Tulipomania

La prima bolla speculativa e la prima grande crisi economica della storia - di Luca Buffolano   Introduzione I tulipani furono introdotti in Europa dalla Turchia nella metà del XVI secolo e divennero presto un oggetto di desiderio per gli appartenenti alla Middle Class Olandese a causa della loro particolarità ed esclusività. L’attenzione verso i tulipani crebbe esponenzialmente causando la nascita di un mercato speculativo con i caratteri della borsa valori ma al di fuori di questa istituzione (difatti le trattative avvenivano in taverne e birrerie). I tulipani divennero presto un bene di lusso e la loro rarità influiva sul prezzo (basti pensare che il prezzo record pagato per un bulbo, il Semper Augustus, fu di 6000 fiorini quando il reddito medio annuo dell’epoca ammontava a 150 fiorini) che divenne insostenibile e, come ogni bolla speculativa, portò ad un eccessivo ed ingiustificato aumento dei prezzi che ne causò il crollo lasciando centinaia di investitori sul lastrico. Il contesto storico Il ‘600 è il secolo della Golden Age Olandese caratterizzata dall’emancipazione dal controllo spagnolo fino all’indipendenza nel 1648, da un colonialismo nuovo (basato sul modello portoghese dell’occupazione degli avamposti), dalla centralità delle città di Anversa (capitale finanziaria e principale centro di commercio per prodotti di grande valore) ed Amsterdam (che ormai copriva un ruolo di assoluto predominio nei traffici del Baltico), dalla supremazia dei mari con la V.O.C. (Compagnia olandese delle Indie orientali), e soprattutto della conseguente nascita della borsa di Amsterdam; proprio sulla scia di quest’ultima si arriva alla causa scatenante della prima bolla speculativa e della conseguente prima grande crisi economica della storia. Cos’è una bolla speculativa Possiamo definire una bolla speculativa come una fase di mercato nella quale si assiste ad un considerevole aumento (ingiustificato) dei prezzi, a causa di una crescita repentina della domanda. La bolla rappresenta quindi una sopravvalutazione del prezzo di un bene destinato poi a riacquisire il proprio valore reale qualora la bolla sarà scoppiata. Solitamente le bolle speculative riguardano i beni immateriali ai quali è difficile dare un valore certo ma, più raramente, si può assistere a vere e proprie bolle anche dei beni materiali come ad esempio gli immobili. La bolla dei tulipani Il particolare interesse nei confronti dei bulbi dei tulipani portò alla redazione di veri e propri cataloghi dove venivano illustrate le varietà di tulipani esistenti dipinti dai pittori del tempo. Secondo il catalogo, i tulipani erano divisi in tre categorie: rosso, viola su giallo e marrone su giallo. I più costosi erano quelli multicolore. Le trattative per i bulbi erano svolte all’interno di taverne e birrerie ma, nonostante ciò, i sistemi di scambio erano rigidi e codificati sulla scia della borsa di Amsterdam. La rarità dei bulbi fu data da un virus che attaccò questi causandone la decimazione e di conseguenza i prezzi dei bulbi di tulipano raggiunsero il prezzo di 10000 fiorini ognuno nel 1637 ed è proprio in quest’anno che i costi dei tulipani non si basano più sulla rarità degli stessi, ma sul loro peso e ciò portò ad un tasso di cambio così alto che il collasso del mercato divenne inevitabile. Possiamo riassumere gli eventi che hanno caratterizzato questo periodo di speculazione in una divisione per anno:
  •  Nel 1623, un singolo bulbo di una famosa varietà poteva costare più di 1.000 fiorini.
  • Nel 1635 viene registrata una vendita di 40 bulbi per 100.000 fiorini. Il record assoluto spetta al bulbo Semper Augustus che raggiunge 6.000 fiorini di quotazione.
  • Nel 1636 i tulipani sono negoziati ovunque, ogni città ha il suo centro di contrattazione e nei villaggi più piccoli ci si incontra nelle taverne per negoziare gli acquisti e le vendite. Questo incoraggia chiunque ad acquistare tulipani e molti realizzano ingenti fortune. Ma molti altri stanno per perdere ogni cosa.
  • Nel 1637, non si sa per quale precisa ragione, qualcuno iniziò a vendere senza riacquistare, trovando compratori disposti ad acquistare ma con sempre maggiore difficoltà.
Pertanto nel febbraio del 1637 il mercato dei tulipani crollò; in questo giorno i “florists” della taverna di Haarlem smisero di vendere ai prezzi del giorno prima e così gli acquirenti e gli investitori si allarmarono facendo crollare definitivamente il mercato. Ciò rese i bulbi invendibili a quei prezzi di sovrastima lasciando chi aveva acquistato i bulbi e non se ne era liberato sul lastrico a causa delle grosse cifre non più recuperabili ed a causa del fatto che molti, pur di speculare all’interno di questo mercato toro, avevano venduto i propri beni immobili. Molti speculatori fecero ingenti fortune a spese dell’avidità altrui, ma tanti altri fallirono.

