The Adam Smith problem e l’economia della simpatia

di Federico Giovanni Rega

Adam Smith (1723 – 1790) è stato un filosofo ed economista scozzese, che, a seguito degli studi intrapresi nell'ambito della filosofia morale, gettò le basi dell'economia politica classica. Rese autosufficiente la teoria economica, anche se già nell’arco di tutto il Settecento, la giovane scienza dell’economia si avvale, nel suo farsi autonoma, del contributo della Scuola napoletana (privilegiati dagli economisti napoletani sono alcuni temi d’analisi, come valore e moneta, ricchezza e sviluppo, insieme alla riflessione sul significato di ‘civiltà’ nella vita economica, l’«economia civile». Spesso Smith è stato definito il padre della scienza economica. In effetti, nonostante molti precursori dell'economia classica avessero prodotto singole tessere o parti dell'intero mosaico, nessuno di essi fu in grado di fornire in un'unica opera il quadro generale delle forze che determinassero la ricchezza delle nazioni, delle politiche economiche più appropriate per promuovere la crescita e lo sviluppo e del modo in cui milioni di decisioni economiche prese autonomamente vengano effettivamente coordinate tramite il mercato.

La ricchezza delle nazioni L'opera più importante di Smith, l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) diventa il testo di riferimento, con le dovute specifiche peculiarità, per tutti gli economisti classici del XVIII e XIX secolo (David Ricardo, Thomas Robert Malthus, Jean-Baptiste Say, John Stuart Mill). In termini moderni si direbbe che Smith fu un teorico della macroeconomia interessato alle forze che determinano la crescita economica, anche se le forze di cui parlava erano ben più ampie rispetto alle zone oggi analizzate dalla moderna economia, infatti il suo modello economico è ricco di considerazioni di tipo politico, sociologico e storico.

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La Finanza: da ancella diviene padrona

  di Federico Giovanni Rega     finanza Oggi si dibatte tanto di finanziariazzione, del peso enorme della finanza, ormai padrona dell’economia, e non più ancilla, di come tale predominio sia sfavorevole alla crescita economica (‘reale’). Michal Kalecki – eterodosso, ma lungimirante nelle sue tesi – analizzò anche questo aspetto nella teoria sulle determinanti degli investimenti. Egli parla dei risparmi dei rentiers, risparmi correnti “esterni” alle imprese, che influenzano negativamente gli investimenti in capitale fisso. La ricchezza finanziaria (come l’avremmo definita oggi) introduce nel sistema un trend negativo, così come le innovazioni imprimono, invece, una tendenza ascendente di lungo periodo. Se i risparmi dei rentiers vanno aumentando, rispetto al capitale (su tale aspetto ritornerà Piketty nel suo Capitale nel XXI secolo), il trend negativo sarà accelerato. L’effetto delle innovazioni si accoppia così a quello dei risparmi “esterni” ed è l’effetto netto che determina lo sviluppo di lungo periodo. Il trend sarà positivo se le innovazioni esercitano un’influenza più forte di quella dei risparmi dei rentiers. E’ notevole la modernità di tali tesi, se solo si guarda ai numeri del nostro tempo, laddove la finanza e i derivati valgono 8 volte l’economia reale: i moderni cavalli di Troia non sono più di legno e hanno nomi ben meno mitologici: si chiamano credit default swap, spread, Etf, Borse, derivati, volatilità. Ma rischiano di avere lo stesso effetto distruttivo: insinuarsi nell'economia reale e, alla lunga, minarne le fondamenta, minarne la crescita. L’intuizione di Kalecki era giusta? La finanza è negativa per la crescita economica? Un economista contemporaneo, il Marx moderno, Thomas Piketty, nel suo “Capitale nel XXI secolo”, parte proprio da quel rapporto tra capitale (K) e produzione (Y). Il libro – pieno di tabelle e equazioni - mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque (periodo che termina con la Prima Guerra Mondiale). Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica. L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Questa «contraddizione centrale del capitalismo, che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913, salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cd “Keynesian Consensus”) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dov’è la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito: β = K / Y dove K è lo stock del capitale “tutto compreso” (a meno del solo “capitale umano”; compreso quel capitale pericoloso, quel capitale da casinò) ed Y il flusso della produzione annua “al netto” degli ammortamenti per il capitale impiegato. Dopo di che, nel caso di una funzione lineare di produzione a capitale e lavoro, risulta: Y = r K + W dove r è il tasso di rendimento capitalistico “tutto compreso” («rendite, dividendi, interessi, royalties, profitti, capital gains, ecc.») e W è l’ammontare delle remunerazioni che spettano ai lavoratori. Piketty documenta come per il mondo nel suo complesso (e qui si spinge oltre, forse) il rapporto capitale/reddito, diminuito da un valore compreso tra 4 e 5 del periodo 1870- 1910 ad un valore di 2,5/3,5 tra 1920 e 1980, sia poi risalito a 4,5 nel 2010 con la possibilità, secondo le sue proiezioni, di arrivare a 6,5 per la fine del XXI secolo.     Dal casinò alla calcolatrice: Come nasce questo predominio dei mercati e della finanza? (altro…)

