Come le nuove tecnologie cambiano il mondo

di Eduardo Belli

La nascita di Internet risale all’ultimo secolo dello scorso millennio. L’introduzione di tali nuove tecnologie ha sempre affascinato ed è sempre risultata essere fonte di cambiamenti a livello globale di carattere economico, tecnologico, sociale etc… Sebbene non fosse pratica diffusa, il web è stato per molto tempo utilizzato al solo scopo di scambiare informazioni (mentre oggi possiede numerose funzioni).  Con l’arrivo del nuovo millennio lo sviluppo tecnologico, in particolare in materia informatica ha condotto, e  sta conducendo, ad un cambiamento epocale della visione del mondo in tutti i suoi profili esistenti portando l'umanità in un vero e proprio nuovo mondo. La nascita dei social media, delle piattaforme di scambio e di tutte le altre fonti (ormai) esistenti ha prodotto un fortissimo impatto su tutta l’economia. In particolare l’accesso a fonti di crowdsourcing, crowdfunding e più in generale alla sharing economy hanno modificato i modelli di  business e più in generale l’economia a livello mondiale. L’ampia, variegata e sempre più repentina condivisione di informazioni produce forti impatti sulle asimmetrie informative conducendo ad una riduzione in tutti i settori e a tutti i livelli il moral hazard e l’adverse selection incrementando la concorrenzialità delle imprese presenti sui mercati, comportando la riduzione dei prezzi di beni e servizi offerti. lavoro-freelance-6-consigli

L’utilizzo di tali tecnologie, e dei comportamenti derivanti dal loro utilizzo, sta producendo un ampliamento esponenziale e sempre più rapido dei mercati verso il livello successivo (da locale a regionale, da regionale a nazionale, etc…). Ciò conduce ad una internazionalizzazione delle imprese sempre più frequente, repentina ma soprattutto possibile, incidendo in maniera consistente sulla concorrenza. La possibilità per gli imprenditori di poter accedere, a costi sempre minori (talvolta nulli), alle conoscenze necessarie per la nascita, sviluppo e  proseguimento del proprio business permette  da un lato l’allargamento del mercato del lavoro e ad una trasformazione delle mansioni necessarie alla sopravvivenza di un’impresa e dall’altro  allo sviluppo di una prospettiva sempre più indipendente del lavoro andando ad erodere la filosofia ottocentesca del rapporto tra l’imprenditore e i dipendenti (aspetto che non ha solo implicazioni positive poiché può portare alla riduzione, in certi casi, dell’organizzazione aziendale). Questa prospettiva , ormai parte del sistema economico che conosciamo, è molto distante dal profilo e dal framework tipico del fattore lavoro come è stato anticamente immaginato. Ne deriva che lo sviluppo di tale riflessione a livello sistemico può condurre a grossi cambiamenti a livello legislativo e spostamenti macroeconomici nel mercato del lavoro. Nel primo caso il mutamento dei rapporti lavorativi produrrà la necessità di notevoli innovazioni in campo contrattuale non solo a livello nazionale ma, data la portata del fenomeno, anche a livello internazionale.arton34752

 Altro punto di vista particolarmente interessante è quello macroeconomico. La progressiva compressione dei prezzi dovuta alla riduzione delle asimmetrie informative e alla sempre crescente forza contrattuale della domanda provoca l’abbassamento dell’inflazione e delle sue previsione future. Di qui il necessario adeguamento degli obiettivi di inflazione, per i risultati macroeconomici perseguiti dalle istituzioni, e di conseguenza di tutti gli indici di riferimento della situazione economica italiana, europea e mondiale. Tutti questi sviluppi potrebbero condurre ad una reale rivoluzione del sistema capitalistico, dell’intero panorama economico mondiale e della cultura sociale che conosciamo.

