The Solitude Of Prime Bankers: Rethinking The Central Bank

This article was originally published here: http://themarketmogul.com/solitude-prime-bankers-rethinking-central-bank/ Protagonists, but alone. In this overturned economic world, where everything plummets – prices (and thus inflation), interest rates, GDPs, the morale of central bankers is also falling.  The independent banker, authoritative and transparent, as described by the Monetarist school, from the economics literature to the Maastricht Treaty, has an internal flexibility problem: he should reinvent himself. Nowadays, prime bankers represent the game changers. Risultati immagini per mario draghi

Central Banks’ Balance Sheet Expansion

In the wake of the crisis, the figure of the central banker – as understood by Monetarists – independent and autonomous, becomes obsolete. The main issue is no longer inflation control, an old obsession. There is no recovery in the financial system nor is the economic cycle investing. Central Banks gradually become the unique active crisis managers: they take on a new (never completely explained) goal, they tend to keep the whole banking system alive, saving it from collapsing and reducing the probability of default. Central banks provide the system with liquidity for a longer time horizon (almost in a “buy to hold” attitude) and accept assets of questionable value as collateral. The ECB has become the biggest game changer. Thus central banks are taking on a neo-Keynesian or Minskyan role of “shock absorbers.” Given the pressing fiscal constraints at an EU level, the ECB achieves centrality and control in the management of the global crisis. Its balance sheet has hugely expanded with quantitative easing (QE) and collateral swaps operations. This reflected the huge increase of liquidity provision and an enlarged intermediation role, with central banks acting as support to banks and financial markets. Interbank market and more generally financial market functioning were impaired, and central banks entered the field. New operations were geared to address the malfunctioning of the monetary policy transmission mechanism. The central bank operates through a change in the composition of assets and liabilities or through an expansion of total assets and liabilities, or a combination of both. This has been the case for all major central banks recently: they have modified the quantity and type of risk to which they are exposed. Risultati immagini per central bank balance sheet expansion  

The Fall Of Lehman Brothers’ And Its Aftermath

After the Lehman Bros collapse, the crucial aspect was the lack of confidence among banks which led to a near paralysis of mutual credit lines. Banks were unwilling to lend money to each other for fear of not being paid back, a dramatic shift that froze credit markets and caused borrowing rates for banks and businesses to skyrocket. The collapse of Lehman Brothers was so shocking, it triggered a financial tsunami of such magnitude that it was compared to the Great Depression. Going beyond responsibilities about cross-border and shadow banking, central banks decided to intervene on the toxic nature of assets on balance sheets to reset the confidence, pursuing exceptional goals. The main unconventional operations put in place were QE, long-term refinancing operations and outright monetary transactions.

A Central Bank-Led Capitalism?

That equidistant and impartial ECB independence (self-proclaimed ten years ago) seems to turn into an inclination to coordinate the whole EU economic policy: a take-all bank. The literature has also created a new definition of the economic system: a central bank-led capitalism. In a recent article, Alan M. Taylor, an economics professor at the University of California, warned about future central banks’ independence:
“A chief criticism of central banks is that the more they do to stave off deflation – with tools such as negative interest rates quantitative easing – and reinvigorate their economies, the closer they move to fiscal policy. That could lead to a <rapid evolution, or perhaps revolution> of central bank mandates.” tweet
Several times the ECB President, Mario Draghi, has warned about the solitude of the central banker: the ECB did and will do “whatever it takes” but this is not sufficient. A continuous expansionary monetary policy without support from governments and their tax policies will not bring about the end of the crisis. In conclusion, no man is an island (John Donne dixit) and the prime bankers need the collaboration of governments.

