The Solitude Of Prime Bankers: Rethinking The Central Bank

This article was originally published here: http://themarketmogul.com/solitude-prime-bankers-rethinking-central-bank/ Protagonists, but alone. In this overturned economic world, where everything plummets – prices (and thus inflation), interest rates, GDPs, the morale of central bankers is also falling.  The independent banker, authoritative and transparent, as described by the Monetarist school, from the economics literature to the Maastricht Treaty, has an internal flexibility problem: he should reinvent himself. Nowadays, prime bankers represent the game changers. Risultati immagini per mario draghi

Central Banks’ Balance Sheet Expansion

In the wake of the crisis, the figure of the central banker – as understood by Monetarists – independent and autonomous, becomes obsolete. The main issue is no longer inflation control, an old obsession. There is no recovery in the financial system nor is the economic cycle investing. Central Banks gradually become the unique active crisis managers: they take on a new (never completely explained) goal, they tend to keep the whole banking system alive, saving it from collapsing and reducing the probability of default. Central banks provide the system with liquidity for a longer time horizon (almost in a “buy to hold” attitude) and accept assets of questionable value as collateral. The ECB has become the biggest game changer. Thus central banks are taking on a neo-Keynesian or Minskyan role of “shock absorbers.” Given the pressing fiscal constraints at an EU level, the ECB achieves centrality and control in the management of the global crisis. Its balance sheet has hugely expanded with quantitative easing (QE) and collateral swaps operations. This reflected the huge increase of liquidity provision and an enlarged intermediation role, with central banks acting as support to banks and financial markets. Interbank market and more generally financial market functioning were impaired, and central banks entered the field. New operations were geared to address the malfunctioning of the monetary policy transmission mechanism. The central bank operates through a change in the composition of assets and liabilities or through an expansion of total assets and liabilities, or a combination of both. This has been the case for all major central banks recently: they have modified the quantity and type of risk to which they are exposed. Risultati immagini per central bank balance sheet expansion  

The Fall Of Lehman Brothers’ And Its Aftermath

After the Lehman Bros collapse, the crucial aspect was the lack of confidence among banks which led to a near paralysis of mutual credit lines. Banks were unwilling to lend money to each other for fear of not being paid back, a dramatic shift that froze credit markets and caused borrowing rates for banks and businesses to skyrocket. The collapse of Lehman Brothers was so shocking, it triggered a financial tsunami of such magnitude that it was compared to the Great Depression. Going beyond responsibilities about cross-border and shadow banking, central banks decided to intervene on the toxic nature of assets on balance sheets to reset the confidence, pursuing exceptional goals. The main unconventional operations put in place were QE, long-term refinancing operations and outright monetary transactions.

A Central Bank-Led Capitalism?

That equidistant and impartial ECB independence (self-proclaimed ten years ago) seems to turn into an inclination to coordinate the whole EU economic policy: a take-all bank. The literature has also created a new definition of the economic system: a central bank-led capitalism. In a recent article, Alan M. Taylor, an economics professor at the University of California, warned about future central banks’ independence:
“A chief criticism of central banks is that the more they do to stave off deflation – with tools such as negative interest rates quantitative easing – and reinvigorate their economies, the closer they move to fiscal policy. That could lead to a <rapid evolution, or perhaps revolution> of central bank mandates.” tweet
Several times the ECB President, Mario Draghi, has warned about the solitude of the central banker: the ECB did and will do “whatever it takes” but this is not sufficient. A continuous expansionary monetary policy without support from governments and their tax policies will not bring about the end of the crisis. In conclusion, no man is an island (John Donne dixit) and the prime bankers need the collaboration of governments.

