Il ruolo delle alleanze strategiche nel contesto economico odierno

di Giovanni Del Monaco 
 

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee”. (George Bernard Shaw)

Il contesto economico in cui oggi operano le aziende è un contesto complesso, fortemente concorrenziale e soggetto a continui mutamenti.

In questa ottica, affinché un’azienda possa entrare e/o stare in maniera competitiva in un determinato mercato, non basta fare affidamento esclusivamente sulle risorse e competenze interne all’azienda stessa. Queste ultime, pur rappresentando una importantissima base di partenza, sempre più spesso, non riescono a garantire l’ottenimento e il mantenimento di un vantaggio competitivo rispetto ai competitor. Per questo motivo è necessario lo sviluppo di nuove competenze. Quando si parla dello sviluppo di nuove competenze, uno strumento da prendere assolutamente in considerazione è l’alleanza strategica.

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Con questa espressione si indica un rapporto di collaborazione tra imprese e soggetti che comporta la condivisione di risorse e competenze proprie per il conseguimento di un obiettivo comune”[1].

Dal punto di vista prettamente strategico le alleanze possono essere:

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The Adam Smith problem e l’economia della simpatia

di Federico Giovanni Rega

Adam Smith (1723 – 1790) è stato un filosofo ed economista scozzese, che, a seguito degli studi intrapresi nell'ambito della filosofia morale, gettò le basi dell'economia politica classica. Rese autosufficiente la teoria economica, anche se già nell’arco di tutto il Settecento, la giovane scienza dell’economia si avvale, nel suo farsi autonoma, del contributo della Scuola napoletana (privilegiati dagli economisti napoletani sono alcuni temi d’analisi, come valore e moneta, ricchezza e sviluppo, insieme alla riflessione sul significato di ‘civiltà’ nella vita economica, l’«economia civile». Spesso Smith è stato definito il padre della scienza economica. In effetti, nonostante molti precursori dell'economia classica avessero prodotto singole tessere o parti dell'intero mosaico, nessuno di essi fu in grado di fornire in un'unica opera il quadro generale delle forze che determinassero la ricchezza delle nazioni, delle politiche economiche più appropriate per promuovere la crescita e lo sviluppo e del modo in cui milioni di decisioni economiche prese autonomamente vengano effettivamente coordinate tramite il mercato.

La ricchezza delle nazioni L'opera più importante di Smith, l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) diventa il testo di riferimento, con le dovute specifiche peculiarità, per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo (David Ricardo, Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, John Stuart Mill). In termini moderni si direbbe che Smith fu un teorico della macroeconomia interessato alle forze che determinano la crescita economica, anche se le forze di cui parlava erano ben più ampie rispetto alle zone oggi analizzate dalla moderna economia, infatti il suo modello economico è ricco di considerazioni di tipo politico, sociologico e storico.

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Ciò che conta veramente – Il (mio) messaggio di Modigliani e Miller

di Federico Giovanni Rega

Nessun corso di Finanza aziendale può esistere senza i teoremi di Modigliani e Miller. Questo breve articolo non sarà troppo tecnico e non avrà formalismi eccessivi, ma ci interrogheremo piuttosto sul messaggio finale che i due economisti volevano lasciarci attraverso la loro Proposizione I, datata 1958.

Lo scenario in cui si muove la “teoria” di M&M (1958) è quello di un mercato efficiente, senza imposte societarie o personali né imperfezioni (no asimmetrie informative, costi di transazione, di fallimento ecc..). Quando non vi sono imposte e i mercati del capitale funzionano al meglio, non fa differenza che a indebitarsi sia l’azienda o il singolo azionista (sia io come individuo investitore sia l’azienda X abbiamo lo stesso tasso d’interesse se andiamo a chiedere un prestito, sopportiamo lo stesso costo del debito). Pertanto, il valore di un’impresa non dipende dalla sua struttura finanziaria.

ESEMPIO Due aziende, stesso reddito operativo, diversa struttura finanziaria: una è Unlevered (no debito) l’altra è Levered. In questo secondo caso, il valore dell’impresa è dato dalla somma del valore delle azioni (Equity, mezzi propri) e del valore del Debito VL = E + D!

Supponiamo siamo Azionisti dell’1% dell’impresa Levered (indebitata), avremo diritto all’1% dell’ utile netto ossia PROFITTI - INTERESSI, questo sarà il nostro flusso di cassa (cash flow) Supponiamo che poi vogliamo acquistare l’1% dell’impresa Unlevered (non indebitata) avremo diritto all’1% dei profitti ma per acquistare quest’1% ci indebitiamo anche e pagheremo gli interessi, non come impresa, ma come investitori, a titolo personale. Alla fine, il nostro flusso di cassa sarà dato da 1% x (profitti – interessi) anche stavolta. Conseguiamo lo stesso rendimento, dunque le due imprese hanno lo stesso valore nel mercato efficiente.