Un anno di Quantitative Easing

di Eduardo Belli A quasi un anno dall’inizio del QE europeo i risultati non sono quelli sperati. La liquidità non è completamente giunta all’economia reale, i tassi hanno raggiunto valori negative, limando i margini di interesse, e le aspettative di inflazione sono state fortemente ridimensionate. Possiamo trovare le motivazioni di tali risultati ripercorrendo tutto il 2015 e soffermandoci sugli eventi che hanno inciso e influenzato lo stimolo alla ripresa. Il Quantitative Easing sotto la forma di APP parte già il 21 Novembre 2014 con l’inizio dell’ABSPP (Asset-Backed Security Purchase Programme). Alla fine di Marzo 2015 vengono lanciati dalla BCE anche le ulteriori manovre della politica monetaria: CBPP (Covered Bond Purchase Programme) e PSPP( Public Sector Purchase Programme). Il primo effetto prodotto fu il miglioramento delle aspettative riguardo le più importanti variabili macroeconomiche, in particolare gli indici target della BCE: inflazione, PIL, tasso disoccupazione. L’inflazione, che fino a quel momento seguiva un andamento negativo, ritrova il segno positivo attestandosi intorno al +0,1%. I titoli governativi di alcuni degli stati sovrani (Germania) raggiungono rendimenti negativi e l’Euro si deprezza. Nei mesi successivi gli effetti cominciano ad essere evidenti: aumento del 3% di prezzi azionari, dando slancio ai mercati finanziari, e il costo del funding per gli istituti di credito viene ridotto dello 0,48%. Nonostante ciò gli eventi congiunturali hanno minato la stabilità, la crescita e i risultati del QE. La crisi Greca prima e quella Cinese poi hanno influenzato non soltanto i risultati conseguiti ma hanno anche intaccato le aspettative, fino ad allora positive. In Europa gli accadimenti greci colpiscono i listini azionari e il mercato dei bond governativi. L’utilizzo della moneta europea come valuta di finanziamento per l a risoluzione della crisi in Cina ha compromesso i risultati valutari e di conseguenza l’Export, il quale nel 3° trimestre del 2015 è in rallentamento rispetto ai periodi precedenti (0.2% da 0,8%). In concomitanza con tutto ciò la forte riduzione del prezzo del petrolio frena la crescita dell’inflazione, abbassando le aspettative inflattive dei mercati. Ad Ottobre il presidente della BCE Mario Draghi annuncia la possibilità di espandere l’APP e contrastare gli effetti congiunturali (nel caso fossero divenuti sistemici). L’annuncio garantì un miglioramento delle aspettative e la riduzione del costo del petrolio cominciò ad essere motivo di incremento della domanda e del consumo. Il 3 Dicembre 2015 il Board della BCE annuncia l’estensione della manovra di politica monetaria nel tentativo di affinare i risultati dell’anno. Ma l’ulteriore taglio dei tassi d’interesse e l’estensione della manovra fino al 2017 non hanno soddisfatto le attese dei mercati finanziari, i quali hanno reagito istantaneamente con il rialzo del prezzo valutario (rispetto al dollaro) del 2,6%. Alla fine del 2015 parte dei risultati ottenuti in termini reali e di aspettative sono stati fortemente ridotti dalla riduzione dei listini azionari. Nuovamente la BCE si trova a dover modificare la politica intrapresa annunciando un ampliamento significativo da effettuarsi entro gli inizi di Marzo. L’inizio del 2016 è caratterizzato dalla crisi bancaria dovuta alla modifica della normativa bancaria e all’introduzione del Bail-in. Essa ha fortemente indirizzato i mercati, trainati dai titoli bancari, fino a Marzo. All’8 Marzo 2016 i listini europei perdono in media il 7,5% da inizio anno (FTSEMIB il 15,68%). Il 10 Marzo la Banca Centrale Europea ha alzato l’importo introdotto mensilmente nel sistema ad 80MLD , tagliato i tassi d’interesse sui depositi fino a -0,40%, tagliato i tassi d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale fino a 0,25%, annunciato nuove LTRO, annunciato l’acquisto di corporate bond di società non finanziarie. E’ attraverso tale modifica della manovra che l’istituzione di politica monetaria ha voluto dare un forte segnale ai mercati, alle imprese e alle banche. https://buffer-pictures.s3.amazonaws.com/3f159d86aac77da30736fd59250c8443.7a851518af565ef1c0b4afc9fe18a2a2.jpg

