Il Capitale della Conoscenza ci fa Crescere

di Federico Giovanni Rega

Che cosa abbiamo imparato dalle passate tempeste? Forse, guardando là fuori, niente. Continuiamo a non capire. (riformulo la domanda) Che cosa possiamo, e dobbiamo, imparare dalle passate tempeste, dalla (o dalle?) crisi, dai perpetui scandali finanziari? Probabilmente, molte cose. Da semplici attenti spettatori e osservatori, possiamo evidenziare due punti cruciali:

- l' (in)formazione è tutto, o quasi. Alla base dei grandi problemi economico-finanziari (che, citando un Premio Nobel del calibro di Shiller, non sono altro che la sommatoria di innumerevoli piccoli shock negli angoli del mondo) vi è una carenza informativa. Gli scandali bancari (recenti e non) sono anche un problema di cultura finanziaria, o meglio di analfabetismo finanziario. L'insieme di tante scelte di investimento, o comunque finanziarie, poco avvedute, poco informate, con scarsa consapevolezza del rischio in cui si incorre, conducono a disastri enormi e a partire dalle indagini OCSE e Banca d'Italia c'è poco da star sereni. "(in)formazione" è una parola enorme, ne contiene due di altrettanto valore: informazione e formazione. E queste due possono rievocarne altre due: curiosità e conoscenza. Solo partendo da qui, possiamo costruire delle difese, anzi delle armi che ci accompagnino nel marasma del mondo, ad affrontare il caso, il rischio, i cigni neri e la non-linearità degli eventi.

- l'innovazione è un'onda insidiosa, carica di distruzione creativa, inevitabile, inarrestabile. E non è nemmeno una novità questa. Fin dalla notte dei tempi, ogni secolo ha avuto le sue rivoluzioni sociali, industriali, intellettuali, scientifiche, tecnologiche: dal baratto alla moneta, dal vapore all'elettricità, dall'iperururanio alla scoperta dell'inconscio, dal PC e l'avvento di Internet allo smartphone, ogni cosa nuova ha distrutto il passato e ha aperto una finestra sul futuro. La frase "Si è sempre fatto così, non c'è alternativa" viene tradotta dagli anglosassoni con un acronimo che ricorda il nome di una dolce signora, TINA: There Is No Alternative. Nella storia dell'uomo TINA ha fallito, sempre, travolta da quell'onda di disruption. Quest'ultimo termine inglese rende più di ogni altra traduzione letterale. Se proviamo a tradurre con Google o WordReference troveremo: interruzione, spaccatura, rottura. Questa rottura ha riguardato tutto e tutti: anche i colossi bancari che erano too big to fail, troppo grandi e solidi per venir distrutti e poi radicalmente ripensati, trasformati, destinati ad aprirsi e a collaborare con l'onda distruttiva-creativa; così altri stabili mondi, come quello della comunicazione, dell'editoria, dell'università, hanno dovuto iniziare a ripensare il proprio business model.

Il capitale della conoscenza e dell'innovazione, spesso intangibile, ci fa crescere. A livello micro (come persone) e a livello macro (come economie). Se io e te studiamo tanto oggi, io e te saremo più ricchi domani. Se io e te, insieme ai nostri amici americani, danesi, tedeschi e così via, studiamo tanto oggi, domani aumenterà la ricchezza delle nazioni. Tale correlazione positiva, anche intuitiva se vogliamo, non è certo una novità e la letteratura economica è ricca di dati e analisi a riguardo. I due grafici seguenti riguardano un'analisi di Edward L. Glaeser, economista a Harvard, che confronta l'educazione del secolo scorso con la crescita economica nel 2000.

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Sulla stessa lunghezza d'onda, una miriade di economisti si sono domandati perchè alcune economie crescono e altre no. Un libro recente, "The Knowledge Capital of Nations: Education and the Economics of Growth" del prof. Hanushek, di Stanford, mostra come la crescita economica sia una funzione delle conoscenze acquisite dalla popolazione (le cognitive skills che formano il Knowledge Capital di una nazione). Di più, queste ultime contribuiscono molto più di qualsiasi altro fattore di crescita, nel lungo periodo.

Se includiamo la variabile educazione (e tutta la conoscenza, inclusi investimenti R & S, proprietà intellettuale, ricerca universitaria) in un Capitale dell'Innovazione, insieme a Capitale Umano e Capitale Fisico (ad es., le infrastrutture ICT), l'analisi diviene ancora più ricca e completa. L'innovazione è un motore per la crescita e la prosperità, l'innovazione è rilevante. Ed è proprio questo il titolo di un report McKinsey, "Innovation matters", che analizza 16 Paesi, tra cui Francia, Italia, UK, USA, Giappone, Svezia e Finlandia. I punti chiave? Il capitale dell'innovazione vale (il 42% del PIL, ossia 14 trilioni di dollari nei Paesi analizzati), cresce (ad un tasso annuo di crescita del 4,6%) e contribuisce per il 53% alla crescita della produttività del lavoro.

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innovation capital grafico2 Basta leggere alcune analisi e vedere dove siamo, noi Italia. Il Capitale della Conoscenza non solo può salvarci, ma ci fa crescere. Va coltivato, investendo in primis nel fattore T, come ci suggerisce Warren Buffett. Il tempo è denaro, anzi vale anche di più. E la crescita (prima quella personale, poi quella economica come dimostrano i dati) si nutre di conoscenza e innovazione. Dev'essere la nostra merenda, anzi la nostra colazione.