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Ciò che conta per M&M è il rendimento operativo, “la torta”, non come essa va divisa tra banche, obbligazionisti, azionisti, Stato. Nella creazione di valore non conta come si finanzia l’attivo, ma la capacità di quest’ultimo di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare le fonti di finanziamento (D e E), le “fette della torta”. E’ importante la qualità delle scelte di investimento, piuttosto che il mix di titoli emessi per finanziarsi. La struttura finanziaria è neutrale, irrilevante, in quanto ogni singolo azionista/investitore può replicare autonomamente (indebitandosi a titolo personale, come nell’esempio, alle stesse condizioni dell’impresa, ossia allo stesso tasso d’interesse, ed è questo l'assunto base del modello) le scelte di struttura finanziaria dei manager dell’impresa. Si passa così in modo indifferente da una società indebitata a una non indebitata mantenendo una situazione di equilibrio in termini di rendimento assoluto.

Il lascito più grande è non verificare se la struttura finanziaria sia irrilevante nella realtà o meno (non lo è, vi sono le imposte, ergo il cd "beneficio fiscale del debito") ma riflettere sulle ipotesi alla base. Lo stesso Miller dirà trent'anni dopo "identificare ciò che non conta può anche identificare, di conseguenza, ciò che conta". L'intero sviluppo della finanza aziendale, dal 1958 ad oggi, ruota attorno alla rimozione di quelle ipotesi alla base del Teorema e i primi a rimuovere l'assenza di imposte furono proprio M&M, ammettendo di non aver abbandonato la loro Proposizione, ma di "averla arricchita".

Il messaggio che intravedo in quella Proposizione mi sembra quasi un avvertimento inascoltato, se pensiamo alla finanziarizzazione di oggi, ad una finanza non più ancella, ma padrona dell'economia reale.. Mi sembra quasi vogliano dire: Guardiamo agli investimenti, alla produzione, al rendimento industriale, all'operatività. Non al debito o al venture capital. La cartella clinica dell'impresa ci è data dal suo rendimento sul capitale investito, dal suo EBIT (o MOL), dalla sua gestione operativa. E' lì che si vede la forza di un'impresa, è lì che si vede la sua capacità di generare flussi di cassa che ripaghino le fonti di finanziamento. E' lì ciò che conta veramente.

2+2=5… Qual è il valore di un’impresa?

di Federico Giovanni Rega

Qual è il valore di un'impresa? Domanda bella tosta questa. Esistono vari metodi di valutazione aziendale, diretti, indiretti, finanziari, reddituali, patrimoniali. Essi, in linea di principio, si discostano dalle valutazioni contabili, di bilancio, attraverso delle rettifiche e/o integrazioni per depurare i valori di libro e "normalizzare" i flussi attesi che l'impresa creerà, produrrà, in un certo orizzonte temporale.  Non è questa la sede d'analisi però. Il focus che questo breve articolo vuole abbracciare è quello delle sinergie intangibili.

Iceberg "L' essenziale è invisibile agli occhi" diceva Antoine de Saint-Exupéry. E mai come oggi, nella knowledge economy, è spesso vero anche per le imprese. Se consideriamo quelle che Itami chiamava "le risorse invisibili" nel lontano 1988, ci accorgiamo che 2+2 non fa 4 in azienda, bensì 5. Del resto, il concetto stesso di impresa come sistema nasce dalla considerazione che l'impresa nel complesso vale più della sommatoria del valore dei singoli asset. L'impresa è sinergia, o meglio, più sinergie insieme. Sinergie finanziarie si possono conseguire tramite la riduzione del costo del capitale, di credito e di rischio. Sinergie fiscali possono derivare invece da un adeguato sfruttamento della normativa tributaria. Ma le sinergie più importanti oggi sono probabilmente quelle intangibili, che integrano elementi soft, competenze manageriali (skills), culture e stili aziendali. E' sempre più viva l'attenzione degli studiosi alla valutazione dei beni intangibili, visto il progressivo spostamento da un modello di competizione tra imprese product-based a un modello customer-based, a sua volta collegato al passaggio da una logica transazonale a una logica relazionale. Il valore strategico, dunque, di un'impresa tiene conto di tali aspetti, opportunità, potenzialità che i valori contabili da soli, prudenti ma a volte distorti, non riescono a inquadrare. Esso viene ad essere la somma algebrica del capitale economico dell'impresa, delle sinergie scaturenti dall'impresa e dalle opportunità incrementali che l'impresa può offrire. In formula:

Ws=W + S+ O

Riferimenti bibliografici e approfondimenti:

Zanda, G., Lacchini, M., & Onesti, T. (2013). La valutazione delle aziende . G Giappichelli Editore;

