancella diviene padrona

  di Federico Giovanni Rega     finanza Oggi si dibatte tanto di finanziariazzione, del peso enorme della finanza, ormai padrona dell’economia, e non più ancilla, di come tale predominio sia sfavorevole alla crescita economica (‘reale’). Michal Kalecki – eterodosso, ma lungimirante nelle sue tesi – analizzò anche questo aspetto nella teoria sulle determinanti degli investimenti. Egli parla dei risparmi dei rentiers, risparmi correnti “esterni” alle imprese, che influenzano negativamente gli investimenti in capitale fisso. La ricchezza finanziaria (come l’avremmo definita oggi) introduce nel sistema un trend negativo, così come le innovazioni imprimono, invece, una tendenza ascendente di lungo periodo. Se i risparmi dei rentiers vanno aumentando, rispetto al capitale (su tale aspetto ritornerà Piketty nel suo Capitale nel XXI secolo), il trend negativo sarà accelerato. L’effetto delle innovazioni si accoppia così a quello dei risparmi “esterni” ed è l’effetto netto che determina lo sviluppo di lungo periodo. Il trend sarà positivo se le innovazioni esercitano un’influenza più forte di quella dei risparmi dei rentiers. E’ notevole la modernità di tali tesi, se solo si guarda ai numeri del nostro tempo, laddove la finanza e i derivati valgono 8 volte l’economia reale: i moderni cavalli di Troia non sono più di legno e hanno nomi ben meno mitologici: si chiamano credit default swap, spread, Etf, Borse, derivati, volatilità. Ma rischiano di avere lo stesso effetto distruttivo: insinuarsi nell'economia reale e, alla lunga, minarne le fondamenta, minarne la crescita. L’intuizione di Kalecki era giusta? La finanza è negativa per la crescita economica? Un economista contemporaneo, il Marx moderno, Thomas Piketty, nel suo “Capitale nel XXI secolo”, parte proprio da quel rapporto tra capitale (K) e produzione (Y). Il libro – pieno di tabelle e equazioni - mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque (periodo che termina con la Prima Guerra Mondiale). Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica. L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Questa «contraddizione centrale del capitalismo, che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913, salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cd “Keynesian Consensus”) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dov’è la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito: β = K / Y dove K è lo stock del capitale “tutto compreso” (a meno del solo “capitale umano”; compreso quel capitale pericoloso, quel capitale da casinò) ed Y il flusso della produzione annua “al netto” degli ammortamenti per il capitale impiegato. Dopo di che, nel caso di una funzione lineare di produzione a capitale e lavoro, risulta: Y = r K + W dove r è il tasso di rendimento capitalistico “tutto compreso” («rendite, dividendi, interessi, royalties, profitti, capital gains, ecc.») e W è l’ammontare delle remunerazioni che spettano ai lavoratori. Piketty documenta come per il mondo nel suo complesso (e qui si spinge oltre, forse) il rapporto capitale/reddito, diminuito da un valore compreso tra 4 e 5 del periodo 1870- 1910 ad un valore di 2,5/3,5 tra 1920 e 1980, sia poi risalito a 4,5 nel 2010 con la possibilità, secondo le sue proiezioni, di arrivare a 6,5 per la fine del XXI secolo.     Dal casinò alla calcolatrice: Come nasce questo predominio dei mercati e della finanza? (altro…)

Troppi numeri, pochi uomini: ma cos’è il Capitale Sociale?

di Rossella Sagliocco

“Perché l’uomo passa il suo tempo contando i numeri e non cercando un meccanismo per contare ciò che numero non è?”