Come le nuove tecnologie cambiano il mondo

di Eduardo Belli

La nascita di Internet risale all’ultimo secolo dello scorso millennio. L’introduzione di tali nuove tecnologie ha sempre affascinato ed è sempre risultata essere fonte di cambiamenti a livello globale di carattere economico, tecnologico, sociale etc… Sebbene non fosse pratica diffusa, il web è stato per molto tempo utilizzato al solo scopo di scambiare informazioni (mentre oggi possiede numerose funzioni).  Con l’arrivo del nuovo millennio lo sviluppo tecnologico, in particolare in materia informatica ha condotto, e  sta conducendo, ad un cambiamento epocale della visione del mondo in tutti i suoi profili esistenti portando l'umanità in un vero e proprio nuovo mondo. La nascita dei social media, delle piattaforme di scambio e di tutte le altre fonti (ormai) esistenti ha prodotto un fortissimo impatto su tutta l’economia. In particolare l’accesso a fonti di crowdsourcing, crowdfunding e più in generale alla sharing economy hanno modificato i modelli di  business e più in generale l’economia a livello mondiale. L’ampia, variegata e sempre più repentina condivisione di informazioni produce forti impatti sulle asimmetrie informative conducendo ad una riduzione in tutti i settori e a tutti i livelli il moral hazard e l’adverse selection incrementando la concorrenzialità delle imprese presenti sui mercati, comportando la riduzione dei prezzi di beni e servizi offerti. lavoro-freelance-6-consigli

L’utilizzo di tali tecnologie, e dei comportamenti derivanti dal loro utilizzo, sta producendo un ampliamento esponenziale e sempre più rapido dei mercati verso il livello successivo (da locale a regionale, da regionale a nazionale, etc…). Ciò conduce ad una internazionalizzazione delle imprese sempre più frequente, repentina ma soprattutto possibile, incidendo in maniera consistente sulla concorrenza. La possibilità per gli imprenditori di poter accedere, a costi sempre minori (talvolta nulli), alle conoscenze necessarie per la nascita, sviluppo e  proseguimento del proprio business permette  da un lato l’allargamento del mercato del lavoro e ad una trasformazione delle mansioni necessarie alla sopravvivenza di un’impresa e dall’altro  allo sviluppo di una prospettiva sempre più indipendente del lavoro andando ad erodere la filosofia ottocentesca del rapporto tra l’imprenditore e i dipendenti (aspetto che non ha solo implicazioni positive poiché può portare alla riduzione, in certi casi, dell’organizzazione aziendale). Questa prospettiva , ormai parte del sistema economico che conosciamo, è molto distante dal profilo e dal framework tipico del fattore lavoro come è stato anticamente immaginato. Ne deriva che lo sviluppo di tale riflessione a livello sistemico può condurre a grossi cambiamenti a livello legislativo e spostamenti macroeconomici nel mercato del lavoro. Nel primo caso il mutamento dei rapporti lavorativi produrrà la necessità di notevoli innovazioni in campo contrattuale non solo a livello nazionale ma, data la portata del fenomeno, anche a livello internazionale.arton34752

 Altro punto di vista particolarmente interessante è quello macroeconomico. La progressiva compressione dei prezzi dovuta alla riduzione delle asimmetrie informative e alla sempre crescente forza contrattuale della domanda provoca l’abbassamento dell’inflazione e delle sue previsione future. Di qui il necessario adeguamento degli obiettivi di inflazione, per i risultati macroeconomici perseguiti dalle istituzioni, e di conseguenza di tutti gli indici di riferimento della situazione economica italiana, europea e mondiale. Tutti questi sviluppi potrebbero condurre ad una reale rivoluzione del sistema capitalistico, dell’intero panorama economico mondiale e della cultura sociale che conosciamo.

Beyond Capitalism: is a third way possible?