Quella strana correlazione Guerra – Ripresa Economica

di Tommaso Santonastaso   Nella storia degli USA, da più di un secolo, c'è una costante: la stretta correlazione tra interventi militari e ripresa economica. Addirittura, il “National Bureau of Economic Research” parla chiaramente di “wartime expansion”. “E se per uscire dalla crisi servisse una guerra? Il premio nobel per l'economia Douglass North in una intervista pubblicata da Il sole24ore dichiarò che: “Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ma siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale [...]” . Durante il New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 miliardi del 1939. Ciò però non aveva potuto impedire che nello stesso periodo il PIL calasse da 104,4 a 91,2 miliardi di dollari, e che la disoccupazione invece salisse dal 3.2% al 17.2% della forza lavoro complessiva. Dal 1939 il sistema economico è dapprima tonificato dalla vendita di armi agli inglesi e ai francesi e poi definitivamente rimesso in carreggiata con l'ingresso diretto degli USA in guerra: il PIL riprende a crescere, la disoccupazione viene praticamente azzerata. Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la presidenza, gli USA sono da tempo in piena crisi economica. La risposta è quella del Welfare e dell'aumento della spesa pubblica (ancora una volta questo incremento è ascrivibile per l'82% alle spese militari). La guerra del Vietnam e le relative spese militari tornano a superare il 10% del PIL, ridanno slancio all'economia americana la quale conoscerà una delle più lunghe fasi espansive della sua storia. Già sotto la presidenza Carter le spese militari cominciarono ad accelerare il passo. L'occasione è offerta dall'invasione sovietica dell'Afghanistan (1979) e l'accelerazione divenne frenetica sotto la presidenza Reagan con il lancio dello “scudo stellare”. Le spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7% all'anno mentre la quota delle spese militari all'interno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%. La guerra del Golfo fu una delle vittorie statunitensi più significative sia in termini strategici che economici. Il politologo Samuel Huntington ha così sintetizzato la posta in gioco e i risultati della guerra: “La guerra del Golfo è stata la prima guerra tra civiltà dell'epoca post-guerra fredda. La posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e degli emirati, la cui sicurezza era affidata alla potenza militare occidentale oppure da regimi indipendenti antioccidentali in grado e forse decisi a utilizzare l'arma del petrolio contro l'Occidente. Al termine del conflitto il Golfo Persico era diventato un lago americano.” Anche dopo la vittoria nella Guerra del Golfo l'aumento delle spese militari degli USA non si placò; un report del “Foreign Policy” in Focus (2001) avvertiva che le spese militari erano risalite dagli “appena” 291 miliardi di dollari del 1998 ai 310 miliardi di dollari previsti per il bilancio 2001. Tale ammontare equivaleva al 90% circa della spesa media sostenuta negli anni della guerra fredda ed era pari al 16% del totale delle spese previste dal bilancio americano. La cifra spesa dagli USA per gli armamenti era maggiore di quanto spendevano per tale voce tutti gli alleati e tutti i possibili nemici degli USA messi assieme , come se gli USA si aspettassero la comparsa di un nuovo “Nemico” così da poter sfruttare il finanziamento alle spese pubbliche per superare un periodo di recessione. Importante fu un report pubblicato sul sito della Morgan Stanley l'11 settembre 2001 alle 7:30 del mattino un'ora prima dell'attentato alle Twin Towers: “Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l'economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra.” Keynes sosteneva che lo stato intervenendo sull'economia tramite la spesa pubblica può favorire l'uscita dalle crisi o evitarle. Le spese militari sono a tutti gli effetti una forma di spesa pubblica per il rilancio dell'economia; rappresentano una forma di “deficit spending ossia una delle forme attraverso cui lo stato finanzia l'economia e rappresentano la forma più conveniente. Le spese per gli armamenti intervengono sull'economia in maniera oligopolistica visto che il settore