La banca del futuro, il futuro della banca

di Clara Elia e Federico Giovanni Rega
"Non sono i più forti della specie che sopravvivono, ma quelli più reattivi al cambiamento" (C. Darwin)
Se c’è un effetto positivo delle crisi è da rinvenire in quella famosa distruzione creativa, detta anche disruption. Le banche, come le imprese, si trovano ad affrontare una difficile congiuntura economica scaturita dagli eventi ormai noti degli ultimi 5 anni. C’è poi quell’onda devastante dello sviluppo tecnologico che ha innescato un cambiamento sui mercati finanziari ed ha portato ad una profonda evoluzione delle banche. Molte di loro devono ricostruire una strategia competitiva per crescere, per aumentare la redditività e la capacità di differenziarsi rispetto ai concorrenti tradizionali ed emergenti. Oggi le banche hanno la necessità di aumentare l’efficienza della performance, erogare servizi sempre più personalizzati (e smart) in virtù della massiccia diffusione del mobile banking e ridurre i costi rinnovando i propri modelli di business per rispondere efficacemente ai cambiamenti dello scenario competitivo. Alla luce di quanto detto due sono i sostanziali cambiamenti delle banche del futuro: A)     Riduzione dei margini sui servizi e sui prodotti tradizionali e in primis i margini da intermediazione creditizia e la riduzione dei costi legati al conto corrente. La diminuzione degli utili inevitabilmente comporta una riduzione dei costi per avere un reddito accettabile. A tal proposito, in un recente discorso sulle possibilità di una rivoluzione finanziaria, Andrew Haldane, della Banca d'Inghilterra, osservava che il costo dell'intermediazione finanziaria negli Stati Uniti, incredibilmente, appare invariato da oltre un secolo. costo intermediazione USA B)     La rivoluzione tecnologica, a cui stiamo assistendo, con la rapidissima tecnologia mobile ha originato il sorpasso dei clienti sulle proprie banche dal punto di vista della dotazione tecnologica. Per questo motivo le banche sono e saranno impegnate in un adeguamento della propria infrastruttura per colmare il gap clienti-banche. Come ha fatto notare Martin Wolf in un articolo del FT (poi tradotto su Il Sole 24 Ore), dobbiamo sperare davvero che l’onda innovativa travolga le banche: “Perché al momento le banche non è che funzionino a meraviglia. L'attività bancaria appare inefficiente, costosa, disseminata di conflitti di interessi, incline a comportamento poco etici e –non meno importante – capace di generare crisi colossali”. Qual è il livello di digitalizzazione delle banche italiane? Il settore bancario italiano è ancora caratterizzato da un modello tradizionale, con una estesa rete di filiali (53 filiali bancarie ogni 100mila abitanti, contro le 38 nell’UE-15) ed una alta frammentazione (il 56% degli occupati e il 60% delle filiali appartiene a banche medio-piccole). In parallelo, l’andamento degli investimenti in ICT delle banche è negativo (-22%, da 4,7 a 3,6 miliardi di Euro all’anno tra 2007 e 2014): questi si concentrano più sulla gestione corrente che su processi di innovazione. Si delinea quindi una situazione di generale arretratezza digitale, come dimostra la scarsa diffusione dell’internet banking (utilizzata dal 26% della popolazione italiana contro il 44% medio nell’UE-28). Per accelerare la digitalizzazione del settore bancario occorre intervenire a livello “interno” (di settore) ed esterno (di Sistema Paese): in generale, il ritardo dell’Italia (25ma nell’UE-28 per sviluppo digitale) rappresenta un freno significativo alla crescita di una domanda di servizi digitali avanzati. Oggi, per una banca, la tecnologia dovrebbe essere il core business cosi come dovrebbe esserlo la capacità di definire il merito creditizio o la solidità di sostenere imprenditori e famiglie. Oggi, per una banca, la tecnologia dovrebbe essere al centro cosi come lo dovrebbe essere la capacità di definire il merito creditizio o la solidità di sostenere imprenditori e famiglie: una via di trasformazione è quella che verrà segnata dai big data; potrebbero trasformare la qualità dei prestiti, per esempio, e questo sarebbe positivo, e avrebbero un impatto enorme anche nel campo delle assicurazioni. Con nuovi strumenti di monitoraggio, migliorerebbe tutta l’architettura del sistema finanziario (e le sue istituzioni). (altro…)