Il X festival dell’economia: ripensare, andare oltre

di Federico Giovanni Rega   Siamo stati alla decima edizione del Festival dell'Economia, a Trento,  un festival che non esiste altrove, in nessuna altra parte del mondo, parafrasando alcuni relatori, come Akerlof e Federico Rampini. Economisti, politici, giornalisti, studenti, studentesse, giovani e meno giovani, in un contesto culturale pazzesco, dove si è respirato un vivo dibattito, non solo economico, ma, oserei dire, sull'uomo, sulla società che viviamo e che forse potremmo/dovremmo migliorare. Trento si è tinta per alcuni giorni di arancione, di colori e sinfonie; fra le strade della città svolazzava lo scoiattolo, simbolo del Festival, e il tema centrale è stato quella della mobilità sociale. Sul banco degli imputati, le disuguaglianze (statiche e dinamiche) e la finanza tossica. A partire dal Direttore del Festival, il prof. Tito Boeri, abbiamo avuto il piacere e l'onore di ascoltare alcune fra le più illustri figure del panorama accademico globale contemporaneo, nonchè attori teatrali e leader politici. Solo per citarne alcuni:  due premi Nobel per l’economia, gli americani Joseph Stiglitz e Paul Krugman, personaggi nel campo dell’economia e della sociologia come la figura molto discussa e controversa di Thomas Piketty – autore del best-seller “Il capitale nel XXI secolo” – Christoph Scherrer, Lucrezia Reichlin, Lorenzo Bini Smaghi e molti altri autori impegnati nello studio della disuguaglianza e della mobilità sociale. Non è mancato poi il contributo di importanti figure istituzionali – in primis quella del presidente del consiglio Matteo Renzi, in un faccia a faccia con il premier francese Manuel Valls – del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Proprio di quest'ultimo, sin dall'inaugurazione, è stato citato il suo ultimo libro "Investire in conoscenza", esigenza così sentita nel nostro Paese, che ha tanto bisogno di investimenti pazienti, a lungo termine. La domanda che si è posta Lucrezia Reichlin, docente London Business School, è "What we want in the long-run?". "Non prendiamo a modello la crescita americana" è stato un po' il monito generale, soprattutto da parte di Stiglitz, così critico verso quel modello denso di disuguaglianze spaventose. Nel dibattito generale, si è partiti da quel settembre 2008, da quel big bang finanziario: mutui subprime, derivati, CDS, shadow banking... il capitale finanziario come imputato, un capitale da casinò. La finanziarizzazione è più viva che mai! Quali i possibili rimedi? Si sono contrapposte due correnti: da un lato, Piketty, dall'altro, Scherrer. Il primo propone una tassa unica globale sulla ricchezza, il secondo si oppone, constatando l'esistenza di differenti contesti, forme di capitalismo, istituzioni. A Federico Rampini è toccato l'arduo ma affascinante compito di ricostruire 10 anni della storia dell'economia. Il suo è stato un intervento pazzesco, dove in un'oretta e poco più ha spaziato qui e lì, riassumendo non la storia dell'economia, ma la storia dell'uomo, dell'Occidente, della Cina, del pensiero. La bolla della new economy, la Cina, l'euro, il protocollo di Kyoto, la FED, il crollo del mercato immobiliare, Lehman Brothers, il Q.E. Passando poi per la morte di Jobs e quella Silicon valley, laboratorio di modernità senza eguali al mondo, dove vi è quasi un'esaltazione della trasgressione creativa, un collettore di opportunità dove inventare senza brevettare (open source). Ma poi vi sono luci e ombre - continua Rampini -  dei cd "padroni della rete", dell'età dell'accesso con la sharing economy, un'economia che diviene però "pseudo gratuita". Ed ecco il nostro caos, il caos dell'Occidente, nuovamente decadente. Con la paura del deficit e del caos della Germania, in un "ordoliberalismus", che ha radici  in quella democrazia di Weimar destabilizzata dall'iperinflazione. E poi due punti chiave: i due motori del rilancio dell'economia sono sempre stati l'innovazione e la demografia, ma la popolazione che non crescerà più e forse è rimasta solo la prima. La crisi non è stata una lezione, nè vi è una lettura unica. Non abbiamo capito. Un tempo si discuteva di "Fine della storia" - dal volume di Fukuyama -  di come oltre questo modello, quello occidentale liberaldemocratico, non si andasse. La globalizzazione viene ad essere l’esito unico e migliore della storia stessa. Ma è veramente così? Si sta aprendo una nuova fase, forse - conclude Rampini - si conclude l'era della scoperta, del dominio dell'uomo bianco e "il pendolo della storia sta tornando a 5 secoli fa, verso l'India e la Cina". Rampini, ma un po' tutto il Festival e numerosi studiosi e pensatori ci invitano ad andare oltre, a ripensare il modello occidentale di economia, di finanza, di vita, di uomo.

