Capitale sociale + Capitale finanziario: la formula del crowdfunding

di Federico Giovanni Rega

Oggi puoi investire nelle idee di business e nei progetti in cui credi grazie al crowdfunding. La finanza del futuro, se affiancata ad una buona educazione finanziaria (ma anche digitale!) e a valori come democratizzazione, trasparenza ed etica, sarà davvero una finanza migliore.

Abbiamo incontrato una delle donne del fintech del nostro territorio, la dott. ssa Lucia Michela Daniele, PhD student in Management alla Federico II e Web Editor di Italian Crowdfunding, nonchè brava cantante. In questa lunga intervista - per cui ringrazio - ci parla di questa grande rivoluzione del crowdfunding. Focus preciso sulla tecnologia e sui dati sì, ma senza dimenticare mai tre C: cultura, collaborazione, condivisione.

  Partiamo dalle basi, dall’inizio, ce n’è sempre bisogno. Cos’è il crowdfunding?

Il Crowdfunding è una raccolta fondi, attuata normalmente online, grazie alla quale un gruppo di individui, contribuendo con piccoli ma preziosi sforzi, rende possibile il finanziamento di progetti di persone o di organizzazioni profit e no profit.

La mia inclinazione accademica conduce ad una rassicurante necessità di etichettare ogni fenomeno ma definire il crowdfunding non è compito semplice. Non avendo natura monolitica, esso è trasversale a numerosi ambiti accademici e professionali, diventando sintesi di variabili sociali, economiche, finanziarie, comportamentali e sociologiche. Ma niente panico, è un mondo in cui ognuno può essere a proprio agio. E’ un sistema win-win per il consumatore e per coloro che si propongono alle folle.

Esso coinvolge direttamente i consumatori nel processo di scelta, selezione e creazione dei prodotti e dei progetti che ritengono legittimati ad esistere. Siamo ammaliati dai social perché ci offrono la possibilità di poter governare la nostra percezione del mondo. Produciamo milioni di contenuti al giorno che condividiamo nella convinzione di avere uno strumento che ci permetta di esprimere la nostra opinione su tutto ciò che accade intorno. Ebbene il crowdfunding eleva la folla, il consumatore, l’user a decisore di cosa deve esistere sul mercato o meno. Da questo punto di vista è innovazione: niente più beni indotti dal sistema pubblicitario ma prodotti tecnologici, culturali e cause filantropiche che noi, in accordo con i nostri valori e con le nostre aspettative, decidiamo di sostenere.

Ancora, i creativi e gli imprenditori possono rivolgersi alle folle per ottenere validazione, sociale ed economica. In realtà la raccolta fondi, che molti credano sia il fattore primario, è il risultato di un lungo processo collaborativo. La raccolta di fondi dal basso è un meccanismo di aggregazione che trasforma il sostegno della community e l’affezione alla causa in sostegno economico. Una campagna di crowdfunding consente di raccogliere fondi certo, ma al tempo stesso di costruire o individuare un preciso target di possibili consumatori o sostenitori. La vera ricchezza del crowdfunding non è il denaro ma il network, l’insieme di relazioni commerciali e professionali che si possono attivare grazie alla fiducia e alla collaborazione. Il denaro ha durata variabile, le relazioni se trasparenti e proficue permangono oltre la campagna, divenendo un asset di ulteriore sviluppo.

Ricordo un tuo recente articolo su ItalianCrowdfunding.it, pungente e abbastanza critico. Ma, alla fine, il crowdfunding esiste o no in Italia?  E perché?

Esiste, esiste. E secondo me ha ampi margini di crescita.

L’articolo era un tentativo (intenzionalmente provocatorio) di stimolare un dibattito a mio avviso necessario. Il crowdfunding è una pratica innovativa, affinché si possa creare valore condiviso per le folle e per il creator, è necessaria una corretta e consapevole cultura sul fenomeno.  Leggendo il recente report della Cambridge University sui volumi della finanza alternativa nel vecchio continente, Francia, Germani e UK sono i Paesi ove le nuove forme di finanza alternativa stanno vivendo un momento di forte sviluppo. Soffermandomi sull’Italia e incrociando i dati forniti dal Report della Cattolica con i volumi europei, è lampante che siamo ancora in una fase embrionale. Di contro però, il Report della Cattolica porta la mia attenzione su tre fattori:

1)      Il valore complessivo dei progetti finanziati tramite le piattaforme ha subito un incremento dell’85% rispetto al 2014;

2)      Esistono in Italia, spalmate tra i vari modelli, ben 84 piattaforme di crowdfunding;

3)      Il tasso di successo delle campagne decresce di 7 punti percentuali.

Mi pare piuttosto evidente che queste rilevazioni portano a due semplici considerazioni: la cultura sul fenomeno sta crescendo e le persone, le istituzioni e le imprese iniziano a soffermarsi sulla parola “crowdfunding”, cercando di informarsi e comprendere come possa questa nuova forma di economia collaborativa essere impiegata a loro vantaggio. Allo stesso tempo, si riduce il tasso di successo, sintomo di una formazione non congrua dei progettisti.