La crescita economica, questa sconosciuta

di Federico Giovanni Rega
    L’economia italiana si era “miracolosamente” sviluppata a ritmi brillanti dal dopoguerra ai primi anni Settanta. Da allora ha prevalso una tendenza al rallentamento. Essa è colta da tutti gli indicatori: reddito (assoluto e pro capite, effettivo e potenziale), consumi, produttività, esportazioni (...) Dal primo trimestre del 2001 al terzo del 2003 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla: la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo. La questione economica della società italiana torna a proporsi in tutta la sua gravità, in tutto il suo spessore, come un problema di crescita. Pierluigi Ciocca (1)
  La crescita e lo sviluppo economico Dai magazine e quotidiani economici (e non) all'edizione serale del tg, si parla spesso di crescita economica, ma di cosa parliamo? La crescita del sistema economico è un fenomeno ed obiettivo di medio – lungo periodo di politica economica che consiste nel favorire l'incremento del potenziale produttivo (misurata come aumento del Pil reale o del Pil reale pro-capite) e l'aumento generalizzato del livello di variabili macroeconomiche quali ricchezzaconsu-miproduzione di merci, erogazione di servizi,occupazionecapitalericerca scientifica e innovazione tecnologica, contrapponendosi invece a situazioni opposte di stasi e crisi economica quali stagnazione (nulle o modeste variazioni del prodotto interno lordo) e recessione (livelli di attività produttiva, ossia PIL, più bassi). Può essere favorita da politiche economiche di sostegno ad esempio attraverso forme di incentivi o sgravi fiscali ad aziende e consumatori, incremento della spesa pubblica, finanziamento della ricerca. [caption id="attachment_310" align="alignleft" width="760"]760px-World_GDP_Capita_1-2003_A.D Data Source: Angus Maddison's "World Population, GDP and Per Capita GDP, 1-2003 AD[/caption]   [caption id="attachment_311" align="alignleft" width="960"]crescita per 2030 World GDP Growth by 2030 Source: A. Lepore, "Globalizzazione: storia, questioni e prospettive"[/caption] La crescita del prodotto nazionale non va confusa con il concetto di  sviluppo. I due concetti sono abbastanza simili, ma contengono differenze rilevanti. Il primo è prettamente quantitativo, mentre il secondo comprende anche elementi qualitativi. Per sviluppo economico intendiamo riferirci ai fenomeni economici, sociali e culturali che si accompagnano alla crescita del reddito pro-capite e per misurarlo occorre fare riferimento, oltre al reddito pro-capite, ad indicatori quali la distribuzione del reddito, l’istruzione, il tasso di alfabetizzazione, ecc. La crescita economica è dunque un elemento dello sviluppo economico. Teoria della crescita, da Solow alla New Growth Theory  Dalla notte dei tempi, da Adam Smith in poi insomma, gli economisti si sono sempre occupati della crescita delle nazioni, ma è solo negli anni Cinquanta che Abramovitz e Solow (1956) (2) dimostrarono che il 90% della crescita economica non era spiegabile attraverso le misure convenzionali di capitale e lavoro. La parte residua doveva riflettere la crescita della produttività, più che la quantità dei fattori produttivi. Il dibattito sulla crescita è ancora vivo tra gli economisti e si riflette sulla scena politica (3). Gli economisti, come spesso hanno fatto, fanno e (chissà se le recenti stangate e previsioni errate faranno riflettere) faranno, hanno cercato di collocare la crescita in un modello. La "teoria della crescita" fruttò il premio Nobel all'economista statunitense Robert Solow, nel 1987, "for his contributions to the theory of economic growth". Nel modello, la crescita è espressa mediante una funzione di produzione, dove il prodotto (Y) è funzione della quantità di capitale (K) e lavoro umano (L), a parità di altri fattori come il progresso tecnico: Y = F (K, L) Incrementi di K ed L provocherebbero incrementi lungo la curva, mentre cambiamenti esogeni (non spiegati) nel progresso tecnico causerebbero spostamenti della curva verso l'alto. Solow scoprì che il 90% della variazione della produzione non era spiegato dal capitale e dal lavoro, così definì la parte restante progresso tecnico. Il modello di fondo risultava, pertanto, deficitario e in molti sostenevano di elaborarne altri (come Joan Robinson 1954). (4) Ma ci si limitò ad aggiungere l'anello mancante del progresso tecnico come variabile esogena. La teoria divenne nota come teoria della crescita esogena: Y= A (t) F (K, L) Ma a poco a poco, cresceva la consapevolezza dell'importanza della tecnologia nella crescita economica, si studiava per inserire questo fattore nei modelli. (5) Ergo, nacque la teoria endogena, detta anche New Growth Theory, che modellizza la tecnologia come il risultato endogeno di una funzione dell'investimento in R&S e formazione  del capitale umano. (Grossman e Helpman 1991) (6) Da qui sono nate politiche per una crescita trainata dall'innovazione, con l'obiettivo di sostenere l'.economia della conoscenza.   Note e riferimenti bibliografici: (1) Pierluigi Ciocca, "L'economia italiana: un problema di crescita", 4ª RIUNIONE SCIENTIFICA ANNUALE SOCIETÀ ITALIANA DEGLI ECONOMISTI, Salerno, 2003, pp. 1-2 (2) Robert Solow, A contribution to the Theory of Economic Growth", Quarterly Journal of Economics", Vol. 70, No. 1. (Feb., 1956), pp. 65-94 (3) & (5) Mariana Mazzucato, "Lo Stato Innovatore" Laterza, 2014, pp. 50-53 (4) Joan Robinson, "The Production Function and the Theory of Capital" Review of Economic studies, 1954 (6) Gene Grossman & Elhanan Helpman, "Innovation and Growth in the Global Economy", MIT press, Cambridge, 1991