Gangi, F., & Campanella, F. (2006). Basilea 2 nell'economia di impresa. Allocazione delle risorse, gestione dell’informazione e selezione aziendale. Carocci Editore;

Itami, H. (1988). Le risorse invisibili. GEA

 

Il Capital Asset Pricing Model, tra teoria e pratica

di Fabrizio di Sciorio

  La proliferazione dei modelli finanziari si è avuta a partire dal 1952 grazie agli studi di Harry Markowitz con la Modern Portfolio Theory. Lo studioso americano ha introdotto il concetto di diversificazione del rischio, ovvero la possibilità di ridurre parte della volatilità del portafoglio investendo in titoli che hanno movimenti di mercato opposti. Un’altra tappa fondamentale nello sviluppo dei modelli matematici per la finanza è stata l’introduzione del Capital Asset Pricing Model nel 1964. Il CAPM, che a distanza di tempo viene utilizzato ancora oggi, si basa su una relazione lineare tra rendimento e rischio. Tale modello è noto per il coefficiente di proporzionalità denominato beta, indicatore del cd. rischio di mercato, non eliminabile attraverso la diversificazione. La formalizzazione matematica è la seguente: E(Ri)-rf= β* [E(Rm)-rf], tale equazione spiega la relazione tra l’eccesso di rendimento della singola attività ed il premio per il rischio di mercato. La dipendenza tra le due variabili è misurata tramite un unico fattore di volatilità appunto, il Beta. Questo parametro indica quanto il valore del titolo si muova in sintonia col mercato:

  Risultati immagini per beta formula Numerosi studi hanno messo in discussione la validità del CAPM (Ross) (altro…)

La Finanza: da ancella diviene padrona

  di Federico Giovanni Rega     finanza Oggi si dibatte tanto di finanziariazzione, del peso enorme della finanza, ormai padrona dell’economia, e non più ancilla, di come tale predominio sia sfavorevole alla crescita economica (‘reale’). Michal Kalecki – eterodosso, ma lungimirante nelle sue tesi – analizzò anche questo aspetto nella teoria sulle determinanti degli investimenti. Egli parla dei risparmi dei rentiers, risparmi correnti “esterni” alle imprese, che influenzano negativamente gli investimenti in capitale fisso. La ricchezza finanziaria (come l’avremmo definita oggi) introduce nel sistema un trend negativo, così come le innovazioni imprimono, invece, una tendenza ascendente di lungo periodo. Se i risparmi dei rentiers vanno aumentando, rispetto al capitale (su tale aspetto ritornerà Piketty nel suo Capitale nel XXI secolo), il trend negativo sarà accelerato. L’effetto delle innovazioni si accoppia così a quello dei risparmi “esterni” ed è l’effetto netto che determina lo sviluppo di lungo periodo. Il trend sarà positivo se le innovazioni esercitano un’influenza più forte di quella dei risparmi dei rentiers. E’ notevole la modernità di tali tesi, se solo si guarda ai numeri del nostro tempo, laddove la finanza e i derivati valgono 8 volte l’economia reale: i moderni cavalli di Troia non sono più di legno e hanno nomi ben meno mitologici: si chiamano credit default swap, spread, Etf, Borse, derivati, volatilità. Ma rischiano di avere lo stesso effetto distruttivo: insinuarsi nell'economia reale e, alla lunga, minarne le fondamenta, minarne la crescita. L’intuizione di Kalecki era giusta? La finanza è negativa per la crescita economica? Un economista contemporaneo, il Marx moderno, Thomas Piketty, nel suo “Capitale nel XXI secolo”, parte proprio da quel rapporto tra capitale (K) e produzione (Y). Il libro – pieno di tabelle e equazioni - mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque (periodo che termina con la Prima Guerra Mondiale). Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica. L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Questa «contraddizione centrale del capitalismo, che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913, salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cd “Keynesian Consensus”) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dov’è la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito: β = K / Y dove K è lo stock del capitale “tutto compreso” (a meno del solo “capitale umano”; compreso quel capitale pericoloso, quel capitale da casinò) ed Y il flusso della produzione annua “al netto” degli ammortamenti per il capitale impiegato. Dopo di che, nel caso di una funzione lineare di produzione a capitale e lavoro, risulta: Y = r K + W dove r è il tasso di rendimento capitalistico “tutto compreso” («rendite, dividendi, interessi, royalties, profitti, capital gains, ecc.») e W è l’ammontare delle remunerazioni che spettano ai lavoratori. Piketty documenta come per il mondo nel suo complesso (e qui si spinge oltre, forse) il rapporto capitale/reddito, diminuito da un valore compreso tra 4 e 5 del periodo 1870- 1910 ad un valore di 2,5/3,5 tra 1920 e 1980, sia poi risalito a 4,5 nel 2010 con la possibilità, secondo le sue proiezioni, di arrivare a 6,5 per la fine del XXI secolo.     Dal casinò alla calcolatrice: Come nasce questo predominio dei mercati e della finanza? (altro…)

Troppi numeri, pochi uomini: ma cos’è il Capitale Sociale?

di Rossella Sagliocco

“Perché l’uomo passa il suo tempo contando i numeri e non cercando un meccanismo per contare ciò che numero non è?”