Mi sono quindi interrogata sui fattori che possono effettivamente determinare questo scenario, e ne ho individuati alcuni. Volendo condensare tali fattori possiamo sicuramente ricondurre la debolezza del mercato ad un unico macro-driver: la cultura.

Siamo un paese storicamente bancocentrico con una scarsa propensione alle donazioni rispetto ad altri paesi, caratterizzato da un grado di digitalizzazione basso e non serve ricordare che il crowdfunding vive in rete e si alimenta con la condivisione totale. Ovviamente non è la donazione in sé ad essere problematica in quanto la scarsa propensione a donare significa scarsa fiducia nell’operato del prossimo, nelle sue potenzialità e nei principi di correttezza operativa (alias: chissà che fine faranno i miei risparmi, meglio tenerli per me).

Gli operatori del settore dovrebbero tenere in debita considerazione questi aspetti se intendono poter operare in un mercato florido. Se le mie lauree non mi tradiscono, un’offerta non conforme alle caratteristiche della domanda non ha motivo di esistere.

 

Quali sono secondo te i driver che possono spingere le persone a diventare “investitori di finanza alternativa” e quindi attori del crowdfunding?

D’istinto, tre parole: cultura, trasparenza, fiducia.

Questi sono gli antidoti che possono ripristinare l’originaria funzione della finanza, e al contempo favorire nuove forme di intermediazione di risorse finanziarie.

Innanzitutto è necessario eliminare il costante accostamento del termine crowdfunding alla parola “colletta”. Lo sforzo che viene richiesto a chi opera nel settore è di far comprendere che il crowdfunding non è una semplice colletta, non è (solo) filantropismo, non è sostegno disinteressato. E’ l’esatto opposto, è essere cittadini e consumatori attivi, in grado di selezionare e premiare i progetti e le iniziative che possono contribuire al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche del territorio ove viviamo, o più in generale del nostro Paese. Pensiamo alla campagna di crowdfunding del Portico di San Luca di Bologna, 7.111 cittadini, in collaborazione con il Comune e altre realtà territoriali, hanno permesso l’apertura dei cantieri per il ripristino dello storico portico. Una intera comunità che si riappropria del suo passato, che si fa carico di ripristinare le sue origini. La creazione di cultura non è un processo che può essere indotto secondo una logica bottom-up o top-down, deve essere immaginato come un cerchio che si autoalimenta per effetto delle azioni legislative, istituzionali e di mercato.  Il termine finanza negli ultimi anni ha raggiunto picchi di insofferenza da parte della collettività a causa dei recenti scandali dei quali ancora paghiamo le conseguenze. Il crowdfunding può contribuire a controvertere questa tendenza, ma è necessario rimodulare l’approccio alla finanza. Bisogna dimostrare alle persone, che oggi sono la folla e domani potrebbero diventare progettisti, che sostenere un progetto rinunciando a risorse economiche che potrebbero essere investite a nostro vantaggio, significa investire eticamente ricevendo in cambio non solo ricompense o utili (si pensi all’equity o al lending crowdfunding) ma anche contribuire a ripristinare valori sociali che determinano poi a livello macro i sistemi economici.

Necessitiamo però anche di fiducia nel prossimo, nelle sue potenzialità e nel suo talento. Credete sia scontato, non lo è affatto. Provate a selezionare una campagna di vostro gradimento e valutate quanto siete ispirati, senza conoscere il progettista, a sostenerla. La fiducia si costruisce camminando insieme. In tal caso è compito del progettista curare la propria community, ispirare fiducia, spendere tempo (ma tanto!) nel dialogare con potenziali sostenitori, incuriosirli e convincerli che hanno più di una buona motivazione, oltre a rapporti di parentela o conoscenza di vario grado, per sostenere il progetto.

Terzo, trasparenza. Questo aspetto investe sia le piattaforme che il progettista. I progettisti devono essere fornire informazioni veritiere sul proprio conto e sul progetto, sulle potenzialità e capacità dello stesso. Non è un consiglio, è un imperativo se si vuole essere valutati positivamente. E bisogna considerare inoltre che lo sforzo nel crowdfunding è duplice: comunicare la propria proposta a perfetti sconosciuti, presentare la propria idea in assenza totale di interazione fisica che rappresenta una component soft di grande rilievo nei rapporti professionali, e in generale umani. Riguardo le piattaforme, queste stante il loro ruolo di intermediario devono garantire la trasparenza delle operazioni svolte sui loro portali che passa anche per la completezza delle informazioni fornite sia sui progettisti che sui backers. Cosa crediamo abbia portato Kickstarter ed Indiegogo a diventare le piattaforme leader nel contesto europeo? Io credo sia stata la capacità di costruire un ecosistema di relazioni trasparenti e validate, dalla folla di cui fanno parte gli stessi progettisti, e dalla piattaforma. Se navigo su KS e mi imbatto in un progetto che mi interessa, posso scoprire tanto sul progettista: una biografia dettagliata, le sue competenze, il suo team, eventuali progetti già promossi e con quale esito, quanti progetti ha già sostenuto in qualità di backer. Sono tutte informazioni che aiutano il backer a formare un giudizio sulla progettista, riducendo l’asimmetria informativa e favorendo l’instaurazione di rapporti fiduciari prima, e finanziari poi.