Quinto Rapporto sulle Imprese Industriali nel Mezzogiorno, un resoconto

La grande crisi iniziata nel 2008 perdura fino al 2014 con un fatturato che dopo una ripresa nel 2011–2012 è nuovamente sceso al di sotto dei livelli del 2008. E’ quanto emerge dal quinto Rapporto sulle Imprese Industriali nel Mezzogiorno prodotto dalla Fondazione Ugo La Malfa -  in collaborazione con Mediobanca - e presentato venerdì 22 aprile presso il Dipartimento di Economia della Seconda Universita' di Napoli con il direttore Clelia Mazzoni. Al tavolo hanno preso parte, oltre alla direttrice del Dipartimento che ha sottolineato come la presentazione rientri in quelle attivita' formative didattiche volte a trasferire agli studenti una formazione a 360 gradi, Giorgio La Malfa, Paolo Savona,  il presidente della Matching Energies Foundation Marco Zigon e i docenti del Dipartimento di Economia Enzo Maggioni, Amedeo Lepore e Mario Mustilli. Tutte le foto della Presentazione sono disponibili nella Pagina Facebook ufficiale del Dipartimento: https://www.facebook.com/EconomiaSunCapua Il Rapporto, sollecitato anche a suo tempo dall’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per mettere in campo qualcosa in grado di rilanciare il Mezzogiorno, contiene tre gruppi di dati: quelli di bilancio e di conto economico per il periodo 2008 -2014 di 125 imprese industriali, grandi e medie, con sede nel Mezzogiorno, che fanno parte della rilevazione annuale di Mediobanca sulle principali societa’ italiane; dati di bilancio e di conto economico 2008-2013 di tutte le imprese di medie dimensioni (con fatturato da 16 a 355 milioni di euro e numero di dipendenti fra 50 e 499) annualmente censite da Mediobanca–Unioncamere e la localizzazione settore di attivita’e numero di occupati degli stabilimenti ubicati nel Mezzogiorno con piu’ di 500 dipendenti. Si tratta di dati originali non disponibili altrove - consultabili anche sul sito della Fondazione con tutti i dettagli - che consentono di fare il punto sia sulla situazione della congiuntura economica, sia sulla struttura industriale del Mezzogiorno. Un'analisi che ha colmato un gap: mai nessuno, prima della Fondazione, aveva raccolto i bilanci delle imprese del Mezzogiorno. Cosi' come riportato nella sintesi del Rapporto,  i bilanci del gruppo di aziende medie e grandi chiudono in forte perdita (1.6 miliardi di euro su un fatturato di 45 miliardi di euro). Cala l’occupazione, scesa da 76.000 nel 2008 a poco meno di 70.000 unita’. Rimane all’incirca pari al 33 per cento la parte del fatturato destinata alle esposizioni. Dai dati della Fondazione, risulta la presenza esigua di medie imprese nel Mezzogiorno in confronto al resto del paese: si tratta di 245 imprese su 3265 nell’Italia nel suo insieme, pari al 7,5 per cento. La crisi ha comportato una flessione del numero sia a livello nazionale che nel Mezzogiorno dove vi erano 4097 imprese medie nel 2008 in Italia, di cui 357 nel Mezzogiorno. Le 245 Imprese medie sono prevalentemente concentrate in tre regioni: Campania (90), Puglia (50), Abruzzo (46). Nelle altre regioni si scende a numeri trascurabili. Negli anni il calo più forte si e’ manifestato in Abruzzo a seguito della crisi del settore auto (da 81 nel 2008 a 46 nel 2013).Il censimento degli stabilimenti con piu’ di 500 dipendenti indica che i dipendenti complessivi di questo comparto sono scesi da 91.000 circa nel 2010 a 82.000 circa nel 2014. Raggruppando i dati del Rapporto si puo’ stimare l’occupazione industriale nel Mezzogiorno nelle Imprese medie e grandi. Si tratta circa di 113.000 dipendenti su una popolazione di oltre 20 milioni di abitanti. “Ne emerge una situazione difficile che richiederebbe un intervento decisivo del Governo che era stato promesso lo scorso anno quando il presidente del Consiglio annuncio’ un grande piano per il Mezzogiorno, di cui poi si e’ persa traccia - spiega Giorgio La Malfa, presidente della Fondazione  - Un dato positivo, pero’, in questo Rapporto esce, ovvero che le imprese medie che ci sono hanno andamenti economici simili a quelli del resto d’Italia, questo vuol dire che non e’ difficile fare impresa nel Mezzogiorno ma occorre una politica di assistenza e aiuto”.

