Dalla filiale a EVA – Le banche e i chatbot

di  Federico Giovanni Rega

Le grandi banche italiane (e quelle europee) stentano ancora a cavalcare l’onda AI, in particolare ancora non sono state travolte dalla rivoluzione dei chatbot e degli assistenti virtuali. Stando ai dati ABI e KPMG, è ancora basso ed in via di sviluppo il numero di istituti bancari italiani che adotta piattaforme innovative quali i chatbot(14% delle banche grandi e 9% delle banche piccole) sfruttando a pieno la possibilità di generare conversazioni con le persone gestiti da programmi complessi sempre più affinati. Stesso grado di sperimentazione si registra per l’uso di Periscope, Facebook o Instagram per attivare una diretta in grado di creare attenzione e coinvolgere maggiormente gli utenti (14% delle banche grandi e 13% delle banche piccole).

Alcuni grandi colossi però hanno già sviluppato soluzioni specifiche per creare una customer experience migliore, più semplice forse, più vicina alle esigenze dei clienti, accessibile 24/7 e fortemente personalizzata.

Partiamo da zero. Cos’è un chatbot? Un bot, contrazione della parola robot, non è nient'altro che un programma informatico capace di interagire e comunicare con l'essere umano attraverso un dispositivo fisico, come ad esempio il nostro PC o il cellulare.

Questa forma di intelligenza artificiale, capace di apprendere e ricordare le nostre abitudini, la ritroviamo, magari senza darci troppo peso, nella nostra vita quotidiana: i ben noti assistenti virtuali di IOs Apple, Google o Microsoft ne sono solo alcuni esempi.

Addirittura, KPMG – in un recente report -  immagina una banca del futuro invisibile, EVA. Entro il 2030, la tecnologia continuerà a distruggere e creare e KPMG ipotizza un Enlightened Virtual Assistant, una sorta di discendente di SIRI, reso possibile dalle seguenti tecnologie: data anlytics, autenticazione vocale, AI, wearable device (IoT), API e cloud. Tali tecnologie sono disponibili già oggi e, se integrate e potenziate, daranno vita a EVA.

Ecco alcuni chatbot bancari attivi:

Santander UK – SmartBank

L’app del gruppo Santander UK, SmartBank, sfrutta una tecnologia basata sul riconoscimento vocale per consentire ai propri clienti di usare solo la voce per gestire i loro risparmi. Attraverso la biometria vocale, i clienti possono controllare il loro saldo corrente, effettuare pagamenti, impostare nuovi codici di sicurezza o segnalare lo smarrimento di una carta. Insomma, gli utenti possono così ottener risposta alle domande più comuni nelle loro operazioni bancarie. Il bot è inoltre capace di identificare i profili di spesa cosicché i clienti possano capire dove e quando hanno speso i loro risparmi. Quando tale tecnologia sarà disponibile in ogni dove, non solo nel Regno Unito, Santander mirerà ad aver una user experience molto più semplice e ottimale per i clienti del gruppo.

Bank of America – Erica

Erica è, secondo gli esperti, il ‘coolest’ bot tra i vari modelli bancari. Annunciato l’anno scorso, Erica è un chatbot vocale e testuale, a disposizione dei clienti BofA, pensato per aiutarli a prendere decisioni in ambito bancario. È un passaggio ulteriore nel mondo dei conversational bot in quanto è lo stesso Erica che può inviare messaggi/notifiche agli utenti, dunque iniziare conversazioni attraverso ‘Questions, Answers, Insights’ e guidare l’utente nelle sue scelte di consumo e risparmio e aggiornarlo sul suo credit score. L’obiettivo di Bank of America è che Erica diventi il consulente fidato dei suoi oltre 40 milioni di clienti retail.

SwedBank – Nina

La banca svedese Nina ha deciso ad aprile 2016 di utilizzare Nina, l’assistente virtuale sviluppato da Nuance Communications e adottato a livello globale da prestigiosi brand e aziende, compresi l’ufficio delle imposte australiano, Coca-Cola, e ING Olanda.

Tra le varie cose che sa fare Nina:

  • Autenticazione: convalida la vostra identità usando la vostra impronta vocale unica.
  • Transazioni: estrae contenuto, contesto e significato da una richiesta garantendo risultati più rapidi con meno passaggi.
  • Formazione: mentre l’utente impara, anche Nina migliora nel riconoscere, capire, rispondere, attraverso la personalizzazione: aspetto e voce dell’utente, ad esempio.