è protetto dalla concorrenza straniera, in tal modo i sussidi alla difesa non devono fare i conti con altri soggetti e i loro effetti si traducono inevitabilmente in commesse per le imprese americane (Es. Fornitura militare degli aerei denominati “Joint Fight Striker”). Da una guerra vengono anche influenzate le grandi aziende alimentari, le imprese coinvolte nel settore aerospaziale e l'industria elettronica (i titoli di molte società informatiche dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 sono cresciuti in poche settimane del 30-40%).Un dollaro di spesa del pentagono non solo fa crescere la domanda nel momento in cui viene impiegato ma ha un forte effetto moltiplicatore. L'effetto dura nel tempo ed è possibile quindi che lo choc della guerra sia una buona notizia per l'economia. “Perchè le spese militari e la guerra fanno bene all'economia capitalistica? Qual è il vantaggio di indirizzare la spesa pubblica verso il Warfare?” Il settore militare negli USA gode, sin dal primo accordo GATT (1947) della “National Security Exception”, le pratiche protezionistiche e di sussidi dell'export sono lecite solo per l'industria delle armi. Le armi si possono utilizzare anche per conto di terzi infatti durante la Guerra del Golfo gli alleati degli americani hanno dovuto pagare sotto forma di “contributo alle spese” qualcosa come 198 miliardi di dollari cioè il 90% delle spese totali degli USA per la guerra, non a casa alla fine del conflitto la bilancia dei pagamenti statunitensi risultava in attivo. Le spese per il “warfare” possono essere facilmente giustificate anche da chi ha un approccio “liberista” in economia: anche chi rifiuta l'intervento dello Stato nell'economia potrà infatti convincere i suoi elettori che le spese militari vanno aumentate sfruttando motivazioni che fanno leva sulla sfera morale degli elettori come la difesa della propria nazione. Le spese per gli armamenti sostengono in misura decisiva l'industria degli Stati Uniti. Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi hanno creato un "complesso militare-industriale" che non ha confronti al mondo. Le spese per il "Warfare" impediscono quindi agli Stati Uniti di dover affrontare i costi (economici e sociali) di una gigantesca ristrutturazione industriale. Da sempre le industrie belliche sono nazionali: perciò le spese per gli armamenti si traducono invariabilmente in commesse per le imprese americane. L'esempio più recente riguarda la gigantesca commessa per la fornitura di 3.002 nuovi caccia militari "Joint Fight Striker". Si tratta della maggiore commessa militare mai effettuata dagli Stati Uniti: il suo valore è infatti di 200 miliardi di dollari, ossia 1/4 del PIL italiano. L'appalto è stato vinto dalla Lockheed, azienda che era in preda ad una grave crisi, e che ora invece assunse dagli otto ai diecimila lavoratori. Le armi hanno un valore di scambio: si possono vendere come ogni altra merce. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici gli USA nel 1998 hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel mondo. Ci sono altri argomenti a favore di questa tesi, innanzitutto c'è il ruolo delle aspettative. Se si diffonde la convinzione che l'assetto geo-politico corrente non sia più sostenibile, le aspettative di guerra possono contribuire positivamente al ciclo economico, perché ciò riduce l'incertezza avviando il mondo verso una situazione di maggior stabilità.   NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: National Bureau of Economic Research, “US Business Cycle Expansions and Contractions.” “Una nuova economia di guerra”, Il sole24ore, 10 ottobre 2001. F. Battistelli, Armi: nuovo modello di sviluppo?, Torino, Einaudi, 1980, pp. 68-77, e da V.A. Ramey, M.D. Shapiro, "Costly Capital Reallocation and the Effects of Government Spending", NBER Working Paper, 1999. “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.” di Samuel Huntington, Milano, Garzanti, 1997. R. Kaufman, “The military Budget Under Bush: Early Warning Signs” in Foreign Policy in Focus, gennaio 2001. Report on Morgan Stanley site, 11 settembre 2001. J. Lottman, "Warfare vs. Welfare: Subsidies to Weapons Exporters", in Foreign Policy in Focus, vol. 2, n. 30, marzo 1997, p. 1.  