Una Crisi di Valutazione

Breve cronistoria della crisi economico-finanziaria del 2008 con particolare riferimento della valutazione dei titoli obbligazionari A cura di Salvatore Bragliola Metaforicamente una crisi possiede le medesime caratteristiche di un violento terremoto: un evento sismico di grande portata infatti viene solitamente anticipato da quelle che in gergo tecnico chiamano “luci sismiche” e che possiamo tranquillamente ricollegare a quella molteplicità di fenomeni che precedono un crollo colossale. Quella che fondamentalmente ha accompagnato (e generato) la grande crisi del 2008 è stata la bolla speculativa scoppiata nel mercato immobiliare americano che ha praticamente rovesciato un vaso ormai colmo (o vuoto, si pensi al valore intrinseco quasi nullo degli ormai noti mutui Subprime) che ha rivelato al mondo intero la meschinità di un gioco, quello finanziario, che purtroppo è totalmente egoista nei confronti di quella che è l’unica certezza di una famiglia: la propria abitazione. Volendo ripercorrere il percorso di nascita del Big Fail, bisognerebbe partire dalle grandi società di ingegneria finanziaria Europee; precisamente in Gran Bretagna, dove venivano impacchettati i primi mutui immobiliari, trasformandoli in obbligazioni. Questo processo di cartolarizzazione (trasformare in carta un mutuo) nato a Londra è stato adottato in primis negli USA (era il lontano 1975 quando Bank of America effettuava la prima operazione di cartolarizzazione al mondo) e conseguentemente anche in Europa dalle principali banche che di fatto trovavano numerosi vantaggi nel detenere e rivendere questi mutui subordinati. Questo fenomeno ha portato alla creazione di una vera e propria bolla speculativa che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni prima del default, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i mutui vengono o almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo stesso. Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano scesi profondamente, e le quotazioni vennero sospese; ed a seguito di questo crollo che diverse Banche americane dichiararono bancarotta (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington per citarne alcune), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità all’interno del sistema economico-finanziario. Molti economisti si sono interrogati sulla gravità di quei fallimenti, in particolare del crollo di Lehamn Bros., e sulle possibili cause: Luigi Zingales, editorialista del Sole 24 Ore e professor of Entrepreneurship and Finance presso la University of Chicago Booth School of Business, considera il crollo di Lehman Brothers come “il risultato della sua aggressiva leva finanziaria e della forte dipendenza dal finanziamento mediante il debito a breve termine” in un contesto di crisi generale. Le agenzie di Rating Un’altra (delle tante) causa collegata alla genesi del default è data sicuramente dal sistema di attribuzione di valutazioni. Parliamo delle agenzie di Rating, ovvero quelle società che stimano il grado di rischio di inadempienza relativo ad un determinato debitore (sia esso un soggetto privato o un soggetto pubblico, come può essere anche uno Stato) classificandolo secondo una scala di valutazione che viene espressa con le lettere che vanno dalla A (che segna un’elevata capacità di ripagare il debito) fino a D (società insolvente). Le responsabilità che ricadono su queste società sono enormi e gravi le accuse formulate soprattutto nei confronti delle tre agenzie Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch che si spartiscono oltre il 90% del mercato delle valutazioni. Può quindi assegnare una pagella, chi ha la propria di pagella insufficiente? Alcuni errori storici delle agenzie di rating:
Azienda/Investimento Data Valutazione assegnata
Lehman Brothers Settembre 2008 A2, A, A+
Parmalat Dicembre 2008 BBB-
Bond Argentina Dicembre 2000 B1, BB
FONTE: Elaborazione dell’autore su dati Barolini Andrea, 2009, Standard & Co., le grandi declassate   Il conflitto di interessi è una delle accuse più gravi (mancata trasparenza e assenza di regolamentazione le altre due) che ad esse è stata attribuita e nasce dal fatto che le agenzie sono pagate dagli stessi emittenti dei titoli a cui dovrà essere assegnata la valutazione del rischio. In alcuni casi, inoltre, da arbitri “terzi” le agenzie si sono spinte anche a fornire consulenza per l’elaborazione di prodotti finanziari sempre più complessi, al punto da poter esser legalmente considerati underwriter, cioè sottoscrittori. In merito alla mancanza di trasparenza (probabilmente la peggiore accusa) e della manica larga nell’elargizione del rating, è doveroso richiamare i risultati di un’inchiesta condotta nell’estate del 2008 dal CFA Institute, un’associazione indipendente che promuove e amministra il programma internazionale di certificazione, che alla domanda su cosa spingesse le agenzie ad agire sul filo della regolarità e anche oltre, il 51 per cento degli intervistati ha risposto che la motivazione risiede nella minaccia che gli emittenti trasferiscano in futuro l’attività di analisi sul rating ad altre agenzie; mentre per un altro 17 per cento, sarebbe la promessa di portare ulteriore lavoro all’agenzie la ragione alla base della manipolazione del giudizio. In tanti ci ripetono che per uscire dalla crisi serve una consistente iniezione di fiducia. E’ quindi indispensabile rivedere alcuni meccanismi chiave dei sistemi finanziari? Sicuramente, e tra i primi a dover cambiare radicalmente sono quelli che attengono proprio alle agenzie di Rating e alla loro anarchica regolamentazione.  