Il pensiero e i limiti del “laissez-faire”

di Giuseppe Cinotti   Il "laissez faire", letteralmente "lasciate fare", è un principio proprio del liberismo economico, risalente al diciottesimo secolo. Il cardine principale era il " non intervento " dello Stato nella vita sociale ed economica. Si basava sul presupposto che l'azione del singolo nella ricerca del proprio benessere, fosse sufficiente a garantire la prosperità economica della società. Il laissez faire trasse il proprio sostegno da diverse correnti di pensiero e fonti di sentimento. Keynes, a questo proposito, affermò che la popolarità della dottrina si deve più ai filosofi del tempo che agli economisti. Infatti, una delle prime e più importanti correnti di pensiero, i cui caratteri si ritrovano anche nel laissez-faire, è l'individualismo. Questo poneva al centro l'individuo, sottolineava il "valore morale dell'individuo". Gli individualisti promuovono l'esercizio del raggiungimento di obiettivi come l'indipendenza e l'autonomia, opponendosi al tempo stesso, con la più strenua resistenza, ad ogni intralcio esterno sugli interessi personali. Un autore che con i suoi studi ha dato dei contributi importanti a queste due correnti di pensiero è un utilitarista, Jeremy Bentham il quale affermava che non vi fosse alcun motivo razionale per preferire la felicità di un certo individuo a quella di qualsiasi altro. Quindi, la massima felicità del massimo numero di soggetti è l'unico scopo razionale di condotta. Ciò non è altro che il sunto fondamentale dell'odierna economia del benessere. Un'altra considerazione che andava ad avvalorare il concetto che non vi dovesse essere intervento statale nell'economia fu che il progresso materiale che si ebbe tra il 1750 e il 1850 (ovvero le due Rivoluzioni industriali) venne prettamente dall'iniziativa privata, non ebbe quasi nessun tipo di aiuto dalla società organizzata nel suo complesso. Naturalmente anche gli economisti diedero un loro contributo al laissez faire, questi insegnavano che la ricchezza , il commercio e le macchine erano figli della libera concorrenza. Cominciarono a presupporre che la distribuzione ideale delle risorse produttive si poteva ottenere agendo in maniera indipendente. Gli individui che si sarebbero mossi nella giusta direzione avrebbero distrutto, per mezzo della concorrenza, coloro che si muovevano nella direzione sbagliata. Era una visione di vedere le cose che premiava coloro che erano bravi ed efficienti, ma non dava alcuna garanzia a coloro che andavano nella direzione errata, investendo i loro capitali. Probabilmente proprio quest'ultimo punto può essere un difetto di questa visione degli economisti, visione che non stava a guardare i costi che creava la libera concorrenza, ma soltanto i vantaggi del risultato finale che ne derivano, i quali si supponeva fossero permanenti. Ma, il non tenere conto dei costi creati dalla lotta fu un errore, in quanto questi danneggiavano, in parte, il sistema. Inoltre, un altro limite della visione, era anche il supporre condizioni in cui una selezione naturale illimitata porta al progresso, limite però che era una delle due colonne portanti del laissez faire. L'altra colonna era l'efficacia! Ovvero la possibilità per gli individui di