Una Crisi di Valutazione

Breve cronistoria della crisi economico-finanziaria del 2008 con particolare riferimento della valutazione dei titoli obbligazionari A cura di Salvatore Bragliola Metaforicamente una crisi possiede le medesime caratteristiche di un violento terremoto: un evento sismico di grande portata infatti viene solitamente anticipato da quelle che in gergo tecnico chiamano “luci sismiche” e che possiamo tranquillamente ricollegare a quella molteplicità di fenomeni che precedono un crollo colossale. Quella che fondamentalmente ha accompagnato (e generato) la grande crisi del 2008 è stata la bolla speculativa scoppiata nel mercato immobiliare americano che ha praticamente rovesciato un vaso ormai colmo (o vuoto, si pensi al valore intrinseco quasi nullo degli ormai noti mutui Subprime) che ha rivelato al mondo intero la meschinità di un gioco, quello finanziario, che purtroppo è totalmente egoista nei confronti di quella che è l’unica certezza di una famiglia: la propria abitazione. Volendo ripercorrere il percorso di nascita del Big Fail, bisognerebbe partire dalle grandi società di ingegneria finanziaria Europee; precisamente in Gran Bretagna, dove venivano impacchettati i primi mutui immobiliari, trasformandoli in obbligazioni. Questo processo di cartolarizzazione (trasformare in carta un mutuo) nato a Londra è stato adottato in primis negli USA (era il lontano 1975 quando Bank of America effettuava la prima operazione di cartolarizzazione al mondo) e conseguentemente anche in Europa dalle principali banche che di fatto trovavano numerosi vantaggi nel detenere e rivendere questi mutui subordinati. Questo fenomeno ha portato alla creazione di una vera e propria bolla speculativa che è esplosa, negli Stati Uniti, circa un paio d'anni prima del default, causando insolvenze, mancati pagamenti e rimborsi parziali delle rate dei mutui di massa. Ricordiamo che in America i mutui vengono o almeno venivano concessi ai cittadini con richiesta di minime garanzie e per importi del 100-130% dell'immobile oggetto del mutuo stesso. Immaginate ora cosa può essere successo dal lato delle note obbligazioni legate ai subprime: chiunque detenesse nel proprio portafoglio questi titoli ha iniziato a venderli precipitosamente, ma con difficoltà perché ormai erano privi di garanzie (i clienti non pagavano più le rate), i prezzi erano scesi profondamente, e le quotazioni vennero sospese; ed a seguito di questo crollo che diverse Banche americane dichiararono bancarotta (Lehman Brothers, Merril Lynch, AIG, Fannie Mae, Freddie Mac, Mutual Washington per citarne alcune), costringendo il Governo e la Fed (Banca Centrale Americana) ad interventi di sostegno e salvataggio mediante enormi iniezioni di liquidità all’interno del sistema economico-finanziario. Molti economisti si sono interrogati sulla gravità di quei fallimenti, in particolare del crollo di Lehamn Bros., e sulle possibili cause: Luigi Zingales, editorialista del Sole 24 Ore e professor of Entrepreneurship and Finance presso la