E invece, all’imprenditore o aspirante tale che voglia lanciare un’idea, un progetto, perché consiglieresti il canale del crowdfunding?

La principale caratteristica del crowdfunding è la sua flessibilità. Esso si presta a varie tipologie di scopi per altrettante tipologie di progetti. Ciò che rende unico il crowdfunding è la formula: capitale sociale + capitale finanziario.

Volendo non differenziare i vantaggi per modello di crowdfunding o per soggetto proponente, vorrei sottolineare, oltre il supporto economico, alcuni obiettivi o vantaggi spesso depotenziati da una cattiva progettazione o dalla assoluta non consapevolezza della ricchezza insita nella folla.

In primo luogo, il crowdfunding porta l’imprenditore, il creativo a confrontarsi con le folle, ad esporsi raccontandosi. Il primo grande vantaggio che si ottiene è imparare a comunicare correttamente la propria idea, sottolinearne punti di forza, mitigare i punti di debolezza. E’ un percorso di learning by doing, che può porta l’imprenditore ad una maggior livello di consapevolezza rispetto alla propria value proposition, preparandolo anche ad incontri con investitori “professionali” o attori tradizionali.

Lanciare una campagna di crowdfunding significa rivolgersi alle folla, la folla è però un concetto astratto. La realtà è che abbiamo di fronte, una community potenzialmente interessata alla nostra proposta. Il secondo grande vantaggio è proprio affidarsi alla folla, registrare il feedback che si crea attorno alla campagna, il sentimento collettivo. Si può beneficiare in tal senso di consigli, accorgimenti, accogliere critiche costruttive e imparare a far valere le nostre motivazioni anche di fronte a soggetti completamente scettici.  Ancora, l’esposizione giova alla costruzione di un capitale sociale e relazionale strategico, diviene possibile così rendersi evidenti per partnership commerciali o finanziarie di rilievo per le successive fasi di crescita e sviluppo del progetto. Si pensi alle campagne di equity crowdfunding, start-up che lottano per ottenere legittimazione hanno una ulteriore occasione di entrare in network professionali e di stringere relazioni  con gli investitori professionali. Nel reward, e precisamente nella meccanismo pre-selling è possibile condurre test di marketing prima del lancio ufficiale, valutando il reale appeal del prodotto/servizio sul mercato di riferimento, apportando migliorie e modifiche prima del lancio ufficiale.

Secondo te, la tecnologia può semplificare la finanza del futuro, per tutti?

La tecnologia ha già da qualche anno modificato completamente i dettami della finanza tradizionale. Penso a parole che quotidianamente leggiamo e gradualmente stanno invadendo il linguaggio finanziario: fintech, blockchain, bitcoin.. e chi ne ha più ne metta. Si credo che la tecnologia possa contribuire a far uscire i risparmiatori e le imprese dal noto circuito tradizionale. Tuttavia, non è la tecnologia che mi preoccupa. Essa rappresenta il mezzo, lo strumento di facilitazione nella gestione, intermediazione e allocazione dei capitali.

Non sono gli strumenti a rendere maggiormente efficaci gli scambi ma le intenzioni e i valori ai quali non rinunciamo e che ci contraddistinguono nelle relazioni personali e professionali.

Nel noto modello dell’agenzia, l’azionista supporta dei costi di monitoraggio sull’operato del manager ipotizzando la classica divergenza di interessi: dividendi da un lato, sopravvivenza dell’impresa dall’altro. La teoria dell’agenzia ci insegna che l’inefficienza, e i maggiori costi che ne derivano, sono frutto del rischio percepito che i comportamenti adottati dal manager contrastino con gli interessi della proprietà. Azzardo morale e comportamenti opportunistici volti unicamente all’interesse personale.

Il crowdfunding rappresenta un segmento della finanza alternativa e di fatto agevola la raccolta di fondi, tuttavia promuove principi come la trasparenza e la correttezza. Nel crowdfunding la tecnologia è il web, la rete dove tutti siamo pescati e pescatori. Ma attenzione, i valori emergono anche in rete, e di questo dobbiamo esserne consapevoli. Ciò che auspico è che la funzione semplificatrice della tecnologia non si trasformi in una fonte di inefficienza che necessariamente vedrà gravare altri costi a carico di alcuni noti attori: i risparmiatori.