È una delle domande che anche in maniera inconscia spesso ci poniamo e in pochi hanno il coraggio di esternare, ci dimentichiamo che dietro un numero o una formula c’è un essere irrazionale: l’uomo; quindi fino a che punto un numero può essere un’ espressione oggettiva? Anche qui, ancora una volta, ritroviamo soggettività. Partiamo da un tema ampiamente dibattuto, che affolla la letteratura da decenni: il rapporto banca-impresa e la relativa quantificazione del rischio di credito. L’accordo di Basilea è sorto con il fine di garantire alle banche maggiore solidità ed efficienza: il primo accordo prevedeva requisiti patrimoniali uguali per qualunque prestito, il secondo accordo dà la possibilità di differenziare gli accantonamenti patrimoniali in funzione alla rischiosità, ad un’impresa più rischiosa la banca dovrà accantonare più capitale, viceversa, ad un’impresa meno rischiosa meno capitale. Come misuriamo il rischio? Con il Rating. Il rating quantitativo propone l’utilizzo di sistemi numerici per la valutazione del merito creditizio. Quest' approccio “meccanicistico” all’erogazione del credito ha dei vantaggi e degli svantaggi. I vantaggi sono relativi a una più precisa quantificazione del rischio da parte delle banche. Gli svantaggi dell’applicazione del rating derivano dai tipici difetti di un approccio Fordista all’erogazione dei servizi finanziari e sono:
  1. Standardizzazione dei processi che non tiene conto delle specificità settoriali e locali delle imprese;
  2. Allontanamento dei centri decisionali dai punti di erogazione del credito, che provoca l’impoverimento sociale e culturale nei luoghi di erogazione del credito;
  3. Tendenziale prociclicità dei sistemi bancari in quanto le banche erogano credito a chi in realtà non ne ha bisogno in quanto ha tutti i parametri finanziari “in ordine”.
La crisi finanziaria ha accentuato i difetti e non i pregi dei sistemi di rating. In una situazione di crisi finanziaria l’approccio al credito richiede una maggiore flessibilità. Tale approccio chiamato “relationship lending” si fonda sulla valutazione delle “soft information”. Parliamo di quel tipo d'informazioni difficilmente codificabili, perché di tipo qualitativo, la cui soluzione per la codificazione è la relazione diretta con il cliente, la presenza fisica attraverso gli sportelli bancari consente di valutare al meglio il capitale sociale e relazionale che è insito nel territorio e che caratterizza quindi l’impresa. L’evoluzione verso l’economia dell’informazione e delle reti ha posto al centro dell’agenda competitiva della quasi totalità delle imprese il problema della conoscenza. Peter Drucker coglie questa sorta di criticità sottolineando che la risorsa economica fondamentale affinché una società possa progredire nel tempo è rappresentata dalla conoscenza e dai soggetti che la generano [Drucker,1993]. Schumpeter afferma che nuove combinazioni di conoscenza portano nuovi  prodotti, nuove tecnologie, nuovi metodi di produzione. L’enfasi sulla conoscenza ha spinto all’affermazione del ruolo strategico del capitale sociale. È piuttosto difficile dare una definizione chiara e soprattutto “ giusta “ del capitale sociale.  