Al di là del PIL (pt. 2) La “via della crescita” e perché il PIL deve aumentare

"La crescita si misura con un segno stenografico della statistica che si chiama PIL, prodotto interno lordo" - scrive Fabrizio Galimberti, illustre firma del Sole 24 Ore . Abbiamo già parlato del PIL e, in un articolo precedente, del perché questa grandezza non dia appieno una misura del benessere rettamente inteso. Già da tempo sono stati introdotti indicatori alternativi, dall'Indice di Sviluppo umano (Human Development Index) alla famosa Felicità interna lorda, in uso nel Bhutan. Eppure, leggendo le parole di Galimberti, mi sembra di leggere una risposta, un'analisi in grado di chiarire i dubbi, far riflettere, al di là dei punti deboli del PIL: "In molti istituti statistici, a partire dall'Istat, ferve un lavoro di costruzione di indicatori più complessi per valutare il "benessere delle nazioni". Ma non bisogna disprezzare troppo il PIL, anche se esso si limita al benessere materiale. Sono stato recentemente in India e ho visto scene di abietta povertà che fanno riflettere: chi vive in catapecchie fangose vuole prima di tutto avere una casa decente, qualcosa da mangiare, un' istruzione per la speranza di una vita migliore...Sarebbe ozioso chiedere a questa gente qual è lo scopo della crescita. Primum vivere, deinde philosophari..." In questo brocardo latino sembra riaffiorare quell'esigenza primaria che l'Occidente forse dimentica, esigenza, materiale, ma di vita. Prima vivere, poi filosofare? Non si può mangiare più di tanto, ma non si può non mangiare. [caption id="" align="alignnone" width="592"] Fonte Infografica: http://www.soldionline.it/infografiche/infografica-il-pil-italiano-dal-2008-a-oggi[/caption] Il PIL deve aumentare e occorre trovare la via della crescita, secondo Galimberti, per (almeno) due ragioni: avere più risorse a disposizione (l'esperienza e la storia suggeriscono che i bisogni umani sono praticamente infiniti) e ,scopo ultimo di un sistema economico, dare lavoro e poter creare occupazione. Ma allora, perchè alcuni Paesi sono poveri e altri ricchi? E quando un Paese è ricco e cresce prosperamente? Daron Acemoglu, economista turco, stimato professore del MIT (Massachussetts Institute of Technology), tra i 10 migliori economisti del mondo, ci offre una risposta in Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà (Acemoglu D., Robinson J., 2013) :
La crescita prospera nei Paesi in cui gli incentivi sono giusti.
Ossia, laddove viene incoraggiata una politica inclusiva, che offra ai cittadini concreti vantaggi a fronte di un maggior impegno, nel lavoro, nella produzione. Al contrario, una politica estrattiva, che estragga dai cittadini denaro e risorse, spegnendo l'energia e la voglia di fare, porterà alla povertà.  

Al di là del PIL, se provassimo a misurare la Felicità Interna Lorda?