University of Chicago Booth School of Business, considera il crollo di Lehman Brothers come “il risultato della sua aggressiva leva finanziaria e della forte dipendenza dal finanziamento mediante il debito a breve termine” in un contesto di crisi generale. Le agenzie di Rating Un’altra (delle tante) causa collegata alla genesi del default è data sicuramente dal sistema di attribuzione di valutazioni. Parliamo delle agenzie di Rating, ovvero quelle società che stimano il grado di rischio di inadempienza relativo ad un determinato debitore (sia esso un soggetto privato o un soggetto pubblico, come può essere anche uno Stato) classificandolo secondo una scala di valutazione che viene espressa con le lettere che vanno dalla A (che segna un’elevata capacità di ripagare il debito) fino a D (società insolvente). Le responsabilità che ricadono su queste società sono enormi e gravi le accuse formulate soprattutto nei confronti delle tre agenzie Standard&Poor’s, Moody’s e Fitch che si spartiscono oltre il 90% del mercato delle valutazioni. Può quindi assegnare una pagella, chi ha la propria di pagella insufficiente? Alcuni errori storici delle agenzie di rating:
Azienda/Investimento Data Valutazione assegnata
Lehman Brothers Settembre 2008 A2, A, A+
Parmalat Dicembre 2008 BBB-
Bond Argentina Dicembre 2000 B1, BB
FONTE: Elaborazione dell’autore su dati Barolini Andrea, 2009, Standard & Co., le grandi declassate   Il conflitto di interessi è una delle accuse più gravi (mancata trasparenza e assenza di regolamentazione le altre due) che ad esse è stata attribuita e nasce dal fatto che le agenzie sono pagate dagli stessi emittenti dei titoli a cui dovrà essere assegnata la valutazione del rischio. In alcuni casi, inoltre, da arbitri “terzi” le agenzie si sono spinte anche a fornire consulenza per l’elaborazione di prodotti finanziari sempre più complessi, al punto da poter esser legalmente considerati underwriter, cioè sottoscrittori. In merito alla mancanza di trasparenza (probabilmente la peggiore accusa) e della manica larga nell’elargizione del rating, è doveroso richiamare i risultati di un’inchiesta condotta nell’estate del 2008 dal CFA Institute, un’associazione indipendente che promuove e amministra il programma internazionale di certificazione, che alla domanda su cosa spingesse le agenzie ad agire sul filo della regolarità e anche oltre, il 51 per cento degli intervistati ha risposto che la motivazione risiede nella minaccia che gli emittenti trasferiscano in futuro l’attività di analisi sul rating ad altre agenzie; mentre per un altro 17 per cento, sarebbe la promessa di portare ulteriore lavoro all’agenzie la ragione alla base della manipolazione del giudizio. In tanti ci ripetono che per uscire dalla crisi serve una consistente iniezione di fiducia. E’ quindi indispensabile rivedere alcuni meccanismi chiave dei sistemi finanziari? Sicuramente, e tra i primi a dover cambiare radicalmente sono quelli che attengono proprio alle agenzie di Rating e alla loro anarchica regolamentazione.  