This article (Italian version) was originally published here: http://www.smartweek.it/la-pluralita-del-capitalismo-e-la-ricerca-di-una-terza-via/ Capitalism is not unique and absolute. This article aims to investigate its two different main versions and to take a look at a possible third way, notably with reference to risk-taking in boosting innovation-led growth. The literature traditionally focuses on two models of capitalism: on the one hand, the Anglo-Saxon model; on the other hand, the Rhenish Capitalism (also called social capitalism or social market economy). This dichotomy came out of a study by Michel Albert, Capitalism against Capitalism (1993), concerning the institutional and economic characteristics of capitalism in the United States and in anglo-saxon countries in general. This model nearly evokes an image of "a Bank that bows to the Stock Exchange" and “a manager who bows to the shareholder". In these countries, an in-depth division between owners (shareholders) and managers characterizes the structure of the enterprise. This can trigger that phenomenon known as the “agency problem. On the one hand, the role of shareholders is anonymous and they are only interested in cash flow that the company is able to generate (only interested in the renowned Net Present Value). On the other hand, managers deal with the actual management of enterprises; however, their goals can truly differ from the principal’s interests: professional success, prestige, maximizing their salaries, etc…. In a nutshell, the Rhenish Model is instead based on that media res between public and private that is the social market economy, as it is practiced in Germany and other northern European countries, with other peculiar variants, in Japan. As its core, banks, insurance firms, investment and pension funds, known as “institutional investors”, play a relevant role. Furthermore, there is a constant relationship between the company and public institutions, which helps to stabilize the complex balance among the different forces that are part of the company. The precious network of relations between the different social actors (stakeholder approach), affirms and simultaneously reinforces the idea that the company is not an ordinary good, and cannot therefore be negotiated like any other commodity. In this form of managerial-organizational capitalism there is a crucial leader: the "visible hand" that Chandler opposed to the market (1977). A recent book by Mazzei and Volpi (2010) compares the Asian economic model with the West. The authors focus on two key points. On the one hand, an epistemological point that implies the overcoming of a zero-sum game "State or/against Market" in favor of a win - win approach (positive-sum) which should lead to a radical change in our development model, from an essentially quantitative dimension to a more qualitative dimension. The authors refer to the two principles of oriental culture: ying and yang. These forces are not mutually exclusive. They are complementary. "So, there is the night, as there is a day, ... and - to paraphrase Adam Smith - the market exists because there is the state." On the other, the book aims to highlight (once again) that this crisis is not economic, but a systemic crisis. Maybe we are in a phase of epochal transformation of the international system: the end of the West's dominance, that urges us to go beyond, to rethink. Also Pope Francis has warmly criticized the “Market Priesthood” in his encyclical letter, Laudato Si. Global financial reforms are needed “to develop a new economy, more attentive to ethical principles, and new ways of regulating speculative practices and virtual wealth” (Laudato Si, page 49). As J. Stiglitz, Nobel laureate in Economics in 200, affirms, "we live in a process of globalization, but we have no global institutions able to deal with its consequences. We have a system of global governance, but we do not have a global government". The process of economic integration around the world brings about continuous questions and the ability of states to respond is faltering.. Scholars and economists are looking for a "third way" that emerges in medias res between statism and market automatism (“American style”). For years Stiglitz has been working through an approach – within the information economy and its relative information imperfections - which urges its intermediate solutions and tries to rewrite the rules of the market and finance (speculative). Finance ended in the dock over the past decade of financial crises. Crisis has provided us with some common lessons and traits: 1) capital markets are subject to repeated failures (solely in exceptional circumstances market is efficient), 2) also government intervention should be subject to failures. Our economic system needs both the market and the state, going beyond the old conflict laissez faire – socialism. As a result, the solution (but simultaneously a huge challenge) is to find the right combination (Stiglitz 2001). To this purpose, it is necessary to debunk old myths, to rethink economics, to go beyond the mainstream. In accordance with this instance of a rethinking process, there is a focus on the Entrepreneurial State by Mariana Mazzucato. She invokes a capitalism in which companies, State and employees work together to create wealth and wellbeing. They are all potential creators of wealth. The emblems of wealth in the modern knowledge economy, from the iPhone to the Tesla S, have all relied on a strategic public sector (risk-taker) that shoulders the burden of risks and uncertainties, working side by side with a private sector and willing to reinvest its profits in the "downstream" areas, such as research and development (R&D) or human capital training. If we surf the web, among data and researches, we will find that those regions and countries that have succeeded in achieving smart innovation-led growth have benefited from long-term visionary mission-oriented policies – from putting a man on the moon to tackling societal challenges such as climate change. In addressing these missions, public sector agencies have led the way, investing not only in the classic ‘public good’ areas, like basic research, but also along the entire innovation chain (basic research, applied research, early-stage funding of companies) and courageously defining new high-risk directions (e.g. the Internet, the “green revolution”, biotech, cleantech, fintech). Tomorrow’s growth – or long-term economic growth – is determined by today’s investments in R&D, infrastructure projects, human capital, technical change and innovation. Accordingly, innovation requires decisions on directionality and capabilities to understand and engage dynamically with future technological and market opportunities. Those decisions cannot be taken by only ingenious entrepreneurs, nor are they an exclusive public task. Mazzucato (2013) wants to stress the importance of a "Slow Finance" (she speaks also about a Finance mission-oriented) to boost the technological innovation, the pharmaceutical industry, the academic research. We ought to abandon a lot of myths, beliefs and conventions on the State and to rethink its role in creating new and dynamic engine of the economy. It is recommended a hug between a risk taker State and the private sector, in order to assume the risks together and enjoy together the benefits. References - Albert M. (2001) Capitalism against Capitalism. Ten years later, Il Mulino, n. 3/01 - Gowdy J. (2015) Why the Pope is Right to Criticize Free-market Ideology; available online at: http://evonomics.com/pope-understands-new-economic-paradigm-economists-dont/ - Mazzucato M. (2013) The Entrepreneurial State: debunking public vs. private sector myths (Anthem 2013) , Italian Edition - Laterza, pp. 46-52 - Mazzucato M., Penna C. (2015) MISSION-ORIENTED FINANCE FOR INNOVATION: New Ideas fot Investment-Led Growth, Policy Network, London; pp. 2-26 - Stiglitz J. (2001), “In an imperfect world”, Donzelli Editore, pp. 4-21 - Volpi, Mazzei (2010) Revenge of the visible hand. The Asian economic model and the West, Bocconi University Editor-Egea, Milan, 2010 Note: if you find some english mistakes, let me know in the comments