raggiungere un guadagno sempre maggiore esercitando il massimo sforzo, che secondo i principi del laissez faire andava a vantaggio oltre che dell'individuo anche della società. Tutte queste considerazioni sono state ampliamente criticate nel corso degli anni, dagli stessi economisti, tra i più illustri alla critica vi fu anche Keynes. Infatti, ci si rese conto che la massimizzazione della propria utilità da parte di ogni singolo individuo dipendeva da considerazioni non realistiche, ad esempio che: i processi di produzione e consumo non fossero connessi, v'erano "problemi" come il monopolio, che ad esempio interferiva sul principio di eguaglianza. La conclusione che si può trarre è che : se ci si dimentica di coloro che hanno preso la direzione sbagliata, di cui prima scrivevo, la corrente di pensiero del laissez faire comincia a non funzionare più, in quanto si interfaccerebbe soltanto ad un gruppo di soggetti e non all'intera comunità che non aveva le risorse e l'intelligenza per poter intraprendere inziative economiche. Non bisognava quindi dimenticare delle sofferenze di quelle persone che non riuscivano ad integrarsi nel sistema, poichè non ne avevano la possibilità e/o le capacità. Possiamo comunque affermare che alcuni capisaldi del laissez faire si ritrovano anche nel capitalismo, con una differenza sostanziale che è quella dell'intervento dello Stato nella vita economica, sotto forma di norme di regolamentazione e interventi assistenziali, atti a cercare di ridurre quelli che erano i limiti della corrente di pensiero che tanto ha influenzato parte degli anni del 1700 e del 1800.   NOTE BIBLIOGRAFICHE: Keynes, J. M. (1926) La fine del laissez–faire, saggio pubblicato dalla Hogarth Press nel Luglio del 1926, basato sulla Sidney Ball Lecture fatta da Keynes ad Oxford nel novembre del 1924 e su una conferenza all'Università di Berlino nel Giugno del 1926 – consultabile online a: http://www.criticamente.com/economia/economia_politica/Keynes_John_Maynard_-_La_fine_del_laissez-faire.htm

Amartya Sen, oltre l’utilità come minimizzazione dell’essere umano

L’articolo è già stato pubblicato sul blog di Rethinking Economics Italia, forum aperto agli studenti per la discussione delle teorie economiche alternative all'economia mainstream. E' una rete studentesca nata a Roma, che promuove il pluralismo teorico, metodologico e interdisciplinare nell’ insegnamento dell’economia sia dentro le università che fuori da esse.
Rethinking Economics Italia è la rappresentanza italiana all’interno del gruppo internazionale di Rethinking Economics. In fondo potete trovare il link originale.

Nel mondo moderno, le possibilità e le opportunità della vita di una persona sono influenzate, se non addirittura dominate dagli spropositati livelli di diseguaglianza che lo caratterizzano. Ad esempio, una bambina nata in Norvegia, dove il tasso di mortalità infantile è uno su 250¹, vivrà una vita più lunga e sicuramente più agiata di una sua controparte nata in Sierra Leone, dove lo stesso tasso si aggira intorno al 20%. Il mondo in cui viviamo, seppur sicuramente più ricco di un tempo, è caratterizzato da una coesistenza di enormi ricchezze e fortissime sofferenze, e in cui persiste ancora una sorta di cecità morale.