Un anno di Quantitative Easing

di Eduardo Belli A quasi un anno dall’inizio del QE europeo i risultati non sono quelli sperati. La liquidità non è completamente giunta all’economia reale, i tassi hanno raggiunto valori negative, limando i margini di interesse, e le aspettative di inflazione sono state fortemente ridimensionate. Possiamo trovare le motivazioni di tali risultati ripercorrendo tutto il 2015 e soffermandoci sugli eventi che hanno inciso e influenzato lo stimolo alla ripresa. Il Quantitative Easing sotto la forma di APP parte già il 21 Novembre 2014 con l’inizio dell’ABSPP (Asset-Backed Security Purchase Programme). Alla fine di Marzo 2015 vengono lanciati dalla BCE anche le ulteriori manovre della politica monetaria: CBPP (Covered Bond Purchase Programme) e PSPP( Public Sector Purchase Programme). Il primo effetto prodotto fu il miglioramento delle aspettative riguardo le più importanti variabili macroeconomiche, in particolare gli indici target della BCE: inflazione, PIL, tasso disoccupazione. L’inflazione, che fino a quel momento seguiva un andamento negativo, ritrova il segno positivo attestandosi intorno al +0,1%. I titoli governativi di alcuni degli stati sovrani (Germania) raggiungono rendimenti negativi e l’Euro si deprezza. Nei mesi successivi gli effetti cominciano ad essere evidenti: aumento del 3% di prezzi azionari, dando slancio ai mercati finanziari, e il costo del funding per gli istituti di credito viene ridotto dello 0,48%. Nonostante ciò gli eventi congiunturali hanno minato la stabilità, la crescita e i risultati del QE. La crisi Greca prima e quella Cinese poi hanno influenzato non soltanto i risultati conseguiti ma hanno anche intaccato le aspettative, fino ad allora positive. In Europa gli accadimenti greci colpiscono i listini azionari e il mercato dei bond governativi. L’utilizzo della moneta europea come valuta di finanziamento per l a risoluzione della crisi in Cina ha compromesso i risultati valutari e di conseguenza l’Export, il quale nel 3° trimestre del 2015 è in rallentamento rispetto ai periodi precedenti (0.2% da 0,8%). In concomitanza con tutto ciò la forte riduzione del prezzo del petrolio frena la crescita dell’inflazione, abbassando le aspettative inflattive dei mercati. Ad Ottobre il presidente della BCE Mario Draghi annuncia la possibilità di espandere l’APP e contrastare gli effetti congiunturali (nel caso fossero divenuti sistemici). L’annuncio garantì un miglioramento delle aspettative e la riduzione del costo del petrolio cominciò ad essere motivo di incremento della domanda e del consumo. Il 3 Dicembre 2015 il Board della BCE annuncia l’estensione della manovra di politica monetaria nel tentativo di affinare i risultati dell’anno. Ma l’ulteriore taglio dei tassi d’interesse e l’estensione della manovra fino al 2017 non hanno soddisfatto le attese dei mercati finanziari, i quali hanno reagito istantaneamente con il rialzo del prezzo valutario (rispetto al dollaro) del 2,6%. Alla fine del 2015 parte dei risultati ottenuti in termini reali e di aspettative sono stati fortemente ridotti dalla riduzione dei listini azionari. Nuovamente la BCE si trova a dover modificare la politica intrapresa annunciando un ampliamento significativo da effettuarsi entro gli inizi di Marzo. L’inizio del 2016 è caratterizzato dalla crisi bancaria dovuta alla modifica della normativa bancaria e all’introduzione del Bail-in. Essa ha fortemente indirizzato i mercati, trainati dai titoli bancari, fino a Marzo. All’8 Marzo 2016 i listini europei perdono in media il 7,5% da inizio anno (FTSEMIB il 15,68%). Il 10 Marzo la Banca Centrale Europea ha alzato l’importo introdotto mensilmente nel sistema ad 80MLD , tagliato i tassi d’interesse sui depositi fino a -0,40%, tagliato i tassi d’interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale fino a 0,25%, annunciato nuove LTRO, annunciato l’acquisto di corporate bond di società non finanziarie. E’ attraverso tale modifica della manovra che l’istituzione di politica monetaria ha voluto dare un forte segnale ai mercati, alle imprese e alle banche. https://buffer-pictures.s3.amazonaws.com/3f159d86aac77da30736fd59250c8443.7a851518af565ef1c0b4afc9fe18a2a2.jpg