Quella strana correlazione Guerra – Ripresa Economica

di Tommaso Santonastaso   Nella storia degli USA, da più di un secolo, c'è una costante: la stretta correlazione tra interventi militari e ripresa economica. Addirittura, il “National Bureau of Economic Research” parla chiaramente di “wartime expansion”. “E se per uscire dalla crisi servisse una guerra? Il premio nobel per l'economia Douglass North in una intervista pubblicata da Il sole24ore dichiarò che: “Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ma siamo venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale [...]” . Durante il New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 miliardi del 1939. Ciò però non aveva potuto impedire che nello stesso periodo il PIL calasse da 104,4 a 91,2 miliardi di dollari, e che la disoccupazione invece salisse dal 3.2% al 17.2% della forza lavoro complessiva. Dal 1939 il sistema economico è dapprima tonificato dalla vendita di armi agli inglesi e ai francesi e poi definitivamente rimesso in carreggiata con l'ingresso diretto degli USA in guerra: il PIL riprende a crescere, la disoccupazione viene praticamente azzerata. Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la presidenza, gli USA sono da tempo in piena crisi economica. La risposta è quella del Welfare e dell'aumento della spesa pubblica (ancora una volta questo incremento è ascrivibile per l'82% alle spese militari). La guerra del Vietnam e le relative spese militari tornano a superare il 10% del PIL, ridanno slancio all'economia americana la quale conoscerà una delle più lunghe fasi espansive della sua storia. Già sotto la presidenza Carter le spese militari cominciarono ad accelerare il passo. L'occasione è offerta dall'invasione sovietica dell'Afghanistan (1979) e l'accelerazione divenne frenetica sotto la presidenza Reagan con il lancio dello “scudo stellare”. Le spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7% all'anno mentre la quota delle spese militari all'interno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%. La guerra del Golfo fu una delle vittorie statunitensi più significative sia in termini strategici che economici. Il politologo Samuel Huntington ha così sintetizzato la posta in gioco e i risultati della guerra: “La guerra del Golfo è stata la prima guerra tra civiltà dell'epoca post-guerra fredda. La posta in gioco era stabilire se il grosso delle maggiori riserve petrolifere del mondo sarebbe stato controllato dai governi saudita e degli emirati, la cui sicurezza era affidata alla potenza militare occidentale oppure da regimi indipendenti antioccidentali in grado e forse decisi a utilizzare l'arma del petrolio contro l'Occidente. Al termine del conflitto il Golfo Persico era diventato un lago americano.” Anche dopo la vittoria nella Guerra del Golfo l'aumento delle spese militari degli USA non si placò; un report del “Foreign Policy” in Focus (2001) avvertiva che le spese militari erano risalite dagli “appena” 291 miliardi di dollari del 1998 ai 310 miliardi di dollari previsti per il bilancio 2001. Tale ammontare equivaleva al 90% circa della spesa media sostenuta negli anni della guerra fredda ed era pari al 16% del totale delle spese previste dal bilancio americano. La cifra spesa dagli USA per gli armamenti era maggiore di quanto spendevano per tale voce tutti gli alleati e tutti i possibili nemici degli USA messi assieme , come se gli USA si aspettassero la comparsa di un nuovo “Nemico” così da poter sfruttare il finanziamento alle spese pubbliche per superare un periodo di recessione. Importante fu un report pubblicato sul sito della Morgan Stanley l'11 settembre 2001 alle 7:30 del mattino un'ora prima dell'attentato alle Twin Towers: “Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l'economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra.” Keynes sosteneva che lo stato intervenendo sull'economia tramite la spesa pubblica può favorire l'uscita dalle crisi o evitarle. Le spese militari sono a tutti gli effetti una forma di spesa pubblica per il rilancio dell'economia; rappresentano una forma di “deficit spending ossia una delle forme attraverso cui lo stato finanzia l'economia e rappresentano la forma più conveniente. Le spese per gli armamenti intervengono sull'economia in