Si può dedurre da ciò che “La conoscenza è intangibile, ma può essere misurata”: il mercato azionario, ad esempio, reagisce spesso con un incremento delle quotazioni azionarie agli annunci di investimenti in Ricerca e Sviluppo (Stewart, 1994). Ma è giusto chiedersi: “ Cos’è il capitale Sociale?” cap sociale L’esternazione di tale concetto è partita dagli anni ’60, il primo a imprimere il termine “Capitale Sociale” è stato Coleman collegandolo al concetto di sviluppo, però già molto tempo prima Weber pur non dando una chiara denominazione del concetto l’aveva toccato nel suo studio “Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo” (1906), Weber aveva analizzato le caratteristiche delle “sette religiose” come fenomeno sociale nella società capitalistica statunitense dell’800. Tali sette erano formate da una rete di relazioni sociali e personali di natura religiosa quindi non generata da motivi economici e la sua funzione era diffondere fiducia attraverso la conoscenza di ciascun membro del gruppo, un modo semplice per mettere le informazioni in circolazione e da non creare opportunismo tra i membri. Tutte queste caratteristiche corrispondono al fenomeno che più tardi verrà definito come “capitale sociale”. Successivamente però con il dominio del modello Fordista si ritrova un’automatizzazione dei comportamenti assunti dai dipendenti nell’impresa e ciò ha creato una sorta di distanza tra la società e l’economia e hanno assunto minor importanza concetti come imprenditorialità e contesto istituzionale (oggi argomentazioni essenziali). Attualmente in un contesto dove la costante è il cambiamento e quindi una costante ricerca all’innovazione Coleman ha coniato il termine “Capitale Sociale”. Quest’ultimo scinde il capitale fisico (beni tangibili) e il capitale umano (le abilità della persona) dal capitale sociale, ovvero, le varie relazioni che l’uomo ha costruito nella sua vita, intese come capitale perché possono generare valori materiali ed immateriali; tali relazioni sociali non portano benefici solo al singolo individuo nella società ma a tutto il tessuto sociale implicato, infatti ha la natura del bene pubblico. Tuttavia, guardando in faccia alla realtà, quanto affermato prima resta soltanto un auspicio e una speranza (acclamata, tra l'altro, da numerose analisi empiriche), in quanto l’orientamento politico attuale predilige l’accentramento delle banche. Tale “scelta” è giustificata da alcuni elementi:
  1. Maggiore solidità patrimoniale delle banche di grandi dimensioni.
  2. Maggiore diversificazione del rischio di portafoglio "à la Markowitz”.
  3. Economie di scala di tipo fordista che ridurrebbero i costi di erogazione dei servizi finanziari.
Il regolatore, continuando a focalizzarsi (troppo?) sulla stabilità e l'adeguatezza patrimoniale, finisce per dar vita a una banca solida, stabile, ma che non eroga credito. Si è parlato di nichilismo bancario. Si è detto che si vorrebbe progredire, avvicinarsi al cliente ma nella realtà la centralizzazione del sistema bancario non permette ciò, procurando giorno dopo giorno la distruzione di piccole realtà e reggendo coloro che sono definiti “i grandi“ , senza sapere che un grande è formato da tanti piccoli. Alla base di tutto ciò è ben chiaro che manca la molecola che unisce, ma distrugge se non c’è l’unione fra gli uomini: la fiducia. Notiamo come ancora una volta l’uomo per concedere quello che è un prestito si basi sui numeri, sulla certezza, sulla quantità; si sente al sicuro attraverso quelli che sono dati di bilancio, statistiche e  così via, dando in tal modo “una somma di denaro” a chi certezze già ne ha e non a chi non le ha e vorrebbe creare qualcosa di nuovo o semplicemente fare un rinnovamento. In sostanza si allontana da lui stesso. Distruggendo “capitale sociale” e distruggendo “fiducia”.  Altro che evoluzione, questa è una mera involuzione.   RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Campanella F., 2014, La regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore bancario. Coleman J.S., 1990, Foundations of Social Theory, Cambridge, Mass., Harvard University Press Stewart, T.A., (1994) Your Company’s Most Valuable Asset: Intellectual Capital, Fortune, October 3, cover story.  