RBS – Luvo

Royal Bank of Scotland ha lanciato a fine 2016 il proprio consulente virtuale, Luvo, che sfrutta la tecnologia di WatsonConversation, la piattaforma cognitiva di IBM basata su cloud. Grazie a questa partnership, la banca mira ad agevolare l’interazione con i clienti che riceveranno in pochi secondi le risposte ai quesiti riguardo le operazioni bancarie. Per le problematiche più complesse l’utente sarà reindirizzato a un consulente umano.

Luvo ha margini di miglioramento e un ulteriore passo avanti sarà l’applicazione della funzionalità IBM WatsonAlchemy Language per comprendere meglio la “reazione” del cliente – ad esempio, se è insoddisfatto – e modificare di conseguenza le azioni.

E allora, to bot or not to bot… è questo il dilemma? Forse no, non ancora. EVA, una banca senza la banca, senza i mattoni (brick and mortar), può ancora attendere, soprattutto in Italia dove gli utenti cd. baby boomers prediligono ancora l’interazione umana, de visu, con il consulente di filiale. Nei prossimi anni la sfida sarà rappresentata dall’equilibrio sottile tra interazione umana e AI. Le banche dovranno saper gestire questa convivenza, forse complessa e difficile inizialmente, ma questo matrimonio s’ha da fare.

Le nuove tecnologie AI, anche quelle più semplici e quotidiane – pensiamo alle messaging app -  permeano le nostre azioni, saranno sempre più parte integrante del nostro customer experience space e, secondo Gartner, entro il 2020 ogni consumatore/utente gestirà l’85% delle sue relazioni con un’impresa senza aver bisogno dell’interazione umana.

L’implementazione dei chatbot potrà offrire un’opportunità enorme di risparmio e allo stesso tempo un recupero di efficienza e semplicità. Ed è forse proprio un deficit di semplicità ad aver allontanato i giovani dal mondo degli istituti finanziari. Semplicità che comporterebbe un ritorno di fiducia, il return più importante in questo momento storico, nell’era dei social, dei dati, dell’open banking. D’altronde la parola credito deriva dal latino creditum, participio passato del verbo credere, affidare, fidarsi.

Ciò che conta veramente – Il (mio) messaggio di Modigliani e Miller

di Federico Giovanni Rega

Nessun corso di Finanza aziendale può esistere senza i teoremi di Modigliani e Miller. Questo breve articolo non sarà troppo tecnico e non avrà formalismi eccessivi, ma ci interrogheremo piuttosto sul messaggio finale che i due economisti volevano lasciarci attraverso la loro Proposizione I, datata 1958.

Lo scenario in cui si muove la “teoria” di M&M (1958) è quello di un mercato efficiente, senza imposte societarie o personali né imperfezioni (no asimmetrie informative, costi di transazione, di fallimento ecc..). Quando non vi sono imposte e i mercati del capitale funzionano al meglio, non fa differenza che a indebitarsi sia l’azienda o il singolo azionista (sia io come individuo investitore sia l’azienda X abbiamo lo stesso tasso d’interesse se andiamo a chiedere un prestito, sopportiamo lo stesso costo del debito). Pertanto, il valore di un’impresa non dipende dalla sua struttura finanziaria.

ESEMPIO Due aziende, stesso reddito operativo, diversa struttura finanziaria: una è Unlevered (no debito) l’altra è Levered. In questo secondo caso, il valore dell’impresa è dato dalla somma del valore delle azioni (Equity, mezzi propri) e del valore del Debito VL = E + D!

Supponiamo siamo Azionisti dell’1% dell’impresa Levered (indebitata), avremo diritto all’1% dell’ utile netto ossia PROFITTI - INTERESSI, questo sarà il nostro flusso di cassa (cash flow) Supponiamo che poi vogliamo acquistare l’1% dell’impresa Unlevered (non indebitata) avremo diritto all’1% dei profitti ma per acquistare quest’1% ci indebitiamo anche e pagheremo gli interessi, non come impresa, ma come investitori, a titolo personale. Alla fine, il nostro flusso di cassa sarà dato da 1% x (profitti – interessi) anche stavolta. Conseguiamo lo stesso rendimento, dunque le due imprese hanno lo stesso valore nel mercato efficiente.