maniera oligopolistica visto che il settore è protetto dalla concorrenza straniera, in tal modo i sussidi alla difesa non devono fare i conti con altri soggetti e i loro effetti si traducono inevitabilmente in commesse per le imprese americane (Es. Fornitura militare degli aerei denominati “Joint Fight Striker”). Da una guerra vengono anche influenzate le grandi aziende alimentari, le imprese coinvolte nel settore aerospaziale e l'industria elettronica (i titoli di molte società informatiche dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 sono cresciuti in poche settimane del 30-40%).Un dollaro di spesa del pentagono non solo fa crescere la domanda nel momento in cui viene impiegato ma ha un forte effetto moltiplicatore. L'effetto dura nel tempo ed è possibile quindi che lo choc della guerra sia una buona notizia per l'economia. “Perchè le spese militari e la guerra fanno bene all'economia capitalistica? Qual è il vantaggio di indirizzare la spesa pubblica verso il Warfare?” Il settore militare negli USA gode, sin dal primo accordo GATT (1947) della “National Security Exception”, le pratiche protezionistiche e di sussidi dell'export sono lecite solo per l'industria delle armi. Le armi si possono utilizzare anche per conto di terzi infatti durante la Guerra del Golfo gli alleati degli americani hanno dovuto pagare sotto forma di “contributo alle spese” qualcosa come 198 miliardi di dollari cioè il 90% delle spese totali degli USA per la guerra, non a casa alla fine del conflitto la bilancia dei pagamenti statunitensi risultava in attivo. Le spese per il “warfare” possono essere facilmente giustificate anche da chi ha un approccio “liberista” in economia: anche chi rifiuta l'intervento dello Stato nell'economia potrà infatti convincere i suoi elettori che le spese militari vanno aumentate sfruttando motivazioni che fanno leva sulla sfera morale degli elettori come la difesa della propria nazione. Le spese per gli armamenti sostengono in misura decisiva l'industria degli Stati Uniti. Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi hanno creato un "complesso militare-industriale" che non ha confronti al mondo. Le spese per il "Warfare" impediscono quindi agli Stati Uniti di dover affrontare i costi (economici e sociali) di una gigantesca ristrutturazione industriale. Da sempre le industrie belliche sono nazionali: perciò le spese per gli armamenti si traducono invariabilmente in commesse per le imprese americane. L'esempio più recente riguarda la gigantesca commessa per la fornitura di 3.002 nuovi caccia militari "Joint Fight Striker". Si tratta della maggiore commessa militare mai effettuata dagli Stati Uniti: il suo valore è infatti di 200 miliardi di dollari, ossia 1/4 del PIL italiano. L'appalto è stato vinto dalla Lockheed, azienda che era in preda ad una grave crisi, e che ora invece assunse dagli otto ai diecimila lavoratori. Le armi hanno un valore di scambio: si possono vendere come ogni altra merce. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici gli USA nel 1998 hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel mondo. Ci sono altri argomenti a favore di questa tesi, innanzitutto c'è il ruolo delle aspettative. Se si diffonde la convinzione che l'assetto geo-politico corrente non sia più sostenibile, le aspettative di guerra possono contribuire positivamente al ciclo economico, perché ciò riduce l'incertezza avviando il mondo verso una situazione di maggior stabilità.   NOTE E RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: National Bureau of Economic Research, “US Business Cycle Expansions and Contractions.” “Una nuova economia di guerra”, Il sole24ore, 10 ottobre 2001. F. Battistelli, Armi: nuovo modello di sviluppo?, Torino, Einaudi, 1980, pp. 68-77, e da V.A. Ramey, M.D. Shapiro, "Costly Capital Reallocation and the Effects of Government Spending", NBER Working Paper, 1999. “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.” di Samuel Huntington, Milano, Garzanti, 1997. R. Kaufman, “The military Budget Under Bush: Early Warning Signs” in Foreign Policy in Focus, gennaio 2001. Report on Morgan Stanley site, 11 settembre 2001. J. Lottman, "Warfare vs. Welfare: Subsidies to Weapons Exporters", in Foreign Policy in Focus, vol. 2, n. 30, marzo 1997, p. 1.  