 

Il pensiero contemporaneo non ha tanto lasciato cadere i valori e le risposte ai quesiti morali, quanto la stessa domanda etica, ritenuta ormai inutile e inefficace. Ha realizzato, pertanto, un nichilismo compiuto, spingendosi fino a un radicalismo negativo di ogni fondamento, a partire dalla filosofia, dall’etica e dalla politica, ma coinvolgendo anche il sapere scientifico (Sparaco, 2010). Come può la maggior parte di noi riuscire a vivere senza porsi alcun problema, ignorando completamente le diseguaglianze che caratterizzano il nostro mondo? – È il quesito che si pone l’economista indiano Amartya Kumar Sen (Sen, 2002), premio Nobel per l’economia nel 1998. Tra i pensatori più impegnati nella lotta alla povertà e alla diseguaglianza, Sen è fortemente critico nei confronti della concezione dominante dell’economia nel Novecento, che la riduce “a una sola dimensione”, al solo gelido “pensiero calcolante”, alla massimizzazione dell’interesse egoistico del singolo attore, dell’homo oeconomicusrazionale. Tutto ciò minimizza l’essere umano (Sen, 2006). Richiamandosi esplicitamente a Kautilya, filosofo indiano del IV sec. a.C., ma anche alla riflessione occidentale (partendo da Aristotele), Sen rivendica la necessità di mantenere sempre, accanto al pensiero calcolante, il cosiddetto pensiero pensante, metafisico ed etico, capace di cogliere interamente il senso e la direzione dell’agire umano.

Nel suo libro On Ethics and Economics (1987), Sen evidenzia come l’utilità individuale non sia l’unica cosa che ha valore nel determinare le scelte delle persone. Se da un lato, infatti, l’utilità non rappresenta adeguatamente il benessere umano (well-being), dall’altro, lo sviluppo non può essere identificato semplicemente con l’aumento del reddito pro-capite.Analfabetismo, diffusione di malattie e mortalità prematura, mancanza di libertà civili e politiche limitano pesantemente la libertà di azione delle persone.

Sen pone l’attenzione sul concetto di eguaglianza, partendo da quesiti fondamentali, che in pochi si domandano oggi: Why equality? Equality of what? Non si può, infatti, pretendere di difendere l’eguaglianza (o di criticarla) senza sapere quale sia il suo oggetto, ossia quali siano le caratteristiche da rendere uguali (redditi, ricchezze, opportunità, libertà, diritti, ecc). Interrogarsi sull’uguaglianza dovrebbe significare innanzitutto chiedersi quali siano gli aspetti della vita umana che devono essere resi eguali. La storia della filosofia ci offre una molteplicità di esempi diversi di soluzioni: John Rawls descrive l’eguaglianza come un paniere di beni primari di cui tutti gli individui dovrebbero disporre; gli utilitaristi come eguale considerazione delle preferenze o delle utilità di tutti gli individui. Quale, tra queste, è la soluzione migliore? Sen collega il valore eguaglianza al valore libertà: quest’ultima è da lui connessa ai concetti di “funzionamenti” e “capacità”. Con l’espressionefunzionamenti, egli intende “stati di essere e di fare” dotati di buone ragioni per essere scelti e tali da qualificare lo star bene. Esempi di funzionamenti sono l’essere adeguatamente nutriti, l’essere in buona salute, lo sfuggire alla morte prematura, l’essere felici, l’avere rispetto di sé, ecc. Con l’espressione capacità (capabilities), Sen intende invece la possibilità di acquisire funzionamenti di rilievo, ossia la libertà di scegliere fra una serie di vite possibili: “[i] funzionamenti costituiscono lo star bene, le capacità rappresentano la libertà individuale di acquisire lo star bene”. Per questa ragione, Sen sottopone a critica tutte quelle teorie che fanno della libertà un qualcosa di meramente strumentale, privo di valore intrinseco. Agli occhi di Sen il reddito appare come qualcosa di vago e impreciso, poiché una persona malata e bisognosa di cure è sicuramente in una condizione peggiore di una persona sana avente il suo stesso reddito. La conclusione a cui perviene è che il grado di eguaglianza di una determinata società storica dipende dal suo grado di idoneità a garantire a tutte le persone una serie di capabilities e di acquisire fondamentali funzionamenti, ossia un’adeguata qualità della vita o well-being generale, non ristretto entro parametri strumentali o economici. Fedele a questa impostazione, Sen è giunto, nei suoi scritti, a tratteggiare una teoria dello sviluppo umano in termini di libertà (development as freedom) ricollegandosi alla tradizione aristotelica dell’eudaimonìa: l’espressione greca “eudaimonìa” non corrisponde affatto alla sua usuale traduzione inglese in happiness (felicità), ma potrebbe essere associata al termine fulfillment, che vuol dire realizzazione completa di sé e che può essere resa con la bella immagine di una “vita fiorente” (flourishing life). L’eudaimonìa come la intende Sen si contrappone non solo al vecchio ideale della Welfare Economics e del suo benessere materiale, ma anche alla formulazione dello stesso Aristotele. Secondo Sen, infatti, l’eudaimonìa deve portare a uno sviluppo pluralistico, per cui “esiste una pluralità di fini e di obiettivi che gli uomini possono perseguire”. L’errore commesso da Aristotele sta nell’aver individuato una “lista” di funzionamenti universalmente valida, trascurando, di fatto, l’individuo stesso. Secondo Sen, invece, essendo tanti i fini e gli obiettivi che ciascun individuo può legittimamente perseguire, anche le capabilities sono, di conseguenza, una pluralità. In conclusione, c’è, nel mondo in cui viviamo, un abbandonato bisogno di porre domande non solo intorno agli aspetti economici o politici, ma anche (e soprattutto) intorno ai valori e all’etica. Occorre considerare la complementarità esistente tra le differenti istituzioni, quali il mercato, i sistemi democratici, e le opportunità sociali. Istituzioni, queste, alle quali bisognerebbe guardare non come luoghi astratti e naturalmente efficienti, ma come qualcosa di più complesso, che comprende, sì, i dati, ma anche le persone, con le loro vite e la loro etica.