Beyond Capitalism: is a third way possible?

This article (Italian version) was originally published here: http://www.smartweek.it/la-pluralita-del-capitalismo-e-la-ricerca-di-una-terza-via/ Capitalism is not unique and absolute. This article aims to investigate its two different main versions and to take a look at a possible third way, notably with reference to risk-taking in boosting innovation-led growth. The literature traditionally focuses on two models of capitalism: on the one hand, the Anglo-Saxon model; on the other hand, the Rhenish Capitalism (also called social capitalism or social market economy). This dichotomy came out of a study by Michel Albert, Capitalism against Capitalism (1993), concerning the institutional and economic characteristics of capitalism in the United States and in anglo-saxon countries in general. This model nearly evokes an image of "a Bank that bows to the Stock Exchange" and “a manager who bows to the shareholder". In these countries, an in-depth division between owners (shareholders) and managers characterizes the structure of the enterprise. This can trigger that phenomenon known as the “agency problem. On the one hand, the role of shareholders is anonymous and they are only interested in cash flow that the company is able to generate (only interested in the renowned Net Present Value). On the other hand, managers deal with the actual management of enterprises; however, their goals can truly differ from the principal’s interests: professional success, prestige, maximizing their salaries, etc…. In a nutshell, the Rhenish Model is instead based on that media res between public and private that is the social market economy, as it is practiced in Germany and other northern European countries, with other peculiar variants, in Japan. As its core, banks, insurance firms, investment and pension funds, known as “institutional investors”, play a relevant role. Furthermore, there is a constant relationship between the company and public institutions, which helps to stabilize the complex balance among the different forces that are part of the company. The precious network of relations between the different social actors (stakeholder approach), affirms and simultaneously reinforces the idea that the company is not an ordinary good, and cannot therefore be negotiated like any other commodity. In this form of managerial-organizational capitalism there is a crucial leader: the "visible hand" that Chandler opposed to the market (1977). A recent book by Mazzei and Volpi (2010) compares the Asian economic model with the West. The authors focus on two key points. On the one hand, an epistemological point that implies the overcoming of a zero-sum game "State or/against Market" in favor of a win - win approach (positive-sum) which should lead to a radical change in our development model, from an essentially quantitative dimension to a more qualitative dimension. The authors refer to the two principles of oriental culture: ying and yang. These forces are not mutually exclusive. They are complementary. "So, there is the night, as there is a day, ... and - to paraphrase Adam Smith - the market exists because there is the state." On the other, the book aims to highlight (once again) that this crisis is not economic, but a systemic crisis. Maybe we are in a phase of epochal transformation of the international system: the end of the West's dominance, that urges us to go beyond, to rethink. Also Pope Francis has warmly criticized the “Market Priesthood” in his encyclical letter, Laudato Si. Global financial reforms are needed “to develop a new economy, more attentive to ethical principles, and new ways of regulating speculative practices and virtual wealth” (Laudato Si, page 49). As J. Stiglitz, Nobel laureate in Economics in 200, affirms, "we live in a process of globalization, but we have no global institutions able to deal with its consequences. We have a system of global governance, but we do not have a global government". The process of economic integration around the world brings about continuous questions and the ability of states to respond is faltering.. Scholars and economists are looking for a "third way" that emerges in medias res between statism and market automatism (“American style”). For years Stiglitz has been working through an approach – within the information economy and its relative information imperfections - which urges its intermediate solutions and tries to rewrite the rules of the market and finance (speculative). Finance ended in the dock over the past decade of financial crises. Crisis has provided us with some common lessons and traits: 1) capital markets are subject to repeated failures (solely in exceptional circumstances market is efficient), 2) also government intervention should be subject to failures. Our economic system needs both the market and the state, going beyond the old conflict laissez faire – socialism. As a result, the solution (but simultaneously a huge challenge) is to find the right combination (Stiglitz 2001). To this purpose, it is necessary to debunk old myths, to rethink economics, to go beyond the mainstream. In accordance with this instance of a rethinking process, there is a focus on the Entrepreneurial State by Mariana Mazzucato. She invokes a capitalism in which companies, State and employees work together to create wealth and wellbeing. They are all potential creators of wealth. The emblems of wealth in the modern knowledge economy, from the iPhone to the Tesla S, have all relied on a strategic public sector (risk-taker) that shoulders the burden of risks and uncertainties, working side by side with a private sector and willing to reinvest its profits in the "downstream" areas, such as research and development (R&D) or human capital training. If we surf the web, among data and researches, we will find that those regions and countries that have succeeded in achieving smart innovation-led growth have benefited from long-term visionary mission-oriented policies – from putting a man on the moon to tackling societal challenges such as climate change. In addressing these missions, public sector agencies have led the way, investing not only in the classic ‘public good’ areas, like basic research, but also along the entire innovation chain (basic research, applied research, early-stage funding of companies) and courageously defining new high-risk directions (e.g. the Internet, the “green revolution”, biotech, cleantech, fintech). Tomorrow’s growth – or long-term economic growth – is determined by today’s investments in R&D, infrastructure projects, human capital, technical change and innovation. Accordingly, innovation requires decisions on directionality and capabilities to understand and engage dynamically with future technological and market opportunities. Those decisions cannot be taken by only ingenious entrepreneurs, nor are they an exclusive public task. Mazzucato (2013) wants to stress the importance of a "Slow Finance" (she speaks also about a Finance mission-oriented) to boost the technological innovation, the pharmaceutical industry, the academic research. We ought to abandon a lot of myths, beliefs and conventions on the State and to rethink its role in creating new and dynamic engine of the economy. It is recommended a hug between a risk taker State and the private sector, in order to assume the risks together and enjoy together the benefits. References - Albert M. (2001) Capitalism against Capitalism. Ten years later, Il Mulino, n. 3/01 - Gowdy J. (2015) Why the Pope is Right to Criticize Free-market Ideology; available online at: http://evonomics.com/pope-understands-new-economic-paradigm-economists-dont/ - Mazzucato M. (2013) The Entrepreneurial State: debunking public vs. private sector myths (Anthem 2013) , Italian Edition - Laterza, pp. 46-52 - Mazzucato M., Penna C. (2015) MISSION-ORIENTED FINANCE FOR INNOVATION: New Ideas fot Investment-Led Growth, Policy Network, London; pp. 2-26 - Stiglitz J. (2001), “In an imperfect world”, Donzelli Editore, pp. 4-21 - Volpi, Mazzei (2010) Revenge of the visible hand. The Asian economic model and the West, Bocconi University Editor-Egea, Milan, 2010 Note: if you find some english mistakes, let me know in the comments