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Ciò che conta per M&M è il rendimento operativo, “la torta”, non come essa va divisa tra banche, obbligazionisti, azionisti, Stato. Nella creazione di valore non conta come si finanzia l’attivo, ma la capacità di quest’ultimo di generare flussi di cassa sufficienti a ripagare le fonti di finanziamento (D e E), le “fette della torta”. E’ importante la qualità delle scelte di investimento, piuttosto che il mix di titoli emessi per finanziarsi. La struttura finanziaria è neutrale, irrilevante, in quanto ogni singolo azionista/investitore può replicare autonomamente (indebitandosi a titolo personale, come nell’esempio, alle stesse condizioni dell’impresa, ossia allo stesso tasso d’interesse, ed è questo l'assunto base del modello) le scelte di struttura finanziaria dei manager dell’impresa. Si passa così in modo indifferente da una società indebitata a una non indebitata mantenendo una situazione di equilibrio in termini di rendimento assoluto.

Il lascito più grande è non verificare se la struttura finanziaria sia irrilevante nella realtà o meno (non lo è, vi sono le imposte, ergo il cd "beneficio fiscale del debito") ma riflettere sulle ipotesi alla base. Lo stesso Miller dirà trent'anni dopo "identificare ciò che non conta può anche identificare, di conseguenza, ciò che conta". L'intero sviluppo della finanza aziendale, dal 1958 ad oggi, ruota attorno alla rimozione di quelle ipotesi alla base del Teorema e i primi a rimuovere l'assenza di imposte furono proprio M&M, ammettendo di non aver abbandonato la loro Proposizione, ma di "averla arricchita".

Il messaggio che intravedo in quella Proposizione mi sembra quasi un avvertimento inascoltato, se pensiamo alla finanziarizzazione di oggi, ad una finanza non più ancella, ma padrona dell'economia reale.. Mi sembra quasi vogliano dire: Guardiamo agli investimenti, alla produzione, al rendimento industriale, all'operatività. Non al debito o al venture capital. La cartella clinica dell'impresa ci è data dal suo rendimento sul capitale investito, dal suo EBIT (o MOL), dalla sua gestione operativa. E' lì che si vede la forza di un'impresa, è lì che si vede la sua capacità di generare flussi di cassa che ripaghino le fonti di finanziamento. E' lì ciò che conta veramente.

Analisi fondamentale vs Analisi tecnica: il caso TESLA

di Fabrizio di Sciorio

Il mondo è sempre stato diviso da rivalità: Ali-Frazier, Coca Cola-Pepsi, vegani-carnivori…Nell'analisi dei mercati finanziari due figure mitologiche si sfidano a duello: da una parte gli analisti fondamentali dall'altra quelli tecnici. Due figure diverse, ognuna con il proprio totem da adorare. Da un lato i fondamentalisti scrutano ed esplorano i bilanci e le relazioni meglio di Sherlock Holmes, dall'altro gli occhialuti tecnicisti che con i loro grafici e statistiche non perdono mai di vista il prezzo, vengono detti "gli osservatori delle onde"... Essi ricercano un trend, captano tendenze che si ripetono nel tempo, mediante strumenti grafici e statistici, piuttosto che affidarsi alla valutazione aziendale.

L’esempio emblematico di questa dualità è Tesla.

Il colosso americano ha sorpassato General Motors diventando la prima casa automobilistica USA per capitalizzazione con un valore di circa 51 miliardi di dollari. Il prezzo delle azioni in borsa è schizzato del 70% negli ultimi quattro mesi.

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Tale valutazione per i fondamentalisti risulta azzardata, in quanto Tesla negli ultimi anni ha chiuso in rosso i bilanci. Nel 2016 ha registrato una perdita pari al 10% del fatturato, a fronte dei 10 miliardi di utili registrati dai competitors.

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D’altro canto il prezzo in borsa è continuato a salire! Le ragioni? Il mercato a Wall Street sconta tutto: grideranno ad alta voce gli efficientisti! A quanto pare sembra che a spingere in alto le valutazioni su Tesla ci sia da una parte il Model 3 (la berlina elettrica che vanta già 400 mila prenotazioni) e dall'altra il vantaggio competitivo che Tesla ha nel settore della guida autonoma. Avrà ragione il Mercato? ...Non ci resta che aspettare.