La disuguaglianza e le giraffe di Keynes

di Dario Luciani, Università Bocconi Milano, autore e responsabile di “2+2=?” per Versus

L’articolo è già stato pubblicato su Versus il 1 novembre 2013. In fondo potete trovare il link originale.

 

A cinque anni di distanza dal fallimento di Lehman Brothers che aprì la stagione della grande recessione globale, una parola chiave su tutte fotografa la crisi: disuguaglianza. Disuguaglianza che può essere osservata da diverse prospettive: l’abisso che persiste e si allarga tra i pochi, grandi manovratori di capitale (e quindi di politica) e la folla dei lavoratori dipendenti sempre più sottopagata, il dislivello ancora maggiore tra chi, pur sottopagato, un lavoro ha la fortuna di avercelo e chi invece non riesce a trovarlo o a ritrovarlo, le disparità sociali, oltre che economiche, sempre più evidenti e intollerabili, nonché le disparità dello stesso accesso alla scala sociale, dovuto all’arroccamento delle corporazioni e delle lobby che intendono preservare le loro rendite di posizione.

disuguaglianzaQuesto è ciò che più evidentemente emerge dall’analisi delle disuguaglianze e delle loro intime connessioni con la crisi. Ma il tema offre allo sguardo dell’osservatore più attento altre molteplici sfaccettature, meno evidenti ma ugualmente significative: come ad esempio il ruolo delle donne nel mondo del lavoro, su cui erano stati fatti importanti passi in avanti, ma che l’insorgere della congiuntura negativa ha nuovamente messo in secondo piano, nel quadro della logica che ha dominato le politiche dell’ultimo quinquennio: affrontare il tema dei diritti civili è un lusso che non ci si può permettere in tempi di vacche magre. Tralasciando il fatto che un ragionamento simile è totalmente illegittimo, trattandosi appunto di diritti, i quali non valgono a tempo determinato come ormai la maggioranza dei contratti di lavoro, esso è anche controproducente dal punto di vista economico. Spesso idee di questo tipo sono state accusate di fondarsi sulla politica dell’invidia, in quanto lo stato attuale di libero mercato produrrebbe una fetta di torta più grande per tutti, variando significativamente solo le grandezze relative delle varie fette, mentre una maggiore redistribuzione farebbe diminuire le distanze relative ma produrrebbe il rimpicciolimento di tutte le fette. In realtà la crisi ci ha insegnato proprio questo: le disuguaglianze smisurate producono recessione. Producono un calo della domanda e quindi il crollo dei consumi, riducono la capacità di innovazione e di dinamismo di un paese, deprimono i mercati generando sfiducia la quale contribuisce a deprimere ancora maggiormente i mercati stessi, causano tensioni sociali che hanno un costo misurabile concretamente, ogni giorno, nell’instabilità politica che paralizza l’attività dei governi, riducono le entrate fiscali dello Stato indebolendo ancora di più il già precario debito pubblico, il cui contenimento è in teoria il pilastro del sistema di interventi adottato nell’eurozona. Ed è per questo che la teoria economica recente ha rivalutato e messo in primo piano la ricerca dell’uguaglianza, anche come condizione di economicità. Il che non significa ricercare una uniformazione impropriamente deformante, come ancora paventa qualche irriducibile nemico del comunismo nell’era post-ideologica.

 Nel periodo della Great Depression americana, un uomo di nome Roosevelt ebbe il coraggio di provare ad uscire dalla palude delle recessione con il rafforzamento del welfare state, misura strettamente connessa ad una politica redistributiva ed orientata al contenimento delle disuguaglianze. Fu il celebre New Deal, e gli Usa uscirono dal tunnel. Oggi bisogna tornare ad avere lo stesso coraggio, e seguire le parole di chi in fondo è stato il padre di quella svolta epocale, John Maynard Keynes, il quale scrisse nell’apologo contenuto in “La fine del laissez faire”: “Se abbiamo a cuore il benessere delle giraffe, non dobbiamo trascurare le sofferenze di quelle dal collo più corto, che sono affamate, né le dolci foglie che cadono a terra e vengono calpestate nella lotta, né la supernutrizione delle giraffe dal collo lungo, né il brutto aspetto di ansietà e di voracità combattiva che deturpa i visi del gregge”. Difficile, davvero, dare una rappresentazione più vivida e realistica delle nostre società capitaliste.

Ma se in matematica 2+2 fa sempre 4, i problemi economici possono dare luogo a soluzioni diverse a partire dalle stesse premesse. La vostra qual è?

Dario Luciani

© riproduzione riservata Link dell’articolo originale:  http://versusgiornale.it/7449/la-disuguaglianza-e-le-giraffe-di-keynes/