Federico Giovanni Rega

Bibliografia: Clemente Sparaco, Il Nichilismo nostro contemporaneo, Dialgesthai, Rivista telematica di filosofia, anno 12 (2010)

Amartya Sen, Globalizzazione e libertà. Milano, Arnoldo Mondadori, 2002

Amartya Sen, Identità e violenza, traduzione di Fabio Galimberti, Laterza, 2006

Note:

¹ UNDP, Human Development Report 2007

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Link dell’articolo originale: http://www.rethinkecon.it/why-equality-equality-of-what-amartya-sen-oltre-lutilita-come-minimizzazione-dellessere-umano/

La crescita economica, questa sconosciuta

di Federico Giovanni Rega
    L’economia italiana si era “miracolosamente” sviluppata a ritmi brillanti dal dopoguerra ai primi anni Settanta. Da allora ha prevalso una tendenza al rallentamento. Essa è colta da tutti gli indicatori: reddito (assoluto e pro capite, effettivo e potenziale), consumi, produttività, esportazioni (...) Dal primo trimestre del 2001 al terzo del 2003 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla: la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo. La questione economica della società italiana torna a proporsi in tutta la sua gravità, in tutto il suo spessore, come un problema di crescita. Pierluigi Ciocca (1)
  La crescita e lo sviluppo economico Dai magazine e quotidiani economici (e non) all'edizione serale del tg, si parla spesso di crescita economica, ma di cosa parliamo? La crescita del sistema economico è un fenomeno ed obiettivo di medio – lungo periodo di politica economica che consiste nel favorire l'incremento del potenziale produttivo (misurata come aumento del Pil reale o del Pil reale pro-capite) e l'aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezzaconsu-miproduzione di merci, erogazione di servizi,occupazionecapitalericerca scientifica e innovazione tecnologica, contrapponendosi invece a situazioni opposte di stasi e crisi economica quali stagnazione (nulle o modeste variazioni del prodotto interno lordo) e recessione (livelli di attività produttiva, ossia PIL, più bassi). Può essere favorita da politiche economiche di sostegno ad esempio attraverso forme di incentivi o sgravi fiscali ad aziende e consumatori, incremento della spesa pubblica, finanziamento della ricerca. [caption id="attachment_310" align="alignleft" width="760"]760px-World_GDP_Capita_1-2003_A.D Data Source: Angus Maddison's "World Population, GDP and Per Capita GDP, 1-2003 AD[/caption]   [caption id="attachment_311" align="alignleft" width="960"]crescita per 2030 World GDP Growth by 2030 Source: A. Lepore, "Globalizzazione: storia, questioni e prospettive"[/caption] La crescita del prodotto nazionale non va confusa con il concetto di  sviluppo. I due concetti sono abbastanza simili, ma contengono differenze rilevanti. Il primo è prettamente quantitativo, mentre il secondo comprende anche elementi qualitativi. Per sviluppo economico intendiamo riferirci ai fenomeni economici, sociali e culturali che si accompagnano alla crescita del reddito pro-capite e per misurarlo occorre fare riferimento, oltre al reddito pro-capite, ad indicatori quali la