È una delle domande che anche in maniera inconscia spesso ci poniamo e in pochi hanno il coraggio di esternare, ci dimentichiamo che dietro un numero o una formula c’è un essere irrazionale: l’uomo; quindi fino a che punto un numero può essere un’ espressione oggettiva? Anche qui, ancora una volta, ritroviamo soggettività. Partiamo da un tema ampiamente dibattuto, che affolla la letteratura da decenni: il rapporto banca-impresa e la relativa quantificazione del rischio di credito. L’accordo di Basilea è sorto con il fine di garantire alle banche maggiore solidità ed efficienza: il primo accordo prevedeva requisiti patrimoniali uguali per qualunque prestito, il secondo accordo dà la possibilità di differenziare gli accantonamenti patrimoniali in funzione alla rischiosità, ad un’impresa più rischiosa la banca dovrà accantonare più capitale, viceversa, ad un’impresa meno rischiosa meno capitale. Come misuriamo il rischio? Con il Rating. Il rating quantitativo propone l’utilizzo di sistemi numerici per la valutazione del merito creditizio. Quest' approccio “meccanicistico” all’erogazione del credito ha dei vantaggi e degli svantaggi. I vantaggi sono relativi a una più precisa quantificazione del rischio da parte delle banche. Gli svantaggi dell’applicazione del rating derivano dai tipici difetti di un approccio Fordista all’erogazione dei servizi finanziari e sono:
  1. Standardizzazione dei processi che non tiene conto delle specificità settoriali e locali delle imprese;
  2. Allontanamento dei centri decisionali dai punti di erogazione del credito, che provoca l’impoverimento sociale e culturale nei luoghi di erogazione del credito;
  3. Tendenziale prociclicità dei sistemi bancari in quanto le banche erogano credito a chi in realtà non ne ha bisogno in quanto ha tutti i parametri finanziari “in ordine”.
La crisi finanziaria ha accentuato i difetti e non i pregi dei sistemi di rating. In una situazione di crisi finanziaria l’approccio al credito richiede una maggiore flessibilità. Tale approccio chiamato “relationship lending” si fonda sulla valutazione delle “soft information”. Parliamo di quel tipo d'informazioni difficilmente codificabili, perché di tipo qualitativo, la cui soluzione per la codificazione è la relazione diretta con il cliente, la presenza fisica attraverso gli sportelli bancari consente di valutare al meglio il capitale sociale e relazionale che è insito nel territorio e che caratterizza quindi l’impresa. L’evoluzione verso l’economia dell’informazione e delle reti ha posto al centro dell’agenda competitiva della quasi totalità delle imprese il problema della conoscenza. Peter Drucker coglie questa sorta di criticità sottolineando che la risorsa economica fondamentale affinché una società possa progredire nel tempo è rappresentata dalla conoscenza e dai soggetti che la generano [Drucker,1993]. Schumpeter afferma che nuove combinazioni di conoscenza portano nuovi  prodotti, nuove tecnologie, nuovi metodi di produzione. L’enfasi sulla conoscenza ha spinto all’affermazione del ruolo strategico del capitale sociale. È piuttosto difficile dare una definizione chiara e soprattutto “ giusta “ del capitale sociale.  Si può dedurre da ciò che “La conoscenza è intangibile, ma può essere misurata”: il mercato azionario, ad esempio, reagisce spesso con un incremento delle quotazioni azionarie agli annunci di investimenti in Ricerca e Sviluppo (Stewart, 1994). Ma è giusto chiedersi: “ Cos’è il capitale Sociale?” cap sociale L’esternazione di tale concetto è partita dagli anni ’60, il primo a imprimere il termine “Capitale Sociale” è stato Coleman collegandolo al concetto di sviluppo, però già molto tempo prima Weber pur non dando una chiara denominazione del concetto l’aveva toccato nel suo studio “Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo” (1906), Weber aveva analizzato le caratteristiche delle “sette religiose” come fenomeno sociale nella società capitalistica statunitense dell’800. Tali sette erano formate da una rete di relazioni sociali e personali di natura religiosa quindi non generata da motivi economici e la sua funzione era diffondere fiducia attraverso la conoscenza di ciascun membro del gruppo, un modo semplice per mettere le informazioni in circolazione e da non creare opportunismo tra i membri. Tutte queste caratteristiche corrispondono al fenomeno che più tardi verrà definito come “capitale sociale”. Successivamente però con il dominio del modello Fordista si ritrova un’automatizzazione dei comportamenti assunti dai dipendenti nell’impresa e ciò ha creato una sorta di distanza tra la società e l’economia e hanno assunto minor importanza concetti come imprenditorialità e contesto istituzionale (oggi argomentazioni essenziali). Attualmente in un contesto dove la costante è il cambiamento e quindi una costante ricerca all’innovazione Coleman ha coniato il termine “Capitale Sociale”. Quest’ultimo scinde il capitale fisico (beni tangibili) e il capitale umano (le abilità della persona) dal capitale sociale, ovvero, le varie relazioni che l’uomo ha costruito nella sua vita, intese come capitale perché possono generare valori materiali ed immateriali; tali relazioni sociali non portano benefici solo al singolo individuo nella società ma a tutto il tessuto sociale implicato, infatti ha la natura del bene pubblico. Tuttavia, guardando in faccia alla realtà, quanto affermato prima resta soltanto un auspicio e una speranza (acclamata, tra l'altro, da numerose analisi empiriche), in quanto l’orientamento politico attuale predilige l’accentramento delle banche. Tale “scelta” è giustificata da alcuni elementi:
  1. Maggiore solidità patrimoniale delle banche di grandi dimensioni.
  2. Maggiore diversificazione del rischio di portafoglio "à la Markowitz”.
  3. Economie di scala di tipo fordista che ridurrebbero i costi di erogazione dei servizi finanziari.
Il regolatore, continuando a focalizzarsi (troppo?) sulla stabilità e l'adeguatezza patrimoniale, finisce per dar vita a una banca solida, stabile, ma che non eroga credito. Si è parlato di nichilismo bancario. Si è detto che si vorrebbe progredire, avvicinarsi al cliente ma nella realtà la centralizzazione del sistema bancario non permette ciò, procurando giorno dopo giorno la distruzione di piccole realtà e reggendo coloro che sono definiti “i grandi“ , senza sapere che un grande è formato da tanti piccoli. Alla base di tutto ciò è ben chiaro che manca la molecola che unisce, ma distrugge se non c’è l’unione fra gli uomini: la fiducia. Notiamo come ancora una volta l’uomo per concedere quello che è un prestito si basi sui numeri, sulla certezza, sulla quantità; si sente al sicuro attraverso quelli che sono dati di bilancio, statistiche e  così via, dando in tal modo “una somma di denaro” a chi certezze già ne ha e non a chi non le ha e vorrebbe creare qualcosa di nuovo o semplicemente fare un rinnovamento. In sostanza si allontana da lui stesso. Distruggendo “capitale sociale” e distruggendo “fiducia”.  Altro che evoluzione, questa è una mera involuzione.   RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Campanella F., 2014, La regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore bancario. Coleman J.S., 1990, Foundations of Social Theory, Cambridge, Mass., Harvard University Press Stewart, T.A., (1994) Your Company’s Most Valuable Asset: Intellectual Capital, Fortune, October 3, cover story.  