Tulipomania

La prima bolla speculativa e la prima grande crisi economica della storia - di Luca Buffolano   Introduzione I tulipani furono introdotti in Europa dalla Turchia nella metà del XVI secolo e divennero presto un oggetto di desiderio per gli appartenenti alla Middle Class Olandese a causa della loro particolarità ed esclusività. L’attenzione verso i tulipani crebbe esponenzialmente causando la nascita di un mercato speculativo con i caratteri della borsa valori ma al di fuori di questa istituzione (difatti le trattative avvenivano in taverne e birrerie). I tulipani divennero presto un bene di lusso e la loro rarità influiva sul prezzo (basti pensare che il prezzo record pagato per un bulbo, il Semper Augustus, fu di 6000 fiorini quando il reddito medio annuo dell’epoca ammontava a 150 fiorini) che divenne insostenibile e, come ogni bolla speculativa, portò ad un eccessivo ed ingiustificato aumento dei prezzi che ne causò il crollo lasciando centinaia di investitori sul lastrico. Il contesto storico Il ‘600 è il secolo della Golden Age Olandese caratterizzata dall’emancipazione dal controllo spagnolo fino all’indipendenza nel 1648, da un colonialismo nuovo (basato sul modello portoghese dell’occupazione degli avamposti), dalla centralità delle città di Anversa (capitale finanziaria e principale centro di commercio per prodotti di grande valore) ed Amsterdam (che ormai copriva un ruolo di assoluto predominio nei traffici del Baltico), dalla supremazia dei mari con la V.O.C. (Compagnia olandese delle Indie orientali), e soprattutto della conseguente nascita della borsa di Amsterdam; proprio sulla scia di quest’ultima si arriva alla causa scatenante della prima bolla speculativa e della conseguente prima grande crisi economica della storia. Cos’è una bolla speculativa Possiamo definire una bolla speculativa come una fase di mercato nella quale si assiste ad un considerevole aumento (ingiustificato) dei prezzi, a causa di una crescita repentina della domanda. La bolla rappresenta quindi una sopravvalutazione del prezzo di un bene destinato poi a riacquisire il proprio valore reale qualora la bolla sarà scoppiata. Solitamente le bolle speculative riguardano i beni immateriali ai quali è difficile dare un valore certo ma, più raramente, si può assistere a vere e proprie bolle anche dei beni materiali come ad esempio gli immobili. La bolla dei tulipani Il particolare interesse nei confronti dei bulbi dei tulipani portò alla redazione di veri e propri cataloghi dove venivano illustrate le varietà di tulipani esistenti dipinti dai pittori del tempo. Secondo il catalogo, i tulipani erano divisi in tre categorie: rosso, viola su giallo e marrone su giallo. I più costosi erano quelli multicolore. Le trattative per i bulbi erano svolte all’interno di taverne e birrerie ma, nonostante ciò, i sistemi di scambio erano rigidi e codificati sulla scia della borsa di Amsterdam. La rarità dei bulbi fu data da un virus che attaccò questi causandone la decimazione e di conseguenza i prezzi dei bulbi di tulipano raggiunsero il prezzo di 10000 fiorini ognuno nel 1637 ed è proprio in quest’anno che i costi dei tulipani non si basano più sulla rarità degli stessi, ma sul loro peso e ciò portò ad un tasso di cambio così alto che il collasso del mercato divenne inevitabile. Possiamo riassumere gli eventi che hanno caratterizzato questo periodo di speculazione in una divisione per anno:
  •  Nel 1623, un singolo bulbo di una famosa varietà poteva costare più di 1.000 fiorini.
  • Nel 1635 viene registrata una vendita di 40 bulbi per 100.000 fiorini. Il record assoluto spetta al bulbo Semper Augustus che raggiunge 6.000 fiorini di quotazione.
  • Nel 1636 i tulipani sono negoziati ovunque, ogni città ha il suo centro di contrattazione e nei villaggi più piccoli ci si incontra nelle taverne per negoziare gli acquisti e le vendite. Questo incoraggia chiunque ad acquistare tulipani e molti realizzano ingenti fortune. Ma molti altri stanno per perdere ogni cosa.
  • Nel 1637, non si sa per quale precisa ragione, qualcuno iniziò a vendere senza riacquistare, trovando compratori disposti ad acquistare ma con sempre maggiore difficoltà.
Pertanto nel febbraio del 1637 il mercato dei tulipani crollò; in questo giorno i “florists” della taverna di Haarlem smisero di vendere ai prezzi del giorno prima e così gli acquirenti e gli investitori si allarmarono facendo crollare definitivamente il mercato. Ciò rese i bulbi invendibili a quei prezzi di sovrastima lasciando chi aveva acquistato i bulbi e non se ne era liberato sul lastrico a causa delle grosse cifre non più recuperabili ed a causa del fatto che molti, pur di speculare all’interno di questo mercato toro, avevano venduto i propri beni immobili. Molti speculatori fecero ingenti fortune a spese dell’avidità altrui, ma tanti altri fallirono.