Il X festival dell’economia: ripensare, andare oltre

di Federico Giovanni Rega   Siamo stati alla decima edizione del Festival dell'Economia, a Trento,  un festival che non esiste altrove, in nessuna altra parte del mondo, parafrasando alcuni relatori, come Akerlof e Federico Rampini. Economisti, politici, giornalisti, studenti, studentesse, giovani e meno giovani, in un contesto culturale pazzesco, dove si è respirato un vivo dibattito, non solo economico, ma, oserei dire, sull'uomo, sulla società che viviamo e che forse potremmo/dovremmo migliorare. Trento si è tinta per alcuni giorni di arancione, di colori e sinfonie; fra le strade della città svolazzava lo scoiattolo, simbolo del Festival, e il tema centrale è stato quella della mobilità sociale. Sul banco degli imputati, le disuguaglianze (statiche e dinamiche) e la finanza tossica. A partire dal Direttore del Festival, il prof. Tito Boeri, abbiamo avuto il piacere e l'onore di ascoltare alcune fra le più illustri figure del panorama accademico globale contemporaneo, nonchè attori teatrali e leader politici. Solo per citarne alcuni:  due premi Nobel per l’economia, gli americani Joseph Stiglitz e Paul Krugman, personaggi nel campo dell’economia e della sociologia come la figura molto discussa e controversa di Thomas Piketty – autore del best-seller “Il capitale nel XXI secolo” – Christoph Scherrer, Lucrezia Reichlin, Lorenzo Bini Smaghi e molti altri autori impegnati nello studio della disuguaglianza e della mobilità sociale. Non è mancato poi il contributo di importanti figure istituzionali – in primis quella del presidente del consiglio Matteo Renzi, in un faccia a faccia con il premier francese Manuel Valls – del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Proprio di quest'ultimo, sin dall'inaugurazione, è stato citato il suo ultimo libro "Investire in conoscenza", esigenza così sentita nel nostro Paese, che ha tanto bisogno di investimenti pazienti, a lungo termine. La domanda che si è posta Lucrezia Reichlin, docente London Business School, è "What we want in the long-run?". "Non prendiamo a modello la crescita americana" è stato un po' il monito generale, soprattutto da parte di Stiglitz, così critico verso quel modello denso di disuguaglianze spaventose. Nel dibattito generale, si è partiti da quel settembre 2008, da quel big bang finanziario: mutui subprime, derivati, CDS, shadow banking... il capitale finanziario come imputato, un capitale da casinò. La finanziarizzazione è più viva che mai! Quali i possibili rimedi? Si sono contrapposte due correnti: da un lato, Piketty, dall'altro, Scherrer. Il primo propone una tassa unica globale sulla ricchezza, il secondo si oppone, constatando l'esistenza di differenti contesti, forme di capitalismo, istituzioni. A Federico Rampini è toccato l'arduo ma affascinante compito di ricostruire 10 anni della storia dell'economia. Il suo è stato un intervento pazzesco, dove in un'oretta e poco più ha spaziato qui e lì, riassumendo non la storia dell'economia, ma la storia dell'uomo, dell'Occidente, della Cina, del pensiero. La bolla della new economy, la Cina, l'euro, il protocollo di Kyoto, la FED, il crollo del mercato immobiliare, Lehman Brothers, il Q.E. Passando poi per la morte di Jobs e quella Silicon valley, laboratorio di modernità senza eguali al mondo, dove vi è quasi un'esaltazione della trasgressione creativa, un collettore di opportunità dove inventare senza brevettare (open source). Ma poi vi sono luci e ombre - continua Rampini -  dei cd "padroni della rete", dell'età dell'accesso con la sharing economy, un'economia che diviene però "pseudo gratuita". Ed ecco il nostro caos, il caos dell'Occidente, nuovamente decadente. Con la paura del deficit e del caos della Germania, in un "ordoliberalismus", che ha radici  in quella democrazia di Weimar destabilizzata dall'iperinflazione. E poi due punti chiave: i due motori del rilancio dell'economia sono sempre stati l'innovazione e la demografia, ma la popolazione che non crescerà più e forse è rimasta solo la prima. La crisi non è stata una lezione, nè vi è una lettura unica. Non abbiamo capito. Un tempo si discuteva di "Fine della storia" - dal volume di Fukuyama -  di come oltre questo modello, quello occidentale liberaldemocratico, non si andasse. La globalizzazione viene ad essere l’esito unico e migliore della storia stessa. Ma è veramente così? Si sta aprendo una nuova fase, forse - conclude Rampini - si conclude l'era della scoperta, del dominio dell'uomo bianco e "il pendolo della storia sta tornando a 5 secoli fa, verso l'India e la Cina". Rampini, ma un po' tutto il Festival e numerosi studiosi e pensatori ci invitano ad andare oltre, a ripensare il modello occidentale di economia, di finanza, di vita, di uomo.

La mano invisibile, un inventore e… lo Stato

Riflessioni di Felice Marchese   La "mano invisibile" è un'espressione sintetica che sta a indicare la legge della domanda e dell'offerta. Essa spiega come l'azione contrastante di due fattori vada a beneficio della società nel suo complesso. Il concetto è semplice e suona così: non c'è niente di male nel fatto che ognuno agisca per il proprio tornaconto. Nel libero mercato la forza combinata di coloro che lottano per il proprio interesse personale va a vantaggio della società nel suo complesso, e finisce per arricchire tutti. Smith ha usato questa espressione nel libro "La ricchezza delle nazioni"(1776). Adam_Smith_Picture.   Un importante passaggio di Smith:
L'individuo non intende in genere perseguire l'interesse pubblico, né è consapevole della misura in cui lo sta perseguendo.. quando dirige la sua attività in modo tale che il suo profitto sia il massimo possibile, egli mira solo al suo proprio guadagno ed è guidato da una mano invisibile... Io non ho mai saputo che sia stato fatto molto bene da coloro che affermano di commerciare per il bene pubblico.
  Questa idea aiuta a capire perché l'esistenza di liberi mercati sia stata così importante per lo sviluppo delle moderne società complesse. Prendiamo un inventore, Thomas, che ha avuto l'idea di un nuovo tipo di lampadina-più efficiente, duratura e luminosa delle altre. Lo ha fatto nel proprio interesse, nella speranza di diventare ricco, e forse famoso. Indirettamente questa sua iniziativa gioverà alla società nel suo complesso, creando posti di lavoro per coloro che produrranno le lampadine e migliorando la vita di coloro che l'acquisteranno. Se non ci fosse stata la domanda di lampadine, nessuno avrebbe pagato Thomas per esse, e la mano invisibile l'avrebbe invece stroncato per aver commesso un simile errore. Purtroppo il problema dell'ente pubblico è in vigore da sempre. Nasce quando sono stati affidati posti e regalati incarichi a persone non competenti in materia. Il vero problema delle pubbliche amministrazioni ha contribuito alla rovina dei mercati nazionali e internazionali per il loro troppo egoismo di non produrre per assenza di stimoli. Molte SPA guidate dallo Stato per anni hanno subito grandi perdite dove i costi sostenuti superavano i ricavi conseguiti, proprio perché lo stipendio da super manager era sempre assicurato. Così di conseguenza è nato il Signor Debito Pubblico che grazie a questi signori è considerata una persona onnipotente capace di distruggere economie intere senza aprire bocca!  