Morando alla SUN: innovazione, capitale umano e incentivi per la crescita

Capua, Martedì 02/12/2014
“Facciamo buona università in un territorio difficile  e lo facciamo con passione”. Così il Direttore del Dipartimento di Economia della SUN, la prof. ssa Clelia Mazzoni, ha inaugurato la giornata universitaria, una giornata intrisa di fervore. Finalmente vivo fervore. È con quest’ultimo che imprenditori, economisti, docenti, studenti hanno partecipato al workshop “Economia e innovazione per la ripresa e lo sviluppo”  svoltosi nell’aula magna del Dipartimento di Economia, con il vice-ministro dell’Economia e delle Finanze, Enrico Morando. Riflessioni, spunti, analisi, dibattito, lungo il cammino verso un Dipartimento serbatoio di saperi, di pensiero, un Think Tank che si occupi di analisi delle politiche pubbliche, delle opportunità imprenditoriali, dell'economia,  di innovazione. L’innovazione, appunto, è stato un tema centrale della prolusione del vice-ministro Morando, l’innovazione per tornare a crescere, per intraprendere un sentiero di ripresa da una caduta vertiginosa di PIL, reddito medio pro capite e occupazione, la caduta più pesante nella storia dell’Italia unita. E, come ribadito dal Senatore, in un Paese così scisso e frammentato (ma ora nemmeno troppo, ahinoi) tornare a crescere dev’essere la strategia unificante. Sono stati tre i key-points elencati e analizzati da Morando: società della conoscenza e capitale umano; necessità di infrastrutture materiali e immateriali; funzionamento delle istituzioni economiche fondamentali. Partiamo dal primo, con due concetti chiave: economia dell’innovazione schumpeteriana e società della conoscenza. “Non occorre l’innovazione da imitazione – sostiene Morando – importando e reinterpretando l’innovazione tecnologica altrui, come avvenne durante il boom economico. Siamo in un mondo del tutto nuovo e forse anche Marx oggi scriverebbe che il valore (e il plusvalore) di un prodotto è determinata dalla conoscenza insita in esso”. Morando richiama Schumpeter e quel vento di distruzione creatrice dell’imprenditorialità innovativa che deve spingere, decollare verso la crescita. Ma non basta. Occorre ripensare, rivalutare, ridefinire anche lo Stato nell’economia dell’innovazione e qui si fa riferimento agli studi di Mariana Mazzucato sul cosiddetto Stato Innovatore, come motore principale, creatore, facilitatore, risk-taker che deve porre al centro dei propri investimenti il capitale umano (e la sua qualità, come evidenzia Morando), quale fattore decisivo e strategico per la ripresa. “È il sapere e il non sapere a fare sempre più spesso la differenza” – dichiara il vice-ministro. Il secondo punto riguarda le infrastrutture materiali ed immateriali (banda larga e fibra ottica, mobilità, formazione…) che deve attivare lo Stato. Pensiamo alla ricerca di base ed i suoi rischi elevati: come rileva la Mazzucato, nel suo libro, nel settore farmaceutico, ad esempio, possono passare anche 17 anni dal momento in cui prende il via un progetto di R&S al momento in cui l’innovazione si concretizza in un prodotto. Il tasso di insuccesso è elevatissimo ed è qui, ed in altre aree troppo rischiose per l’imprenditore privato delle PMI italiane, che si rivela fondamentale la finanza pubblica paziente. Tuttavia, come ricorda Morando, le condizioni di finanza pubblica sono deboli nel nostro scenario: l’ingente spesa per interessi che ci spetta riduce