Il X festival dell’economia: ripensare, andare oltre

di Federico Giovanni Rega   Siamo stati alla decima edizione del Festival dell'Economia, a Trento,  un festival che non esiste altrove, in nessuna altra parte del mondo, parafrasando alcuni relatori, come Akerlof e Federico Rampini. Economisti, politici, giornalisti, studenti, studentesse, giovani e meno giovani, in un contesto culturale pazzesco, dove si è respirato un vivo dibattito, non solo economico, ma, oserei dire, sull'uomo, sulla società che viviamo e che forse potremmo/dovremmo migliorare. Trento si è tinta per alcuni giorni di arancione, di colori e sinfonie; fra le strade della città svolazzava lo scoiattolo, simbolo del Festival, e il tema centrale è stato quella della mobilità sociale. Sul banco degli imputati, le disuguaglianze (statiche e dinamiche) e la finanza tossica. A partire dal Direttore del Festival, il prof. Tito Boeri, abbiamo avuto il piacere e l'onore di ascoltare alcune fra le più illustri figure del panorama accademico globale contemporaneo, nonchè attori teatrali e leader politici. Solo per citarne alcuni:  due premi Nobel per l’economia, gli americani Joseph Stiglitz e Paul Krugman, personaggi nel campo dell’economia e della sociologia come la figura molto discussa e controversa di Thomas Piketty – autore del best-seller “Il capitale nel XXI secolo” – Christoph Scherrer, Lucrezia Reichlin, Lorenzo Bini Smaghi e molti altri autori impegnati nello studio della disuguaglianza e della mobilità sociale. Non è mancato poi il contributo di importanti figure istituzionali – in primis quella del presidente del consiglio Matteo Renzi, in un faccia a faccia con il premier francese Manuel Valls – del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Proprio di quest'ultimo, sin dall'inaugurazione, è stato citato il suo ultimo libro "Investire in conoscenza", esigenza così sentita nel nostro Paese, che ha tanto bisogno di investimenti pazienti, a lungo termine. La domanda che si è posta Lucrezia Reichlin, docente London Business School, è "What we want in the long-run?". "Non prendiamo a modello la crescita americana" è stato un po' il monito generale, soprattutto da parte di Stiglitz, così critico verso quel modello denso di disuguaglianze spaventose. Nel dibattito generale, si è partiti da quel settembre 2008, da quel big bang finanziario: mutui subprime, derivati, CDS, shadow banking... il capitale finanziario come imputato, un capitale da casinò. La finanziarizzazione è più viva che mai! Quali i possibili rimedi? Si sono contrapposte due correnti: da un lato, Piketty, dall'altro, Scherrer. Il primo propone una tassa unica globale sulla ricchezza, il secondo si oppone, constatando l'esistenza di differenti contesti, forme di capitalismo, istituzioni. A Federico Rampini è toccato l'arduo ma affascinante compito di ricostruire 10 anni della storia dell'economia. Il suo è stato un intervento pazzesco, dove in un'oretta e poco più ha spaziato qui e lì, riassumendo non la storia dell'economia, ma la storia dell'uomo, dell'Occidente, della Cina, del pensiero. La bolla della new economy, la Cina, l'euro, il protocollo di Kyoto, la FED, il crollo del mercato immobiliare, Lehman Brothers, il Q.E. Passando poi per la morte di Jobs e quella Silicon valley, laboratorio di modernità senza eguali al mondo, dove vi è quasi un'esaltazione della trasgressione creativa, un collettore di opportunità dove inventare senza brevettare (open source). Ma poi vi sono luci e ombre - continua Rampini -  dei cd "padroni della rete", dell'età dell'accesso con la sharing economy, un'economia che diviene però "pseudo gratuita". Ed ecco il nostro caos, il caos dell'Occidente, nuovamente decadente. Con la paura del deficit e del caos della Germania, in un "ordoliberalismus", che ha radici  in quella democrazia di Weimar destabilizzata dall'iperinflazione. E poi due punti chiave: i due motori del rilancio dell'economia sono sempre stati l'innovazione e la demografia, ma la popolazione che non crescerà più e forse è rimasta solo la prima. La crisi non è stata una lezione, nè vi è una lettura unica. Non abbiamo capito. Un tempo si discuteva di "Fine della storia" - dal volume di Fukuyama -  di come oltre questo modello, quello occidentale liberaldemocratico, non si andasse. La globalizzazione viene ad essere l’esito unico e migliore della storia stessa. Ma è veramente così? Si sta aprendo una nuova fase, forse - conclude Rampini - si conclude l'era della scoperta, del dominio dell'uomo bianco e "il pendolo della storia sta tornando a 5 secoli fa, verso l'India e la Cina". Rampini, ma un po' tutto il Festival e numerosi studiosi e pensatori ci invitano ad andare oltre, a ripensare il modello occidentale di economia, di finanza, di vita, di uomo.

