La disuguaglianza e le giraffe di Keynes

di Dario Luciani, Università Bocconi Milano, autore e responsabile di “2+2=?” per Versus

L’articolo è già stato pubblicato su Versus il 1 novembre 2013. In fondo potete trovare il link originale.

 

A cinque anni di distanza dal fallimento di Lehman Brothers che aprì la stagione della grande recessione globale, una parola chiave su tutte fotografa la crisi: disuguaglianza. Disuguaglianza che può essere osservata da diverse prospettive: l’abisso che persiste e si allarga tra i pochi, grandi manovratori di capitale (e quindi di politica) e la folla dei lavoratori dipendenti sempre più sottopagata, il dislivello ancora maggiore tra chi, pur sottopagato, un lavoro ha la fortuna di avercelo e chi invece non riesce a trovarlo o a ritrovarlo, le disparità sociali, oltre che economiche, sempre più evidenti e intollerabili, nonché le disparità dello stesso accesso alla scala sociale, dovuto all’arroccamento delle corporazioni e delle lobby che intendono preservare le loro rendite di posizione.

disuguaglianzaQuesto è ciò che più evidentemente emerge dall’analisi delle disuguaglianze e delle loro intime connessioni con la crisi. Ma il tema offre allo sguardo dell’osservatore più attento altre molteplici sfaccettature, meno evidenti ma ugualmente significative: come ad esempio il ruolo delle donne nel mondo del lavoro, su cui erano stati fatti importanti passi in avanti, ma che l’insorgere della congiuntura negativa ha nuovamente messo in secondo piano, nel quadro della logica che ha dominato le politiche dell’ultimo quinquennio: affrontare il tema dei diritti civili è un lusso che non ci si può permettere in tempi di vacche magre. Tralasciando il fatto che un ragionamento simile è totalmente illegittimo, trattandosi appunto di diritti, i quali non valgono a tempo determinato come ormai la maggioranza dei contratti di lavoro, esso è anche controproducente dal punto di vista economico. Spesso idee di questo tipo sono state accusate di fondarsi sulla politica dell’invidia, in quanto lo stato attuale di libero mercato produrrebbe una fetta di torta più grande per tutti, variando significativamente solo le grandezze relative delle varie fette, mentre una maggiore redistribuzione farebbe diminuire le distanze relative ma produrrebbe il rimpicciolimento di tutte le fette. In realtà la crisi ci ha insegnato proprio questo: le disuguaglianze smisurate producono recessione. Producono un calo della domanda e quindi il crollo dei consumi, riducono la capacità di innovazione e di dinamismo di un paese, deprimono i mercati generando sfiducia la quale contribuisce a deprimere ancora maggiormente i mercati stessi, causano tensioni sociali che hanno un costo misurabile concretamente, ogni giorno, nell’instabilità politica che paralizza l’attività dei governi, riducono le entrate fiscali dello Stato indebolendo ancora di più il già precario debito pubblico, il cui contenimento è in teoria il pilastro del sistema di interventi adottato nell’eurozona. Ed è per questo che la teoria economica recente ha rivalutato e messo in primo piano la ricerca dell’uguaglianza, anche come condizione di economicità. Il che non significa ricercare una uniformazione impropriamente deformante, come ancora paventa qualche irriducibile nemico del comunismo nell’era post-ideologica.

 Nel periodo della Great Depression americana, un uomo di nome Roosevelt ebbe il coraggio di provare ad uscire dalla palude delle recessione con il rafforzamento del welfare state, misura strettamente connessa ad una politica redistributiva ed orientata al contenimento delle disuguaglianze. Fu il celebre New Deal, e gli Usa uscirono dal tunnel. Oggi bisogna tornare ad avere lo stesso coraggio, e seguire le parole di chi in fondo è stato il padre di quella svolta epocale, John Maynard Keynes, il quale scrisse nell’apologo contenuto in “La fine del laissez faire”: “Se abbiamo a cuore il benessere delle giraffe, non dobbiamo trascurare le sofferenze di quelle dal collo più corto, che sono affamate, né le dolci foglie che cadono a terra e vengono calpestate nella lotta, né la supernutrizione delle giraffe dal collo lungo, né il brutto aspetto di ansietà e di voracità combattiva che deturpa i visi del gregge”. Difficile, davvero, dare una rappresentazione più vivida e realistica delle nostre società capitaliste.

Ma se in matematica 2+2 fa sempre 4, i problemi economici possono dare luogo a soluzioni diverse a partire dalle stesse premesse. La vostra qual è?

Dario Luciani

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