Bolle vecchie e nuove, bolle ovunque

di Federico Giovanni Rega Nella storia dell’economia, il primo caso registrato è la speculazione sui bulbi di tulipano nell' Olanda  del XVII secolo. Le varietà più rare di tulipano divennero uno status symbol per le classi più agiate e videro crescere le proprie quotazioni a livelli estremamente elevati, fino a 10 volte il reddito annuale di un artigiano specializzato, prima del crollo del prezzo a circa un decimo del valore massimo. E oggi? Brasile, Colombia, USA. Mercato immobiliare, mercati obbligazionari, petrolio, oro, Internet, social, auto. Bolle, bolle vecchie e nuove, bolle ovunque. Ma, come spesso amo introdurre, partiamo dal principio. Cos'è una bolla? Mi piace dare, o meglio, provare a dare definizioni alle cose. Stavolta voglio affidarmi alle (quasi) certezze: il dizionario e due premi Nobel, Robert J. Shiller (nel 2000 scrisse Esuberanza Irrazionale, spiegando, tra l'altro, come si formano le bolle speculative e avanzando ipotesi e previsioni su eventi futuri - la crisi causata dai mutui subprime - dimostratesi esatte, purtroppo) e Eugene Fama. Il dizionario definisce «bolla», in senso figurato, «qualcosa di fragile, inconsistente, vuoto o senza valore; un’esibizione ingannevole. Dal XVII secolo il termine è spesso applicato a schemi commerciali e finanziari illusori». Il problema è che termini come «esibizione» e «schemi» lasciano intendere una creazione deliberata, più che un fenomeno sociale ampio che avviene senza la regia di nessuno. Forse è la parola «bolla» che è usata con troppa leggerezza. È quello che pensa Eugene Fama. Secondo Fama, principale sostenitore della «teoria del mercato efficiente», le bolle non esistono. In un’intervista rilasciata nel 2010 a John Cassidy del New Yorker diceva: «Non so nemmeno cosa vuol dire una bolla. Sono parole diventate di moda, ma che secondo me non hanno senso». Nella seconda edizione del libro Irrational Exuberance, si legge che, secondo Shiller, una bolla è «una situazione in cui la notizia di un incremento di prezzo stimola l’entusiasmo degli investitori, che si diffonde per contagio psicologico di persona in persona, ingigantendo storie capaci di giustificare l’incremento di prezzo». Tutto questo attira «un ventaglio sempre più ampio di investitori che pur nutrendo dubbi sul valore reale dell’investimento ci si lanciano ugualmente, in parte per invidia del successo di altri e in parte per il brivido dell’azzardo». "Il contagio psicologico - continua Shiller - favorisce un atteggiamento mentale che giustifica gli incrementi di prezzo, tanto che partecipare alla bolla può quasi essere definito un atto razionale. Ma non è razionale". L'autore paragona le bolle speculative alle epidemie: "il caso dell’influenza ci insegna che può apparire all’ improvviso una nuova epidemia proprio mentre un’epidemia precedente sta regredendo. Lo stesso succede con le bolle speculative: se emerge una nuova storia sull’economia e se questa nuova storia ha una forza narrativa sufficiente a scatenare un nuovo contagio nella mentalità degli investitori, allora entra in scena una nuova bolla speculativa. È quello che successe con il boom del mercato negli Stati Uniti degli anni Venti, che toccò l’apice nel 1929. Concepire le bolle come un periodo di crescita spettacolare dei prezzi seguito da un repentino punto di svolta e poi da uno schianto definitivo e di vaste proporzioni significa distorcere questi precedenti storici: in realtà, dopo il “martedì nero”, ci fu un grosso boom dei prezzi reali delle azioni negli Stati Uniti che nel 1930 li riportò in parte indietro ai livelli del 1929; seguì un secondo crac, un altro boom dal 1932 al 1937 e poi un terzo crac"
Le bolle speculative non terminano come un racconto, un romanzo o un’opera teatrale. Non c’è uno scioglimento finale che riconduce tutti i fili di una narrazione verso una conclusione a effetto. Nel mondo reale, non sappiamo mai quando una storia è finita.