Amartya Sen, oltre l’utilità come minimizzazione dell’essere umano

L’articolo è già stato pubblicato sul blog di Rethinking Economics Italia, forum aperto agli studenti per la discussione delle teorie economiche alternative all'economia mainstream. E' una rete studentesca nata a Roma, che promuove il pluralismo teorico, metodologico e interdisciplinare nell’ insegnamento dell’economia sia dentro le università che fuori da esse.
Rethinking Economics Italia è la rappresentanza italiana all’interno del gruppo internazionale di Rethinking Economics. In fondo potete trovare il link originale.

Nel mondo moderno, le possibilità e le opportunità della vita di una persona sono influenzate, se non addirittura dominate dagli spropositati livelli di diseguaglianza che lo caratterizzano. Ad esempio, una bambina nata in Norvegia, dove il tasso di mortalità infantile è uno su 250¹, vivrà una vita più lunga e sicuramente più agiata di una sua controparte nata in Sierra Leone, dove lo stesso tasso si aggira intorno al 20%. Il mondo in cui viviamo, seppur sicuramente più ricco di un tempo, è caratterizzato da una coesistenza di enormi ricchezze e fortissime sofferenze, e in cui persiste ancora una sorta di cecità morale.

 

Il pensiero contemporaneo non ha tanto lasciato cadere i valori e le risposte ai quesiti morali, quanto la stessa domanda etica, ritenuta ormai inutile e inefficace. Ha realizzato, pertanto, un nichilismo compiuto, spingendosi fino a un radicalismo negativo di ogni fondamento, a partire dalla filosofia, dall’etica e dalla politica, ma coinvolgendo anche il sapere scientifico (Sparaco, 2010). Come può la maggior parte di noi riuscire a vivere senza porsi alcun problema, ignorando completamente le diseguaglianze che caratterizzano il nostro mondo? – È il quesito che si pone l’economista indiano Amartya Kumar Sen (Sen, 2002), premio Nobel per l’economia nel 1998. Tra i pensatori più impegnati nella lotta alla povertà e alla diseguaglianza, Sen è fortemente critico nei confronti della concezione dominante dell’economia nel Novecento, che la riduce “a una sola dimensione”, al solo gelido “pensiero calcolante”, alla massimizzazione dell’interesse egoistico del singolo attore, dell’homo oeconomicusrazionale. Tutto ciò minimizza l’essere umano (Sen, 2006). Richiamandosi esplicitamente a Kautilya, filosofo indiano del IV sec. a.C., ma anche alla riflessione occidentale (partendo da Aristotele), Sen rivendica la necessità di mantenere sempre, accanto al pensiero calcolante, il cosiddetto pensiero pensante, metafisico ed etico, capace di cogliere interamente il senso e la direzione dell’agire umano.