distribuzione del reddito, l’istruzione, il tasso di alfabetizzazione, ecc. La crescita economica è dunque un elemento dello sviluppo economico. Teoria della crescita, da Solow alla New Growth Theory  Dalla notte dei tempi, da Adam Smith in poi insomma, gli economisti si sono sempre occupati della crescita delle nazioni, ma è solo negli anni Cinquanta che Abramovitz e Solow (1956) (2) dimostrarono che il 90% della crescita economica non era spiegabile attraverso le misure convenzionali di capitale e lavoro. La parte residua doveva riflettere la crescita della produttività, più che la quantità dei fattori produttivi. Il dibattito sulla crescita è ancora vivo tra gli economisti e si riflette sulla scena politica (3). Gli economisti, come spesso hanno fatto, fanno e (chissà se le recenti stangate e previsioni errate faranno riflettere) faranno, hanno cercato di collocare la crescita in un modello. La "teoria della crescita" fruttò il premio Nobel all'economista statunitense Robert Solow, nel 1987, "for his contributions to the theory of economic growth". Nel modello, la crescita è espressa mediante una funzione di produzione, dove il prodotto (Y) è funzione della quantità di capitale (K) e lavoro umano (L), a parità di altri fattori come il progresso tecnico: Y = F (K, L) Incrementi di K ed L provocherebbero incrementi lungo la curva, mentre cambiamenti esogeni (non spiegati) nel progresso tecnico causerebbero spostamenti della curva verso l'alto. Solow scoprì che il 90% della variazione della produzione non era spiegato dal capitale e dal lavoro, così definì la parte restante progresso tecnico. Il modello di fondo risultava, pertanto, deficitario e in molti sostenevano di elaborarne altri (come Joan Robinson 1954). (4) Ma ci si limitò ad aggiungere l'anello mancante del progresso tecnico come variabile esogena. La teoria divenne nota come teoria della crescita esogena: Y= A (t) F (K, L) Ma a poco a poco, cresceva la consapevolezza dell'importanza della tecnologia nella crescita economica, si studiava per inserire questo fattore nei modelli. (5) Ergo, nacque la teoria endogena, detta anche New Growth Theory, che modellizza la tecnologia come il risultato endogeno di una funzione dell'investimento in R&S e formazione  del capitale umano. (Grossman e Helpman 1991) (6) Da qui sono nate politiche per una crescita trainata dall'innovazione, con l'obiettivo di sostenere l'.economia della conoscenza.   Note e riferimenti bibliografici: (1) Pierluigi Ciocca, "L'economia italiana: un problema di crescita", 4ª RIUNIONE SCIENTIFICA ANNUALE SOCIETÀ ITALIANA DEGLI ECONOMISTI, Salerno, 2003, pp. 1-2 (2) Robert Solow, A contribution to the Theory of Economic Growth", Quarterly Journal of Economics", Vol. 70, No. 1. (Feb., 1956), pp. 65-94 (3) & (5) Mariana Mazzucato, "Lo Stato Innovatore" Laterza, 2014, pp. 50-53 (4) Joan Robinson, "The Production Function and the Theory of Capital" Review of Economic studies, 1954 (6) Gene Grossman & Elhanan Helpman, "Innovation and Growth in the Global Economy", MIT press, Cambridge, 1991

Rischio, incertezza e quel vento di “distruzione creatrice”