Capitale sociale + Capitale finanziario: la formula del crowdfunding

di Federico Giovanni Rega

Oggi puoi investire nelle idee di business e nei progetti in cui credi grazie al crowdfunding. La finanza del futuro, se affiancata ad una buona educazione finanziaria (ma anche digitale!) e a valori come democratizzazione, trasparenza ed etica, sarà davvero una finanza migliore.

Abbiamo incontrato una delle donne del fintech del nostro territorio, la dott. ssa Lucia Michela Daniele, PhD student in Management alla Federico II e Web Editor di Italian Crowdfunding, nonchè brava cantante. In questa lunga intervista - per cui ringrazio - ci parla di questa grande rivoluzione del crowdfunding. Focus preciso sulla tecnologia e sui dati sì, ma senza dimenticare mai tre C: cultura, collaborazione, condivisione.

  Partiamo dalle basi, dall’inizio, ce n’è sempre bisogno. Cos’è il crowdfunding?

Il Crowdfunding è una raccolta fondi, attuata normalmente online, grazie alla quale un gruppo di individui, contribuendo con piccoli ma preziosi sforzi, rende possibile il finanziamento di progetti di persone o di organizzazioni profit e no profit. (altro…)

Da Talete al Chicago Board: perché le opzioni sono così in voga

di Giuseppe Cinotti e Giuseppe Buonomo

Le opzioni sono uno strumento derivato largamente utilizzato nell’ultimo decennio. Esse coinvolgono due soggetti: il possessore (holder) e il sottoscrittore (writer). Il primo ha il diritto di poter comprare o vendere un bene sottostante stabilito nel contratto di opzione, pagando un predeterminato prezzo di esercizio anche conosciuto come strike price, tenendo in considerazione una data di scadenza chiamata expiration date.

Contratti simili alle opzioni sono stati usati fin dai tempi antichi. Aristotele, infatti, fornisce una prova relativa all’utilizzo di opzioni da parte del filosofo greco Talete di Mileto che fece una fortuna accaparrando opzioni sul diritto all’utilizzo dei frantoi prima di una raccolta particolarmente copiosa. Verso la fine del XVII secolo, a Londra, venne creato un mercato per il commercio di opzioni sia call sia put. A partire dal 1872, il finanziere americano Russell Sage introdusse il mercato ”Over The Counter” (OPT) per la negoziazione delle opzioni call e put negli Stati Uniti, mercato che era non standardizzato e illiquido. Nel 1973, invece, vi fu la formazione del Chicago Board Options Exchange (CBOE) e dell’Options Clearing Corporation (OCC), in cui fu introdotto il commercio di opzioni call con contratti standardizzati. In seguito, a partire dal 1977, la CBOE introdusse anche le opzioni put, creando il mercato di negoziazione delle opzioni che conosciamo oggigiorno. (altro…)

Il Capital Asset Pricing Model, tra teoria e pratica

di Fabrizio di Sciorio

  La proliferazione dei modelli finanziari si è avuta a partire dal 1952 grazie agli studi di Harry Markowitz con la Modern Portfolio Theory. Lo studioso americano ha introdotto il concetto di diversificazione del rischio, ovvero la possibilità di ridurre parte della volatilità del portafoglio investendo in titoli che hanno movimenti di mercato opposti. Un’altra tappa fondamentale nello sviluppo dei modelli matematici per la finanza è stata l’introduzione del Capital Asset Pricing Model nel 1964. Il CAPM, che a distanza di tempo viene utilizzato ancora oggi, si basa su una relazione lineare tra rendimento e rischio. Tale modello è noto per il coefficiente di proporzionalità denominato beta, indicatore del cd. rischio di mercato, non eliminabile attraverso la diversificazione. La formalizzazione matematica è la seguente: E(Ri)-rf= β* [E(Rm)-rf], tale equazione spiega la relazione tra l’eccesso di rendimento della singola attività ed il premio per il rischio di mercato. La dipendenza tra le due variabili è misurata tramite un unico fattore di volatilità appunto, il Beta. Questo parametro indica quanto il valore del titolo si muova in sintonia col mercato:

  Risultati immagini per beta formula Numerosi studi hanno messo in discussione la validità del CAPM (Ross) (altro…)

La Finanza: da ancella diviene padrona

  di Federico Giovanni Rega     finanza Oggi si dibatte tanto di finanziariazzione, del peso enorme della finanza, ormai padrona dell’economia, e non più ancilla, di come tale predominio sia sfavorevole alla crescita economica (‘reale’). Michal Kalecki – eterodosso, ma lungimirante nelle sue tesi – analizzò anche questo aspetto nella teoria sulle determinanti degli investimenti. Egli parla dei risparmi dei rentiers, risparmi correnti “esterni” alle imprese, che influenzano negativamente gli investimenti in capitale fisso. La ricchezza finanziaria (come l’avremmo definita oggi) introduce nel sistema un trend negativo, così come le innovazioni imprimono, invece, una tendenza ascendente di lungo periodo. Se i risparmi dei rentiers vanno aumentando, rispetto al capitale (su tale aspetto ritornerà Piketty nel suo Capitale nel XXI secolo), il trend negativo sarà accelerato. L’effetto delle innovazioni si accoppia così a quello dei risparmi “esterni” ed è l’effetto netto che determina lo sviluppo di lungo periodo. Il trend sarà positivo se le innovazioni esercitano un’influenza più forte di quella dei risparmi dei rentiers. E’ notevole la modernità di tali tesi, se solo si guarda ai numeri del nostro tempo, laddove la finanza e i derivati valgono 8 volte l’economia reale: i moderni cavalli di Troia non sono più di legno e hanno nomi ben meno mitologici: si chiamano credit default swap, spread, Etf, Borse, derivati, volatilità. Ma rischiano di avere lo stesso effetto distruttivo: insinuarsi nell'economia reale e, alla lunga, minarne le fondamenta, minarne la crescita. L’intuizione di Kalecki era giusta? La finanza è negativa per la crescita economica? Un economista contemporaneo, il Marx moderno, Thomas Piketty, nel suo “Capitale nel XXI secolo”, parte proprio da quel rapporto tra capitale (K) e produzione (Y). Il libro – pieno di tabelle e equazioni - mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque (periodo che termina con la Prima Guerra Mondiale). Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica. L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Questa «contraddizione centrale del capitalismo, che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913, salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cd “Keynesian Consensus”) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dov’è la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito: β = K / Y dove K è lo stock del capitale “tutto compreso” (a meno del solo “capitale umano”; compreso quel capitale pericoloso, quel capitale da casinò) ed Y il flusso della produzione annua “al netto” degli ammortamenti per il capitale impiegato. Dopo di che, nel caso di una funzione lineare di produzione a capitale e lavoro, risulta: Y = r K + W dove r è il tasso di rendimento capitalistico “tutto compreso” («rendite, dividendi, interessi, royalties, profitti, capital gains, ecc.») e W è l’ammontare delle remunerazioni che spettano ai lavoratori. Piketty documenta come per il mondo nel suo complesso (e qui si spinge oltre, forse) il rapporto capitale/reddito, diminuito da un valore compreso tra 4 e 5 del periodo 1870- 1910 ad un valore di 2,5/3,5 tra 1920 e 1980, sia poi risalito a 4,5 nel 2010 con la possibilità, secondo le sue proiezioni, di arrivare a 6,5 per la fine del XXI secolo.     Dal casinò alla calcolatrice: Come nasce questo predominio dei mercati e della finanza? (altro…)