Nel suo libro On Ethics and Economics (1987), Sen evidenzia come l’utilità individuale non sia l’unica cosa che ha valore nel determinare le scelte delle persone. Se da un lato, infatti, l’utilità non rappresenta adeguatamente il benessere umano (well-being), dall’altro, lo sviluppo non può essere identificato semplicemente con l’aumento del reddito pro-capite.Analfabetismo, diffusione di malattie e mortalità prematura, mancanza di libertà civili e politiche limitano pesantemente la libertà di azione delle persone.

Sen pone l’attenzione sul concetto di eguaglianza, partendo da quesiti fondamentali, che in pochi si domandano oggi: Why equality? Equality of what? Non si può, infatti, pretendere di difendere l’eguaglianza (o di criticarla) senza sapere quale sia il suo oggetto, ossia quali siano le caratteristiche da rendere uguali (redditi, ricchezze, opportunità, libertà, diritti, ecc). Interrogarsi sull’uguaglianza dovrebbe significare innanzitutto chiedersi quali siano gli aspetti della vita umana che devono essere resi eguali. La storia della filosofia ci offre una molteplicità di esempi diversi di soluzioni: John Rawls descrive l’eguaglianza come un paniere di beni primari di cui tutti gli individui dovrebbero disporre; gli utilitaristi come eguale considerazione delle preferenze o delle utilità di tutti gli individui. Quale, tra queste, è la soluzione migliore? Sen collega il valore eguaglianza al valore libertà: quest’ultima è da lui connessa ai concetti di “funzionamenti” e “capacità”. Con l’espressionefunzionamenti, egli intende “stati di essere e di fare” dotati di buone ragioni per essere scelti e tali da qualificare lo star bene. Esempi di funzionamenti sono l’essere adeguatamente nutriti, l’essere in buona salute, lo sfuggire alla morte prematura, l’essere felici, l’avere rispetto di sé, ecc. Con l’espressione capacità (capabilities), Sen intende invece la possibilità di acquisire funzionamenti di rilievo, ossia la libertà di scegliere fra una serie di vite possibili: “[i] funzionamenti costituiscono lo star bene, le capacità rappresentano la libertà individuale di acquisire lo star bene”. Per questa ragione, Sen sottopone a critica tutte quelle teorie che fanno della libertà un qualcosa di meramente strumentale, privo di valore intrinseco. Agli occhi di Sen il reddito appare come qualcosa di vago e impreciso, poiché una persona malata e bisognosa di cure è sicuramente in una condizione peggiore di una persona sana avente il suo stesso reddito. La conclusione a cui perviene è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities e di acquisire fondamentali funzionamenti, ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale, non ristretto entro parametri strumentali o economici. Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom) ricollegandosi alla tradizione aristotelica dell’eudaimonìa: l’espressione greca “eudaimonìa” non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma potrebbe essere associata al termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sé e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life). L’eudaimonìa come la intende Sen si contrappone non solo al vecchio ideale della Welfare Economics e del suo benessere materiale, ma anche alla formulazione dello stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare a uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando, di fatto, l’individuo stesso. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente perseguire, anche le capabilities sono, di conseguenza, una pluralità. In conclusione, c’è, nel mondo in cui viviamo, un abbandonato bisogno di porre domande non solo intorno agli aspetti economici o politici, ma anche (e soprattutto) intorno ai valori e all’etica. Occorre considerare la complementarità esistente tra le differenti istituzioni, quali il mercato, i sistemi democratici, e le opportunità sociali. Istituzioni, queste, alle quali bisognerebbe guardare non come luoghi astratti e naturalmente efficienti, ma come qualcosa di più complesso, che comprende, sì, i dati, ma anche le persone, con le loro vite e la loro etica.

Federico Giovanni Rega

Bibliografia: Clemente Sparaco, Il Nichilismo nostro contemporaneo, Dialgesthai, Rivista telematica di filosofia, anno 12 (2010)

Amartya Sen, Globalizzazione e libertà. Milano, Arnoldo Mondadori, 2002

Amartya Sen, Identità e violenza, traduzione di Fabio Galimberti, Laterza, 2006

Note:

¹ UNDP, Human Development Report 2007

© riproduzione riservata

Link dell’articolo originale: http://www.rethinkecon.it/why-equality-equality-of-what-amartya-sen-oltre-lutilita-come-minimizzazione-dellessere-umano/