Come le nuove tecnologie cambiano il mondo

di Eduardo Belli

La nascita di Internet risale all’ultimo secolo dello scorso millennio. L’introduzione di tali nuove tecnologie ha sempre affascinato ed è sempre risultata essere fonte di cambiamenti a livello globale di carattere economico, tecnologico, sociale etc… Sebbene non fosse pratica diffusa, il web è stato per molto tempo utilizzato al solo scopo di scambiare informazioni (mentre oggi possiede numerose funzioni).  Con l’arrivo del nuovo millennio lo sviluppo tecnologico, in particolare in materia informatica ha condotto, e  sta conducendo, ad un cambiamento epocale della visione del mondo in tutti i suoi profili esistenti portando l'umanità in un vero e proprio nuovo mondo. La nascita dei social media, delle piattaforme di scambio e di tutte le altre fonti (ormai) esistenti ha prodotto un fortissimo impatto su tutta l’economia. In particolare l’accesso a fonti di crowdsourcing, crowdfunding e più in generale alla sharing economy hanno modificato i modelli di  business e più in generale l’economia a livello mondiale. L’ampia, variegata e sempre più repentina condivisione di informazioni produce forti impatti sulle asimmetrie informative conducendo ad una riduzione in tutti i settori e a tutti i livelli il moral hazard e l’adverse selection incrementando la concorrenzialità delle imprese presenti sui mercati, comportando la riduzione dei prezzi di beni e servizi offerti. lavoro-freelance-6-consigli