Quale rimedio alla crisi? Riflessioni

 Il sistema economico, secondo la visione dell'economia di mercato nella moderna società occidentale, è la rete di interdipendenza ed interconnessioni tra operatori o soggetti economici che svolgono le attività di produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento per soddisfare i bisogni individuali a realizzare il massimo profitto, ottimizzando l'uso delle risorse, evitando gli sprechi e aumentando le produttività individuali nonché attraverso la diminuzione del costo del lavoro. Esistono noti economisti che alle spalle hanno lasciato una vasta storia economica con diverse soluzioni alla crisi e diverse manovre, per la crescita dei paesi, grazie al sistema capitalistico e grazie alla globalizzazione.

Purtroppo oggi giorno il problema fondamentale che affligge il nostro paese è la corruzione. I nostri cari politici sanno bene come avviare una manovra di ripresa economica, ma sono troppo impegnati nei comproessi e nelle faccende personali. Attualmente credo fermamente che una ripresa economica si avrà quando il nostro governo adotterà nuovi provvedimenti sulle leggi della tassazione al fine di incentivare gli investitori a portare i loro capitali in italia avendo di conseguenza degli sviluppi economici.

Un noto presidente degli Stati Uniti D'America sosteneva che " più un governo raccoglie tasse, meno incentivi hanno i cittadini a lavorare. Quale minatore o operaio alla catena di montaggio accetterebbe di buon grado di fare straordinari quando sa che lo zio Sam gli toglierà il 60% o di più della sua paga?" Ronald Wilson Reagan

                                                                                                                 Felice Marchese

 

Al di là del PIL (pt. 2) La “via della crescita” e perché il PIL deve aumentare

"La crescita si misura con un segno stenografico della statistica che si chiama PIL, prodotto interno lordo" - scrive Fabrizio Galimberti, illustre firma del Sole 24 Ore . Abbiamo già parlato del PIL e, in un articolo precedente, del perché questa grandezza non dia appieno una misura del benessere rettamente inteso. Già da tempo sono stati introdotti indicatori alternativi, dall'Indice di Sviluppo umano (Human Development Index) alla famosa Felicità interna lorda, in uso nel Bhutan. Eppure, leggendo le parole di Galimberti, mi sembra di leggere una risposta, un'analisi in grado di chiarire i dubbi, far riflettere, al di là dei punti deboli del PIL: "In molti istituti statistici, a partire dall'Istat, ferve un lavoro di costruzione di indicatori più complessi per valutare il "benessere delle nazioni". Ma non bisogna disprezzare troppo il PIL, anche se esso si limita al benessere materiale. Sono stato recentemente in India e ho visto scene di abietta povertà che fanno riflettere: chi vive in catapecchie fangose vuole prima di tutto avere una casa decente, qualcosa da mangiare, un' istruzione per la speranza di una vita migliore...Sarebbe ozioso chiedere a questa gente qual è lo scopo della crescita. Primum vivere, deinde philosophari..." In questo brocardo latino sembra riaffiorare quell'esigenza primaria che l'Occidente forse dimentica, esigenza, materiale, ma di vita. Prima vivere, poi filosofare? Non si può mangiare più di tanto, ma non si può non mangiare. [caption id="" align="alignnone" width="592"] Fonte Infografica: http://www.soldionline.it/infografiche/infografica-il-pil-italiano-dal-2008-a-oggi[/caption] Il PIL deve aumentare e occorre trovare la via della crescita, secondo Galimberti, per (almeno) due ragioni: avere più risorse a disposizione (l'esperienza e la storia suggeriscono che i bisogni umani sono praticamente infiniti) e ,scopo ultimo di un sistema economico, dare lavoro e poter creare occupazione. Ma allora, perchè alcuni Paesi sono poveri e altri ricchi? E quando un Paese è ricco e cresce prosperamente? Daron Acemoglu, economista turco, stimato professore del MIT (Massachussetts Institute of Technology), tra i 10 migliori economisti del mondo, ci offre una risposta in Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà (Acemoglu D., Robinson J., 2013) :
La crescita prospera nei Paesi in cui gli incentivi sono giusti.
Ossia, laddove viene incoraggiata una politica inclusiva, che offra ai cittadini concreti vantaggi a fronte di un maggior impegno, nel lavoro, nella produzione. Al contrario, una politica estrattiva, che estragga dai cittadini denaro e risorse, spegnendo l'energia e la voglia di fare, porterà alla povertà.  