l’eventuale spesa in conto capitale per investimenti mirati in R&S e innovazione. Ergo, urge un intervento UE, non tanto gli Eurobond, bensì i project bond. Chiariamo: i primi rappresentano un ipotetico meccanismo solidale di distribuzione dei debiti a livello europeo attraverso la creazione di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell'eurozona, da emettersi a cura di un'apposita agenzia dell'Unione europea, la cui solvibilità sia garantita congiuntamente dagli stessi Paesi dell'eurozona; i project bond invece sono prestiti obbligazionari per il finanziamento di progetti infrastrutturali, appunto. Possono riguardare il finanziamento di nuove opere (greenfield) oppure il rifinanziamento del debito di opere già finanziate (brownfield) Morando si sofferma poi su un terzo punto, ugualmente di vitale importanza, questione scottante nel nostro caso: il funzionamento delle istituzioni economiche fondamentali, a partire da giustizia civile e burocrazia.  Il Vice Ministro precisa: si parla di politiche nazionali, non solo concernenti il Mezzogiorno. Si pensi, ad esempio, all’analisi del prof. Amedeo Lepore, docente di Storia Economia alla SUN, sulla Cassa per il Mezzogiorno e la banca mondiale, un modello per lo sviluppo economico italiano, non esclusivamente meridionale o settentrionale. Pur con le dovute specificità, occorre inquadrare problemi e progetti in un contesto nazionale, continentale, oggi probabilmente globale. Il confronto Italia – altri Paesi zona euro è impietoso, ricorda il Vice Ministro. È la giustizia civile nazionale che deve mutare, a partire dai tempi, altrimenti non ci sarà mai una ripresa. Ne viene danneggiata la competitività globale e si amplia il gap nei confronti dei nostri competitor, ad esempio i tedeschi. Va poi accolta una rivoluzione degli incentivi che la società rivolge alla politica e viceversa. Dal tavolo tecnico, presieduto da Raffaele Cercola, ordinario di Marketing del Dipartimento di Economia della Sun, sono arrivate diverse sollecitazioni al viceministro sui temi del credito e del rapporto imprese-banche, delle banche pubbliche, dell’analisi SVIMEZ sul Mezzogiorno, delle politiche europee di sviluppo da parte di Daniela Mele, Divisione Analisi Economica Territoriale della Banca d’Italia, Mario Mustilli, ordinario di Finanza aziendale del Dipartimento di Economia della SUN, Carlo Pontecorvo, imprenditore e presidente della Banca Popolare di Sviluppo, e Stefania Brancaccio, imprenditrice e Cavaliere del lavoro. Due sono stati, in particolare, i punti caldi. La prima riflessione, suscitata da parte del prof. Mustilli, riguarda la tassazione del capital gain. Essa avviene, con alcune eccezioni importanti (Titoli di Stato della Comunità Europea inclusi nella cd. white list) , alla medesima aliquota (26%) indipendentemente dallo strumento sottostante, elementare o derivato, secondo il recente Decreto Legge n. 66 del 24/4/2014, poi convertito nella Legge n. 89 del 23/06/2014, con decorrenza 1/7/2014 (fonte: http://www.directa.it/pub/it/altreinfo/fisco.html). E poi sulla questione della Banca del Mezzogiorno il viceministro ha mostrato tutte le sue perplessità verso un’operazione disarticolata dalle problematiche che doveva affrontare. “Il centro del problema è rappresentato dallo sforzo qualitativo che la politica meridionale deve fare per cambiare radicalmente il rapporto con la società civile!”   Federico Giovanni Rega  