L’utilizzo di tali tecnologie, e dei comportamenti derivanti dal loro utilizzo, sta producendo un ampliamento esponenziale e sempre più rapido dei mercati verso il livello successivo (da locale a regionale, da regionale a nazionale, etc…). Ciò conduce ad una internazionalizzazione delle imprese sempre più frequente, repentina ma soprattutto possibile, incidendo in maniera consistente sulla concorrenza. La possibilità per gli imprenditori di poter accedere, a costi sempre minori (talvolta nulli), alle conoscenze necessarie per la nascita, sviluppo e  proseguimento del proprio business permette  da un lato l’allargamento del mercato del lavoro e ad una trasformazione delle mansioni necessarie alla sopravvivenza di un’impresa e dall’altro  allo sviluppo di una prospettiva sempre più indipendente del lavoro andando ad erodere la filosofia ottocentesca del rapporto tra l’imprenditore e i dipendenti (aspetto che non ha solo implicazioni positive poiché può portare alla riduzione, in certi casi, dell’organizzazione aziendale). Questa prospettiva , ormai parte del sistema economico che conosciamo, è molto distante dal profilo e dal framework tipico del fattore lavoro come è stato anticamente immaginato. Ne deriva che lo sviluppo di tale riflessione a livello sistemico può condurre a grossi cambiamenti a livello legislativo e spostamenti macroeconomici nel mercato del lavoro. Nel primo caso il mutamento dei rapporti lavorativi produrrà la necessità di notevoli innovazioni in campo contrattuale non solo a livello nazionale ma, data la portata del fenomeno, anche a livello internazionale.arton34752

 Altro punto di vista particolarmente interessante è quello macroeconomico. La progressiva compressione dei prezzi dovuta alla riduzione delle asimmetrie informative e alla sempre crescente forza contrattuale della domanda provoca l’abbassamento dell’inflazione e delle sue previsione future. Di qui il necessario adeguamento degli obiettivi di inflazione, per i risultati macroeconomici perseguiti dalle istituzioni, e di conseguenza di tutti gli indici di riferimento della situazione economica italiana, europea e mondiale. Tutti questi sviluppi potrebbero condurre ad una reale rivoluzione del sistema capitalistico, dell’intero panorama economico mondiale e della cultura sociale che conosciamo.

Beyond Capitalism: is a third way possible?