La banca del futuro, il futuro della banca

di Clara Elia e Federico Giovanni Rega
"Non sono i più forti della specie che sopravvivono, ma quelli più reattivi al cambiamento" (C. Darwin)
Se c’è un effetto positivo delle crisi è da rinvenire in quella famosa distruzione creativa, detta anche disruption. Le banche, come le imprese, si trovano ad affrontare una difficile congiuntura economica scaturita dagli eventi ormai noti degli ultimi 5 anni. C’è poi quell’onda devastante dello sviluppo tecnologico che ha innescato un cambiamento sui mercati finanziari ed ha portato ad una profonda evoluzione delle banche. Molte di loro devono ricostruire una strategia competitiva per crescere, per aumentare la redditività e la capacità di differenziarsi rispetto ai concorrenti tradizionali ed emergenti. Oggi le banche hanno la necessità di aumentare l’efficienza della performance, erogare servizi sempre più personalizzati (e smart) in virtù della massiccia diffusione del mobile banking e ridurre i costi rinnovando i propri modelli di business per rispondere efficacemente ai cambiamenti dello scenario competitivo. Alla luce di quanto detto due sono i sostanziali cambiamenti delle banche del futuro: A)     Riduzione dei margini sui servizi e sui prodotti tradizionali e in primis i margini da intermediazione creditizia e la riduzione dei costi legati al conto corrente. La diminuzione degli utili inevitabilmente comporta una riduzione dei costi per avere un reddito accettabile. A tal proposito, in un recente discorso sulle possibilità di una rivoluzione finanziaria, Andrew Haldane, della Banca d'Inghilterra, osservava che il costo dell'intermediazione finanziaria negli Stati Uniti, incredibilmente, appare invariato da oltre un secolo. costo intermediazione USA B)     La rivoluzione tecnologica, a cui stiamo assistendo, con la rapidissima tecnologia mobile ha originato il sorpasso dei clienti sulle proprie banche dal punto di vista della dotazione tecnologica. Per questo motivo le banche sono e saranno impegnate in un adeguamento della propria infrastruttura per colmare il gap clienti-banche. Come ha fatto notare Martin Wolf in un articolo del FT (poi tradotto su Il Sole 24 Ore), dobbiamo sperare davvero che l’onda innovativa travolga le banche: “Perché al momento le banche non è che funzionino a meraviglia. L'attività bancaria appare inefficiente, costosa, disseminata di conflitti di interessi, incline a comportamento poco etici e –non meno importante – capace di generare crisi colossali”. Qual è il livello di digitalizzazione delle banche italiane? Il settore bancario italiano è ancora caratterizzato da un modello tradizionale, con una estesa rete di filiali (53 filiali bancarie ogni 100mila abitanti, contro le 38 nell’UE-15) ed una alta frammentazione (il 56% degli occupati e il 60% delle filiali appartiene a banche medio-piccole). In parallelo, l’andamento degli investimenti in ICT delle banche è negativo (-22%, da 4,7 a 3,6 miliardi di Euro all’anno tra 2007 e 2014): questi si concentrano più sulla gestione corrente che su processi di innovazione. Si delinea quindi una situazione di generale arretratezza digitale, come dimostra la scarsa diffusione dell’internet banking (utilizzata dal 26% della popolazione italiana contro il 44% medio nell’UE-28). Per accelerare la digitalizzazione del settore bancario occorre intervenire a livello “interno” (di settore) ed esterno (di Sistema Paese): in generale, il ritardo dell’Italia (25ma nell’UE-28 per sviluppo digitale) rappresenta un freno significativo alla crescita di una domanda di servizi digitali avanzati. Oggi, per una banca, la tecnologia dovrebbe essere il core business cosi come dovrebbe esserlo la capacità di definire il merito creditizio o la solidità di sostenere imprenditori e famiglie. Oggi, per una banca, la tecnologia dovrebbe essere al centro cosi come lo dovrebbe essere la capacità di definire il merito creditizio o la solidità di sostenere imprenditori e famiglie: una via di trasformazione è quella che verrà segnata dai big data; potrebbero trasformare la qualità dei prestiti, per esempio, e questo sarebbe positivo, e avrebbero un impatto enorme anche nel campo delle assicurazioni. Con nuovi strumenti di monitoraggio, migliorerebbe tutta l’architettura del sistema finanziario (e le sue istituzioni). (altro…)