  Gli imprenditori profondono energie per l’affermazione di innovazioni attraverso le quali offrire soluzioni in grado di rispondere a bisogni insoddisfatti. Gli imprenditori sono dei cacciatori di sfide (H. Byers, 2011).
Sto leggendo "Lo Stato innovatore" di Mariana Mazzucato. Il sottotitolo è Sfatare il mito del pubblico contro il privato, ma non basterebbe un articolo, un altro libro, per descrivere il lavoro di ricerca che l'economista  (tra i maggiori studiosi dell'innovazione secondo New Republic) sta conducendo in questi anni e riassume nel suo ultimo capolavoro. Attraverso un'analisi attenta, smonta e fa crollare i miti, le convenzioni e le convinzioni che predominano i salotti di politica economica e l'economia tradizionale, quella dei modelli astratti, dell'homo oeconomicus razionale e della mano invisibile ... ( ma sappiamo come miti e preconcetti siano ben radicati in tutte le sfaccettature della nostra società). Lo Stato non è il gattino debole e indifeso, né l'impresa privata è il leone... Lo Stato viene visto spesso come il Leviatano di Hobbes, bollato come una forza inerziale, un macigno pesante e ingombrante... ma lo Stato può non solo correggere i fallimenti del mercato, può creare nuovi mercati (nel libro ci sono varie dimostrazioni e casi, non solo negli USA), avere un ruolo chiave e assumersi, insieme al settore privato, i rischi della ricerca e dell'innovazione. Talvolta, e soprattutto per le innovazioni più radicali e rischiose (secondo la Mazzucato), c'è bisogno della longa manus dello Stato. lion & cat Voglio soffermarmi qui, su un paragrafo in particolare, dedicato al rischio d'impresa. Cos'è l'imprenditorialità? Chi è l'imprenditore? - s'interroga la Mazzucato...   Tra i più grandi economisti  del XX secolo c'è sicuramente lui, l'austriaco Joseph Schumpeter, un vero e proprio guru e teorico dell'innovazione. Egli vede l'imprenditore come una persona (o  un gruppo di persone) che ha la volontà e la capacità di trasformare una nuova idea in un'innovazione di successo. Si tratta dunque di creare un prodotto nuovo, un processo nuovo o creare un mercato nuovo per un processo o prodotto già esistenti.
[caption id="" align="alignnone" width="288"] L'imprenditorialità usa il vento della distruzione creatrice![/caption]
L'imprenditorialità usa il vento della distruzione creatrice  per rimpiazzare innovazioni di grado inferiore, creando anche nuovi modelli d'impresa (Schumpeter 1949). Ogni nuova tecnologia produce quella distruzione: il motore a vapore, la ferrovia, l'energia elettrica, l'elettronica, l'automobile, il PC, Internet... Ognuna di esse ha distrutto tanto quanto ha creato, ma ognuna ha favorito anche un miglioramento del benessere complessivo. Per Frank Knight e Peter Drucker l'imprenditore è una persona che si assume dei rischi in nome di un'idea, spendendo tempo e capitali in un'avventura dall'esito incerto. Il rischio d'impresa è anche un rischio altamente incerto.   Anche John Maynard Keynes sottolineò la differenza tra incertezza e rischio:
Incerta è la prospettiva di una guerra in Europa, il prezzo del rame e il tasso d'interesse fra vent'anni, l'obsolescenza di una nuova invenzione (...) Su questi quesiti non esiste una base scientifica a cui affidarsi per elaborare una probabilità calcolabile. Semplicemente non lo sappiamo!
keynes incertezz   Fonti e riferimenti bibiliografici: Byers,T. H. (2011) Technology Ventures - Management dell’imprenditorialità e dell’innovazione, The McGraw-Hill Companies Drucker P. (1970) Technology, Management and Society, Oxford Keynes J. M. (1936) The General Theory of Employment, Interest and Money, New York Knight F. (1921), Risk Uncertainty and Profit, Washington Mazzucato M. (2011), The Entrepreneurial State, Demos, London (ed. italiana Lo Stato Innovatore, Laterza) Schumpeter J. (1949) Economic theory and Entrepreneurial History, Harvard University Press, Cambridge