La crescita economica, questa sconosciuta

di Federico Giovanni Rega
    L’economia italiana si era “miracolosamente” sviluppata a ritmi brillanti dal dopoguerra ai primi anni Settanta. Da allora ha prevalso una tendenza al rallentamento. Essa è colta da tutti gli indicatori: reddito (assoluto e pro capite, effettivo e potenziale), consumi, produttività, esportazioni (...) Dal primo trimestre del 2001 al terzo del 2003 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla: la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo. La questione economica della società italiana torna a proporsi in tutta la sua gravità, in tutto il suo spessore, come un problema di crescita. Pierluigi Ciocca (1)
  La crescita e lo sviluppo economico Dai magazine e quotidiani economici (e non) all'edizione serale del tg, si parla spesso di crescita economica, ma di cosa parliamo? La crescita del sistema economico è un fenomeno ed obiettivo di medio – lungo periodo di politica economica che consiste nel favorire l'incremento del potenziale produttivo (misurata come aumento del Pil reale o del Pil reale pro-capite) e l'aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezzaconsu-miproduzione di merci, erogazione di servizi,occupazionecapitalericerca scientifica e innovazione tecnologica, contrapponendosi invece a situazioni opposte di stasi e crisi economica quali stagnazione (nulle o modeste variazioni del prodotto interno lordo) e recessione (livelli di attività produttiva, ossia PIL, più bassi). Può essere favorita da politiche economiche di sostegno ad esempio attraverso forme di incentivi o sgravi fiscali ad aziende e consumatori, incremento della spesa pubblica, finanziamento della ricerca. [caption id="attachment_310" align="alignleft" width="760"]760px-World_GDP_Capita_1-2003_A.D Data Source: Angus Maddison's "World Population, GDP and Per Capita GDP, 1-2003 AD[/caption]   [caption id="attachment_311" align="alignleft" width="960"]crescita per 2030 World GDP Growth by 2030 Source: A. Lepore, "Globalizzazione: storia, questioni e prospettive"[/caption] La crescita del prodotto nazionale non va confusa con il concetto di  sviluppo. I due concetti sono abbastanza simili, ma contengono differenze rilevanti. Il primo è prettamente quantitativo, mentre il secondo comprende anche elementi qualitativi. Per sviluppo economico intendiamo riferirci ai fenomeni economici, sociali e culturali che si accompagnano alla crescita del reddito pro-capite e per misurarlo occorre fare riferimento, oltre al reddito pro-capite, ad indicatori quali la distribuzione del reddito, l’istruzione, il tasso di alfabetizzazione, ecc. La crescita economica è dunque un elemento dello sviluppo economico. Teoria della crescita, da Solow alla New Growth Theory  Dalla notte dei tempi, da Adam Smith in poi insomma, gli economisti si sono sempre occupati della crescita delle nazioni, ma è solo negli anni Cinquanta che Abramovitz e Solow (1956) (2) dimostrarono che il 90% della crescita economica non era spiegabile attraverso le misure convenzionali di capitale e lavoro. La parte residua doveva riflettere la crescita della produttività, più che la quantità dei fattori produttivi. Il dibattito sulla crescita è ancora vivo tra gli economisti e si riflette sulla scena politica (3). Gli economisti, come spesso hanno fatto, fanno e (chissà se le recenti stangate e previsioni errate faranno riflettere) faranno, hanno cercato di collocare la crescita in un modello. La "teoria della crescita" fruttò il premio Nobel all'economista statunitense Robert Solow, nel 1987, "for his contributions to the theory of economic growth". Nel modello, la crescita è espressa mediante una funzione di produzione, dove il prodotto (Y) è funzione della quantità di capitale (K) e lavoro umano (L), a parità di altri fattori come il progresso tecnico: Y = F (K, L) Incrementi di K ed L provocherebbero incrementi lungo la curva, mentre cambiamenti esogeni (non spiegati) nel progresso tecnico causerebbero spostamenti della curva verso l'alto. Solow scoprì che il 90% della variazione della produzione non era spiegato dal capitale e dal lavoro, così definì la parte restante progresso tecnico. Il modello di fondo risultava, pertanto, deficitario e in molti sostenevano di elaborarne altri (come Joan Robinson 1954). (4) Ma ci si limitò ad aggiungere l'anello mancante del progresso tecnico come variabile esogena. La teoria divenne nota come teoria della crescita esogena: Y= A (t) F (K, L) Ma a poco a poco, cresceva la consapevolezza dell'importanza della tecnologia nella crescita economica, si studiava per inserire questo fattore nei modelli. (5) Ergo, nacque la teoria endogena, detta anche New Growth Theory, che modellizza la tecnologia come il risultato endogeno di una funzione dell'investimento in R&S e formazione  del capitale umano. (Grossman e Helpman 1991) (6) Da qui sono nate politiche per una crescita trainata dall'innovazione, con l'obiettivo di sostenere l'.economia della conoscenza.   Note e riferimenti bibliografici: (1) Pierluigi Ciocca, "L'economia italiana: un problema di crescita", 4ª RIUNIONE SCIENTIFICA ANNUALE SOCIETÀ ITALIANA DEGLI ECONOMISTI, Salerno, 2003, pp. 1-2 (2) Robert Solow, A contribution to the Theory of Economic Growth", Quarterly Journal of Economics", Vol. 70, No. 1. (Feb., 1956), pp. 65-94 (3) & (5) Mariana Mazzucato, "Lo Stato Innovatore" Laterza, 2014, pp. 50-53 (4) Joan Robinson, "The Production Function and the Theory of Capital" Review of Economic studies, 1954 (6) Gene Grossman & Elhanan Helpman, "Innovation and Growth in the Global Economy", MIT press, Cambridge, 1991