This article (Italian version) was originally published here: http://www.smartweek.it/la-pluralita-del-capitalismo-e-la-ricerca-di-una-terza-via/ Capitalism is not unique and absolute. This article aims to investigate its two different main versions and to take a look at a possible third way, notably with reference to risk-taking in boosting innovation-led growth. The literature traditionally focuses on two models of capitalism: on the one hand, the Anglo-Saxon model; on the other hand, the Rhenish Capitalism (also called social capitalism or social market economy). This dichotomy came out of a study by Michel Albert, Capitalism against Capitalism (1993), concerning the institutional and economic characteristics of capitalism in the United States and in anglo-saxon countries in general. This model nearly evokes an image of "a Bank that bows to the Stock Exchange" and “a manager who bows to the shareholder". In these countries, an in-depth division between owners (shareholders) and managers characterizes the structure of the enterprise. This can trigger that phenomenon known as the “agency problem. On the one hand, the role of shareholders is anonymous and they are only interested in cash flow that the company is able to generate (only interested in the renowned Net Present Value). On the other hand, managers deal with the actual management of enterprises; however, their goals can truly differ from the principal’s interests: professional success, prestige, maximizing their salaries, etc…. In a nutshell, the Rhenish Model is instead based on that media res between public and private that is the social market economy, as it is practiced in Germany and other northern European countries, with other peculiar variants, in Japan. As its core, banks, insurance firms, investment and pension funds, known as “institutional investors”, play a relevant role. Furthermore, there is a constant relationship between the company and public institutions, which helps to stabilize the complex balance among the different forces that are part of the company. The precious network of relations between the different social actors (stakeholder approach), affirms and simultaneously reinforces the idea that the company is not an ordinary good, and cannot therefore be negotiated like any other commodity. In this form of managerial-organizational capitalism there is a crucial leader: the "visible hand" that Chandler opposed to the market (1977). A recent book by Mazzei and Volpi (2010) compares the Asian economic model with the West. The authors focus on two key points. On the one hand, an epistemological point that implies the overcoming of a zero-sum game "State or/against Market" in favor of a win - win approach (positive-sum) which should lead to a radical change in our development model, from an essentially quantitative dimension to a more qualitative dimension. The authors refer to the two principles of oriental culture: ying and yang. These forces are not mutually exclusive. They are complementary. "So, there is the night, as there is a day, ... and - to paraphrase Adam Smith - the market exists because there is the state." On the other, the book aims to highlight (once again) that this crisis is not economic, but a systemic crisis. Maybe we are in a phase of epochal transformation of the international system: the end of the West's dominance, that urges us to go beyond, to rethink. Also Pope Francis has warmly criticized the “Market Priesthood” in his encyclical letter, Laudato Si. Global financial reforms are needed “to develop a new economy, more attentive to ethical principles, and new ways of regulating speculative practices and virtual wealth” (Laudato Si, page 49). As J. Stiglitz, Nobel laureate in Economics in 200, affirms, "we live in a process of globalization, but we have no global institutions able to deal with its consequences. We have a system of global governance, but we do not have a global government". The process of economic integration around the world brings about continuous questions and the ability of states to respond is faltering.. Scholars and economists are looking for a "third way" that emerges in medias res between statism and market automatism (“American style”). For years Stiglitz has been working through an approach – within the information economy and its relative information imperfections - which urges its intermediate solutions and tries to rewrite the rules of the market and finance (speculative). Finance ended in the dock over the past decade of financial crises. Crisis has provided us with some common lessons and traits: 1) capital markets are subject to repeated failures (solely in exceptional circumstances market is efficient), 2) also government intervention should be subject to failures. Our economic system needs both the market and the state, going beyond the old conflict laissez faire – socialism. As a result, the solution (but simultaneously a huge challenge) is to find the right combination (Stiglitz 2001). To this purpose, it is necessary to debunk old myths, to rethink economics, to go beyond the mainstream. In accordance with this instance of a rethinking process, there is a focus on the Entrepreneurial State by Mariana Mazzucato. She invokes a capitalism in which companies, State and employees work together to create wealth and wellbeing. They are all potential creators of wealth. The emblems of wealth in the modern knowledge economy, from the iPhone to the Tesla S, have all relied on a strategic public sector (risk-taker) that shoulders the burden of risks and uncertainties, working side by side with a private sector and willing to reinvest its profits in the "downstream" areas, such as research and development (R&D) or human capital training. If we surf the web, among data and researches, we will find that those regions and countries that have succeeded in achieving smart innovation-led growth have benefited from long-term visionary mission-oriented policies – from putting a man on the moon to tackling societal challenges such as climate change. In addressing these missions, public sector agencies have led the way, investing not only in the classic ‘public good’ areas, like basic research, but also along the entire innovation chain (basic research, applied research, early-stage funding of companies) and courageously defining new high-risk directions (e.g. the Internet, the “green revolution”, biotech, cleantech, fintech). Tomorrow’s growth – or long-term economic growth – is determined by today’s investments in R&D, infrastructure projects, human capital, technical change and innovation. Accordingly, innovation requires decisions on directionality and capabilities to understand and engage dynamically with future technological and market opportunities. Those decisions cannot be taken by only ingenious entrepreneurs, nor are they an exclusive public task. Mazzucato (2013) wants to stress the importance of a "Slow Finance" (she speaks also about a Finance mission-oriented) to boost the technological innovation, the pharmaceutical industry, the academic research. We ought to abandon a lot of myths, beliefs and conventions on the State and to rethink its role in creating new and dynamic engine of the economy. It is recommended a hug between a risk taker State and the private sector, in order to assume the risks together and enjoy together the benefits. References - Albert M. (2001) Capitalism against Capitalism. Ten years later, Il Mulino, n. 3/01 - Gowdy J. (2015) Why the Pope is Right to Criticize Free-market Ideology; available online at: http://evonomics.com/pope-understands-new-economic-paradigm-economists-dont/ - Mazzucato M. (2013) The Entrepreneurial State: debunking public vs. private sector myths (Anthem 2013) , Italian Edition - Laterza, pp. 46-52 - Mazzucato M., Penna C. (2015) MISSION-ORIENTED FINANCE FOR INNOVATION: New Ideas fot Investment-Led Growth, Policy Network, London; pp. 2-26 - Stiglitz J. (2001), “In an imperfect world”, Donzelli Editore, pp. 4-21 - Volpi, Mazzei (2010) Revenge of the visible hand. The Asian economic model and the West, Bocconi University Editor-Egea, Milan, 2010 Note: if you find some english mistakes, let me know in the comments

Il Capitale della Conoscenza ci fa Crescere

di Federico Giovanni Rega

Che cosa abbiamo imparato dalle passate tempeste? Forse, guardando là fuori, niente. Continuiamo a non capire. (riformulo la domanda) Che cosa possiamo, e dobbiamo, imparare dalle passate tempeste, dalla (o dalle?) crisi, dai perpetui scandali finanziari? Probabilmente, molte cose. Da semplici attenti spettatori e osservatori, possiamo evidenziare due punti cruciali:

- l' (in)formazione è tutto, o quasi. Alla base dei grandi problemi economico-finanziari (che, citando un Premio Nobel del calibro di Shiller, non sono altro che la sommatoria di innumerevoli piccoli shock negli angoli del mondo) vi è una carenza informativa. Gli scandali bancari (recenti e non) sono anche un problema di cultura finanziaria, o meglio di analfabetismo finanziario. L'insieme di tante scelte di investimento, o comunque finanziarie, poco avvedute, poco informate, con scarsa consapevolezza del rischio in cui si incorre, conducono a disastri enormi e a partire dalle indagini OCSE e Banca d'Italia c'è poco da star sereni. "(in)formazione" è una parola enorme, ne contiene due di altrettanto valore: informazione e formazione. E queste due possono rievocarne altre due: curiosità e conoscenza. Solo partendo da qui, possiamo costruire delle difese, anzi delle armi che ci accompagnino nel marasma del mondo, ad affrontare il caso, il rischio, i cigni neri e la non-linearità degli eventi.

- l'innovazione è un'onda insidiosa, carica di distruzione creativa, inevitabile, inarrestabile. E non è nemmeno una novità questa. Fin dalla notte dei tempi, ogni secolo ha avuto le sue rivoluzioni sociali, industriali, intellettuali, scientifiche, tecnologiche: dal baratto alla moneta, dal vapore all'elettricità, dall'iperururanio alla scoperta dell'inconscio, dal PC e l'avvento di Internet allo smartphone, ogni cosa nuova ha distrutto il passato e ha aperto una finestra sul futuro. La frase "Si è sempre fatto così, non c'è alternativa" viene tradotta dagli anglosassoni con un acronimo che ricorda il nome di una dolce signora, TINA: There Is No Alternative. Nella storia dell'uomo TINA ha fallito, sempre, travolta da quell'onda di disruption. Quest'ultimo termine inglese rende più di ogni altra traduzione letterale. Se proviamo a tradurre con Google o WordReference troveremo: interruzione, spaccatura, rottura. Questa rottura ha riguardato tutto e tutti: anche i colossi bancari che erano too big to fail, troppo grandi e solidi per venir distrutti e poi radicalmente ripensati, trasformati, destinati ad aprirsi e a collaborare con l'onda distruttiva-creativa; così altri stabili mondi, come quello della comunicazione, dell'editoria, dell'università, hanno dovuto iniziare a ripensare il proprio business model.

Il capitale della conoscenza e dell'innovazione, spesso intangibile, ci fa crescere. A livello micro (come persone) e a livello macro (come economie). Se io e te studiamo tanto oggi, io e te saremo più ricchi domani. Se io e te, insieme ai nostri amici americani, danesi, tedeschi e così via, studiamo tanto oggi, domani aumenterà la ricchezza delle nazioni. Tale correlazione positiva, anche intuitiva se vogliamo, non è certo una novità e la letteratura economica è ricca di dati e analisi a riguardo. I due grafici seguenti riguardano un'analisi di Edward L. Glaeser, economista a Harvard, che confronta l'educazione del secolo scorso con la crescita economica nel 2000.

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Sulla stessa lunghezza d'onda, una miriade di economisti si sono domandati perchè alcune economie crescono e altre no. Un libro recente, "The Knowledge Capital of Nations: Education and the Economics of Growth" del prof. Hanushek, di Stanford, mostra come la crescita economica sia una funzione delle conoscenze acquisite dalla popolazione (le cognitive skills che formano il Knowledge Capital di una nazione). Di più, queste ultime contribuiscono molto più di qualsiasi altro fattore di crescita, nel lungo periodo.

Se includiamo la variabile educazione (e tutta la conoscenza, inclusi investimenti R & S, proprietà intellettuale, ricerca universitaria) in un Capitale dell'Innovazione, insieme a Capitale Umano e Capitale Fisico (ad es., le infrastrutture ICT), l'analisi diviene ancora più ricca e completa. L'innovazione è un motore per la crescita e la prosperità, l'innovazione è rilevante. Ed è proprio questo il titolo di un report McKinsey, "Innovation matters", che analizza 16 Paesi, tra cui Francia, Italia, UK, USA, Giappone, Svezia e Finlandia. I punti chiave? Il capitale dell'innovazione vale (il 42% del PIL, ossia 14 trilioni di dollari nei Paesi analizzati), cresce (ad un tasso annuo di crescita del 4,6%) e contribuisce per il 53% alla crescita della produttività del lavoro.

innovation capital grafico

innovation capital grafico2 Basta leggere alcune analisi e vedere dove siamo, noi Italia. Il Capitale della Conoscenza non solo può salvarci, ma ci fa crescere. Va coltivato, investendo in primis nel fattore T, come ci suggerisce Warren Buffett. Il tempo è denaro, anzi vale anche di più. E la crescita (prima quella personale, poi quella economica come dimostrano i dati) si nutre di conoscenza e innovazione. Dev'essere la nostra merenda, anzi la nostra colazione.