Il X festival dell’economia: ripensare, andare oltre

di Federico Giovanni Rega   Siamo stati alla decima edizione del Festival dell'Economia, a Trento,  un festival che non esiste altrove, in nessuna altra parte del mondo, parafrasando alcuni relatori, come Akerlof e Federico Rampini. Economisti, politici, giornalisti, studenti, studentesse, giovani e meno giovani, in un contesto culturale pazzesco, dove si è respirato un vivo dibattito, non solo economico, ma, oserei dire, sull'uomo, sulla società che viviamo e che forse potremmo/dovremmo migliorare. Trento si è tinta per alcuni giorni di arancione, di colori e sinfonie; fra le strade della città svolazzava lo scoiattolo, simbolo del Festival, e il tema centrale è stato quella della mobilità sociale. Sul banco degli imputati, le disuguaglianze (statiche e dinamiche) e la finanza tossica. A partire dal Direttore del Festival, il prof. Tito Boeri, abbiamo avuto il piacere e l'onore di ascoltare alcune fra le più illustri figure del panorama accademico globale contemporaneo, nonchè attori teatrali e leader politici. Solo per citarne alcuni:  due premi Nobel per l’economia, gli americani Joseph Stiglitz e Paul Krugman, personaggi nel campo dell’economia e della sociologia come la figura molto discussa e controversa di Thomas Piketty – autore del best-seller “Il capitale nel XXI secolo” – Christoph Scherrer, Lucrezia Reichlin, Lorenzo Bini Smaghi e molti altri autori impegnati nello studio della disuguaglianza e della mobilità sociale. Non è mancato poi il contributo di importanti figure istituzionali – in primis quella del presidente del consiglio Matteo Renzi, in un faccia a faccia con il premier francese Manuel Valls – del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan e del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. Proprio di quest'ultimo, sin dall'inaugurazione, è stato citato il suo ultimo libro "Investire in conoscenza", esigenza così sentita nel nostro Paese, che ha tanto bisogno di investimenti pazienti, a lungo termine. La domanda che si è posta Lucrezia Reichlin, docente London Business School, è "What we want in the long-run?". "Non prendiamo a modello la crescita americana" è stato un po' il monito generale, soprattutto da parte di Stiglitz, così critico verso quel modello denso di disuguaglianze spaventose. Nel dibattito generale, si è partiti da quel settembre 2008, da quel big bang finanziario: mutui subprime, derivati, CDS, shadow banking... il capitale finanziario come imputato, un capitale da casinò. La finanziarizzazione è più viva che mai! Quali i possibili rimedi? Si sono contrapposte due correnti: da un lato, Piketty, dall'altro, Scherrer. Il primo propone una tassa unica globale sulla ricchezza, il secondo si oppone, constatando l'esistenza di differenti contesti, forme di capitalismo, istituzioni. A Federico Rampini è toccato l'arduo ma affascinante compito di ricostruire 10 anni della storia dell'economia. Il suo è stato un intervento pazzesco, dove in un'oretta e poco più ha spaziato qui e lì, riassumendo non la storia dell'economia, ma la storia dell'uomo, dell'Occidente, della Cina, del pensiero. La bolla della new economy, la Cina, l'euro, il protocollo di Kyoto, la FED, il crollo del mercato immobiliare, Lehman Brothers, il Q.E. Passando poi per la morte di Jobs e quella Silicon valley, laboratorio di modernità senza eguali al mondo, dove vi è quasi un'esaltazione della trasgressione creativa, un collettore di opportunità dove inventare senza brevettare (open source). Ma poi vi sono luci e ombre - continua Rampini -  dei cd "padroni della rete", dell'età dell'accesso con la sharing economy, un'economia che diviene però "pseudo gratuita". Ed ecco il nostro caos, il caos dell'Occidente, nuovamente decadente. Con la paura del deficit e del caos della Germania, in un "ordoliberalismus", che ha radici  in quella democrazia di Weimar destabilizzata dall'iperinflazione. E poi due punti chiave: i due motori del rilancio dell'economia sono sempre stati l'innovazione e la demografia, ma la popolazione che non crescerà più e forse è rimasta solo la prima. La crisi non è stata una lezione, nè vi è una lettura unica. Non abbiamo capito. Un tempo si discuteva di "Fine della storia" - dal volume di Fukuyama -  di come oltre questo modello, quello occidentale liberaldemocratico, non si andasse. La globalizzazione viene ad essere l’esito unico e migliore della storia stessa. Ma è veramente così? Si sta aprendo una nuova fase, forse - conclude Rampini - si conclude l'era della scoperta, del dominio dell'uomo bianco e "il pendolo della storia sta tornando a 5 secoli fa, verso l'India e la Cina". Rampini, ma un po' tutto il Festival e numerosi studiosi e pensatori ci invitano ad andare oltre, a ripensare il modello occidentale di economia, di finanza, di vita, di uomo.