Andrea Beltratti, Università Bocconi, ci offre un'ottima ma sintetica analisi del volume di Shiller e introduce così, con un quesito chiave: fra i fenomeni che appaiono incomprensibili alla scienza economica, uno ha catturato in particolare l’attenzione degli economisti finanziari: perché il mercato azionario negli Stati Uniti ha offerto un rendimento medio annuo così elevato (pari a circa l’8% in termini reali) per gran parte del ventesimo secolo? "Il volume di Shiller è - sostiene il prof. Beltratti -  una sintesi non-econometrica dei vari risultati econometrici delle analisi di Shiller e vari coautori nel giro degli ultimi venti anni, arricchita da spunti tratti dalla psicologia e dalla sociologia. Tali spunti possono non costituire una teoria per gli economisti, ma suggeriscono certamente che forse sarebbe il caso di estendere il modello utilizzato per la descrizione del comportamento umano per tenere conto di fattori che rappresentano solida evidenza scientifica in altre discipline. Il volume comprende cinque parti principali: i fattori strutturali, i fattori culturali, i fattori psicologici, le possibili interpretazioni dell’euforia, le proposte di interventi. In estrema sintesi, la tesi metodologica di Shiller è che l’andamento delle quotazioni azionarie non possa essere compreso se non in minima parte dai modelli standard degli economisti, e che sia necessario utilizzare concetti provenienti da altre discipline scientifiche. La tesi interpretativa è che il mercato azionario negli Stati Uniti sia all’inizio del 2000 ad un livello “troppo” elevato, non giustificabile dalle variabili fondamentali". bolle specu Tutti, o quasi, avranno letto almeno una volta dello scoppio dei famosi mutui subprime, la bolla immobiliare più grande di tutti i tempi (Shiller). Si potrebbe dire che ora viviamo in un mondo del dopobolla? Ahimè, ahinoi, no. Le bolle americane ( e non solo, vedi Brasile e Colombia) cominciano a essere - sette anni dopo l'esplosione di quella sui mutui immobiliari subprime che ci trascinò nella Grande recessione mondiale - davvero troppe. C'è quella dei prestiti a creditori spesso poco affidabili sulle automobili (905 miliardi di dollari di debito complessivo): a raccontare la «bubble cars» è l’edizione online del quotidiano The New York Times che ha ricostruito numerosi casi di americani squattrinati se non addirittura già falliti a cui società finanziarie di primo piano hanno messo a disposizione decine di migliaia di dollari per comperare macchine di lusso. Negli States non è poi così difficile avere credito. C'è la bolla dei prestiti d' onore agli studenti universitari (1.100 miliardi di dollari con tassi di mancata restituzione che viaggiano all'11%), quella sui titoli biotech e quella sui social network. Quest'ultime sono state messe in evidenza dal presidente della Federal Reserve, Janet Yellen in persona nella testimonianza davanti al Congresso quando ha parlato di valutazioni «piuttosto stiracchiate», «substantially stretched», riferendosi ai prezzi di alcuni titoli, anzitutto social media e biotech. Se l'avvertimento arriva da un presidente della Fed che delle politiche espansive a sostegno della crescita è stato un sostenitore, allora qualcosa di vero c'è (Il Sole 24 Ore). Potremmo concludere amaramente che, proprio come sostiene Shiller, le bolle non finiscono mai. Come in un ciclo senza fine, come nell' uroboro, il serpente che si morde la coda, simbolo esoterico della ciclicità del tempo. Come in quel nietzschiano eterno ritorno dell'uguale,  le bolle, ops...volevo dire epidemie finanziarie sembrano davvero morire e rinascere, ripetersi, cambiare volti e prime donne, eppur non terminare mai Fonti e riferimenti bibliografici: Beltratti, A., Analisi d'opera "Euforia irrazionale" & Rassegna bibliografica, pp.116-118  - disponibile su: www.rivistapoliticaeconomica.it Blanchard, Giavazzi, Amighini; Scoprire la macroeconomia II Un passo in più, Il Mulino, 2011 Cassidy, J., “Interview with Eugene Fama”, New Yorker, January 2010 Nietzsche F. W., Così parlò Zarathustra, 1883 Shiller R.J., Irrational Exuberance, Princeton University Press, 2000 Articoli consigliati, link utili: http://www.italiainprimapagina.it/dopo-le-case-le-auto-nuova-bolla-in-usa/ http://keynesblog.com/2013/10/15/le-mille-bolle-dei-mercati-finanziari/ http://www.econ.yale.edu/~shiller/ http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economic-sciences/laureates/2013/shiller-facts.html http://www.businessinsider.com/robert-shiller-2013-econ-nobel-prize-2013-10