Rischio, incertezza e quel vento di “distruzione creatrice”

  Gli imprenditori profondono energie per l’affermazione di innovazioni attraverso le quali offrire soluzioni in grado di rispondere a bisogni insoddisfatti. Gli imprenditori sono dei cacciatori di sfide (H. Byers, 2011).
Sto leggendo "Lo Stato innovatore" di Mariana Mazzucato. Il sottotitolo è Sfatare il mito del pubblico contro il privato, ma non basterebbe un articolo, un altro libro, per descrivere il lavoro di ricerca che l'economista  (tra i maggiori studiosi dell'innovazione secondo New Republic) sta conducendo in questi anni e riassume nel suo ultimo capolavoro. Attraverso un'analisi attenta, smonta e fa crollare i miti, le convenzioni e le convinzioni che predominano i salotti di politica economica e l'economia tradizionale, quella dei modelli astratti, dell'homo oeconomicus razionale e della mano invisibile ... ( ma sappiamo come miti e preconcetti siano ben radicati in tutte le sfaccettature della nostra società). Lo Stato non è il gattino debole e indifeso, né l'impresa privata è il leone... Lo Stato viene visto spesso come il Leviatano di Hobbes, bollato come una forza inerziale, un macigno pesante e ingombrante... ma lo Stato può non solo correggere i fallimenti del mercato, può creare nuovi mercati (nel libro ci sono varie dimostrazioni e casi, non solo negli USA), avere un ruolo chiave e assumersi, insieme al settore privato, i rischi della ricerca e dell'innovazione. Talvolta, e soprattutto per le innovazioni più radicali e rischiose (secondo la Mazzucato), c'è bisogno della longa manus dello Stato. lion & cat Voglio soffermarmi qui, su un paragrafo in particolare, dedicato al rischio d'impresa. Cos'è l'imprenditorialità? Chi è l'imprenditore? - s'interroga la Mazzucato...   Tra i più grandi economisti  del XX secolo c'è sicuramente lui, l'austriaco Joseph Schumpeter, un vero e proprio guru e teorico dell'innovazione. Egli vede l'imprenditore come una persona (o  un gruppo di persone) che ha la volontà e la capacità di trasformare una nuova idea in un'innovazione di successo. Si tratta dunque di creare un prodotto nuovo, un processo nuovo o creare un mercato nuovo per un processo o prodotto già esistenti.
[caption id="" align="alignnone" width="288"] L'imprenditorialità usa il vento della distruzione creatrice![/caption]
L'imprenditorialità usa il vento della distruzione creatrice  per rimpiazzare innovazioni di grado inferiore, creando anche nuovi modelli d'impresa (Schumpeter 1949). Ogni nuova tecnologia produce quella distruzione: il motore a vapore, la ferrovia, l'energia elettrica, l'elettronica, l'automobile, il PC, Internet... Ognuna di esse ha distrutto tanto quanto ha creato, ma ognuna ha favorito anche un miglioramento del benessere complessivo. Per Frank Knight e Peter Drucker l'imprenditore è una persona che si assume dei rischi in nome di un'idea, spendendo tempo e capitali in un'avventura dall'esito incerto. Il rischio d'impresa è anche un rischio altamente incerto.   Anche John Maynard Keynes sottolineò la differenza tra incertezza e rischio:
Incerta è la prospettiva di una guerra in Europa, il prezzo del rame e il tasso d'interesse fra vent'anni, l'obsolescenza di una nuova invenzione (...) Su questi quesiti non esiste una base scientifica a cui affidarsi per elaborare una probabilità calcolabile. Semplicemente non lo sappiamo!
keynes incertezz   Fonti e riferimenti bibiliografici: Byers,T. H. (2011) Technology Ventures - Management dell’imprenditorialità e dell’innovazione, The McGraw-Hill Companies Drucker P. (1970) Technology, Management and Society, Oxford Keynes J. M. (1936) The General Theory of Employment, Interest and Money, New York Knight F. (1921), Risk Uncertainty and Profit, Washington Mazzucato M. (2011), The Entrepreneurial State, Demos, London (ed. italiana Lo Stato Innovatore, Laterza) Schumpeter J. (1949) Economic theory and Entrepreneurial History, Harvard University Press, Cambridge