Non scienza esatta, ma scienza dell’uomo

L'economia? Scienza triste, numeri, cifre, dati. Gelido ed inanime calcolo. Un pallottoliere al posto del cuore. E alla base l'ipotesti dell'uomo, animale razionale, un homo oeconomicus. L'economia è una scienza dell'uomo, è così? E la storia dell'uomo ci offre innumerevoli esempi dell'irrazionalità umana, delle nostre debolezze e imperfezioni. Perdonerete, spero, il mio abuso di filosofia. Mi vien da ricordare Nietzsche. Tutta la filosofia nietzscheana è segnata dal filo rosso della consapevolezza di un fondamento dell'umano che va in frantumi, mettendo in mora un'idea di umanità che risponderebbe ai canoni di un modello antropologico umanistico-classicista. In tutta la produzione dell'autore, dagli scritti sulla “Nascita della tragedia” (dall'introduzione della diade apollineo-dionisiaco) ai frammenti postumi della “Volontà di Potenza”, emergono gli elementi di un frantumarsi dell'idea di una unità essenziale dell'umano ed al posto dell'unità sono rintracciate come costituenti una serie di forze contrapposte, che necessitano di un disciplinamento. L'uomo è ormai superato e deve lasciar spazio ad una nuova forma di umanità (il famoso Übermensch), suggeriva Nietzsche. Questa concezione dell'uomo come “animale non definito [o stabilizzato: festgestellt]” come animale incompleto, “bestia più imperfetta”, “imperfetto mai perfettibile”(Umano troppo umano), influenzerà poi le riflessioni novecentesche sulla crisi dell'umano. E' così: siamo un miscuglio, un impasto di calcoli e impulsi, affetti e contrasti, caos e ordine... Ecco che se l'economia è scienza sociale, scienza dell'uomo, non può non subirne, almeno in parte, i suoi stessi caratteri. Pensiamo alla finanza, alle bolle speculative, quella dei Tulipani, allo scandalo Madoff, ai famosi animal spirits raccontati da Keynes, la crisi del '29 e le recenti allucinanti pazzie che hanno portato alla Grande recessione. Parigi 1941: la città è occupata dai nazisti. Un bambino ebreo incontra un soldato tedesco, con la divisa delle SS. E' impaurito, resta rigido, ma il soldato invece lo abbraccia, gli parla e gli dà del denaro. Daniel Kahneman, psicologo Nobel dell'economia nel 2002, racconta di come quell'esperienza vissuta da piccolo lo abbia convinto che il comportamento umano è complesso e imprevedibile. Egli è convinto che il nostro ragionamento obbedisca a due contrapposti stimoli, che convivono nella nostra mente: il metodo Blink  (un batter d'occhi) e il metodo Moneyball (uno sguardo attento ai dati). Ogni giorno milioni di persone comprano biglietti della lotteria e/o giocano al casinò; è evidente che lo Stato guadagna sempre e comunque. Ma il sogno della vincita influenza il comportamento, illude di poter vincere molto, rischiando poco. E invece nei mercati finanziari s'impiegano molti denari e allora si ricerca dei punti fermi a cui ancorarci. Pensiamo di esser razionali, seguendo l'andamento della Borsa e ricavarne costantemente dei dati confortanti. Eppure poi si crede nella facile ricchezza, si salta su "un bastimento carico di azioni in ascesa" per poi scendere precipitosamente quando le cose iniziano a rivelarsi per quelle che sono realmente. Tratti tipici iscritti nel DNA dell'investitore. Visualizzazione di FB_20140701_21_53_45_Saved_Picture.jpg Prevale la "nostra parte Blink": le scorciatoie mentali spingono l'homo oeconomicus ad allontanarsi dalla fredda razionalità, dai laboriosi e perenni ragionamenti. Come suggeriva già Marco Terenzio Varrone "Homo bulla est" ... L'uomo è bolla! L'economia non si regola da sé, non esiste sistema economico perfetto, esclusivamente razionale, poiché non esiste uomo perfetto. Non esiste una mano invisibile che pensa a tutto. Ne era convinto anche Adam Smith. Siete sobbalzati dalla sedia? Conosciamo tutti A. Smith come il padre dell'economia, pochi conosciamo A. Smith come filosofo, appassionato di letteratura, curioso lettore di Dante, Petrarca, tanto da scrivere un saggio sull'affinità tra poesia italiana e poesia inglese.

 Insomma, un pensatore a 360°, che ha fondato anche la teoria economica sul principio di simpatia, sentimento per cui ci identifichiamo nell'altro e ne chiediamo approvazione. Sentimento sì, Smith sapeva bene che erano i sentimenti a regolare i nostri giorni. Sentimenti come la curiosità che ti spinge a conoscere sempre, ancora di più, in tutti i campi. La stessa curiosità che spinge Adam Smith (l'altra metà di un uomo, tutto da scoprire, leggere, capire)  a spaziare dal libero scambio agli interrogativi più intimi, dalla concorrenza nel mercato alla poesia, all'astronomia.

La stessa curiosità che mi spinge, ora e che, spero, non morirà mai in me.

Federico G. Rega

Riferimenti bibliografici: Claudia Galimberti, "Nobel dell'economia? Affare per psicologi!" Claudia Galimberti " Il pioniere dell'economia era un filosofo" Fabrizio Galimberti "Economia e pazzia"

Nota: i riferimenti alle opere dei filosofi (vedi Nietzsche) sono citati nel testo, in parentesi.