Quale rimedio alla crisi? Riflessioni

 Il sistema economico, secondo la visione dell'economia di mercato nella moderna società occidentale, è la rete di interdipendenza ed interconnessioni tra operatori o soggetti economici che svolgono le attività di produzione, consumo, scambio, lavoro, risparmio e investimento per soddisfare i bisogni individuali a realizzare il massimo profitto, ottimizzando l'uso delle risorse, evitando gli sprechi e aumentando le produttività individuali nonché attraverso la diminuzione del costo del lavoro. Esistono noti economisti che alle spalle hanno lasciato una vasta storia economica con diverse soluzioni alla crisi e diverse manovre, per la crescita dei paesi, grazie al sistema capitalistico e grazie alla globalizzazione.

Purtroppo oggi giorno il problema fondamentale che affligge il nostro paese è la corruzione. I nostri cari politici sanno bene come avviare una manovra di ripresa economica, ma sono troppo impegnati nei comproessi e nelle faccende personali. Attualmente credo fermamente che una ripresa economica si avrà quando il nostro governo adotterà nuovi provvedimenti sulle leggi della tassazione al fine di incentivare gli investitori a portare i loro capitali in italia avendo di conseguenza degli sviluppi economici.

Un noto presidente degli Stati Uniti D'America sosteneva che " più un governo raccoglie tasse, meno incentivi hanno i cittadini a lavorare. Quale minatore o operaio alla catena di montaggio accetterebbe di buon grado di fare straordinari quando sa che lo zio Sam gli toglierà il 60% o di più della sua paga?" Ronald Wilson Reagan

                                                                                                                 Felice Marchese

 

Credit Crunch: la stretta del credito in Italia – Dati, cause e riflessioni

Il nostro sistema creditizio sta attraversando, ormai da diversi anni, una fase di stazionamento e regressione. In modo più specifico, e senza più nascondersi, siamo in piena fase di stretta del credito, il famoso credit crunch. credit crunch Gli istituti di credito hanno registrato una diminuzione dei finanziamenti ai residenti in italia in generale, e quindi dalle famiglie consumatrici alle società per azioni, di circa il 15% dal 2006 ad oggi e tutto questo ha avuto le sue note e ovvie ripercussioni sull'economia reale. Si è ampiamente discusso delle cause che hanno originato questo particolare tipo di fenomeno e possiamo pacificamente utilizzare un approccio didattico alla questione dicendo che il credit crunch può venir fuori da due cause fondamentali: una legata all'andamento dell'economia e l'altra legata alle nuove regolamentazioni. Dando uno sguardo al passato in questi ultimi anni possiamo notare come effettivamente  l'approccio adottato , e questa combinazione di  cause, possa considerarsi del tutto confermato visto che paradossalmente la stretta del credito che stiamo ancora vivendo oggi sembra trovare le sue radici in entrambi le ragioni esposte in precedenza. Infatti la crisi dei subprime statunitense e tutte le conseguenze sotto il piano economico e finanziario che si è portata dietro hanno sicuramente spinto sull'acceleratore dell'incertezza all'interno dell'economia reale di tutto l'occidente, ma non solo, perchè la stessa crisi dei mutui negli USA ha scatenato un'altra reazione che si è rivelata una grossa zavorra per gli istituti di credito e le loro concessioni di crediti. Zavorra che ha un vero e proprio nome, Basilea 2 e 3, e che non è nient'altro che una nuova regolamentazione del sistema del credito mondiale dove al fine di garantire una maggiore stabilità e sicurezza all'economia generale si sono aumentate le barriere a protezione dei rischi che vengono assunti dalle banche, frenando cosi in modo cruciale le loro attività di affidamento. Quindi è tutta colpa degli USA? NO, è tutta colpa dei manager e dell'avidità del capitalismo. Se solo il capitalismo non fosse stato cosi spietato nella ricerca esasperata di ricchezza  e i manager non fossero stati cosi orientati al breve periodo per raggiungere dei traguardi (molte volte di "utili" fissati dai capitalisti) alla raggiunta dei quali c'erano enormi bonus probabilmente non si sarebbero creati strumenti pericolosissimi come gli strumenti finanziari derivati (c.d. strumenti salsiccia) che hanno messo e ancora oggi stanno mettendo in ginocchio l'economia occidentale.  

Manuel Palmiero