Si parla spesso di PIL, come indicatore del "reddito degli italiani", il reddito di una nazione. E' davvero la misura del nostro benessere, esprime il reale benessere di una collettività nazionale? Ma cos'è e come si misura? Grandezza fondamentale dell'analisi macroeconomica, il PIL viene calcolato in tre modi diversi (che portano allo stesso risultato):
  • valore di tutti i  beni/servizi finali prodotti in un sistema economico, in un dato periodo di tempo;
  • somma del valore aggiunto (valore dei ricavi - costi di acquisto beni intermedi) di ciascuna impresa;
  • somma dei redditi di tutti i fattori produttivi che partecipano alla combinazione produttiva
Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l'università del Kansas, un discorso, da brividi, nel quale evidenziava -tra l'altro- l'inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate. Un estratto: "Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta!"
Non sono comunque mancati gli studiosi che hanno evidenziato i limiti di questo indicatore, richiamando l'attenzione ad alcuni punti chiave:
  • disparità di reddito
  • forme di lavoro non misurabili
  • grandezze non necessariamente economiche ma indicative della "ricchezza" (in senso lato, potremmo dire) di un Paese.
Due riflessioni ulteriori: il PIL tiene conto solo delle transazioni in denaro, non considera ad esempio il valore economico del no- profit (ad es. attività di volontariato); il PIL non distingue ciò che incrementa il benessere da ciò che lo diminuisce....persino morire, con i servizi connessi ai funerali, fa crescere il PIL. ( da vedere , a riguardo,Ascanio Celestini - I principi dell'economia) Ferma restando l’importanza del Prodotto interno lordo come misura dei risultati economici di una collettività, è indispensabile integrare tale misura con indicatori di carattere economico, ambientale e sociale che rendano esaustiva la valutazione sullo stato e sul progresso di una società. 12 DIMENSIONI DEL BENESSERE EQUO E SOLIDALE  AMBIENTE - SALUTE - BENESSERE ECONOMICO - ISTRUZIONE E FORMAZIONE - LAVORO E TEMPI DI VITA - RELAZIONI SOCIALI - SICUREZZA - BENESSERE SOGGETTIVO - PAESAGGIO E CULTURA - RICERCA E INNOVAZIONE - QUALITA' DEI SERVIZI - POLITICA E ISTITUZIONI  "Bisogna andare al di là della schiavitù delle cifre" Così l'ex premier francese Sarkozy annunciava nel settembre 2009 la costituzione della commissione Stiglitz - Sen - Fitoussi ( economisti , i primi due Nobel per l'economia) per misurare il benessere dei cittadini. Produrre di meno rende la vita più difficile per tutti? Nel Bhutan , piccolo regno himalayano, sembra accadere il contrario: ha uno dei PIL più bassi del mondo ma ha visto prolungare la vita media degli abitanti di 19 anni in soli 14 anni. "Il benessere materiale è solo una delle componenti del benessere umano" afferma Lyompo Thinley, ministro dell'Interno del Bhutan e fautore della misurazione del FIL, Felicità interna lorda. L'ONU ha elaborato l'Indice di sviluppo umano ( Human development Index) inserendo elementi come la salute e l'alfabetizzazione. L'ISTAT insieme al Cnel ha elaborato il Benessere Equo e Sostenibile (Bes). Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) e l’Istituto nazionale di statistica (Istat) hanno presentato ,mediante un report, i risultati di un’iniziativa inter-istituzionale di grande rilevanza scientifica, che pone l’Italia all'avanguardia nel panorama internazionale in tema di sviluppo di indicatori sullo stato di salute di un Paese che vadano “al di là del PIL”. Negli ultimi anni il dibattito sulla misurazione del benessere degli individui e delle società è emerso prepotentemente all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Le crisi degli ultimi anni (alimentare, energetica e ambientale, finanziaria, economica, sociale) hanno reso urgente lo sviluppo di nuovi parametri di carattere statistico in grado di guidare sia i decisori politici nel disegno delle politiche, sia i comportamenti individuali delle imprese e delle persone. Benvenuto Bes! L'economia cambia, si spacca in modelli e teorie, in sub-modelli e sfaccettature: si parla di Altra Economia, un'economia al servizio dell'uomo, un'economia sostenibile,green economy (http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_verde) .... E voi come misurereste il benessere di un Paese? Bibliografia e riferimenti: "Macroeconomia. Mercati, istituzioni finanziarie e politiche" Imbriani-Lopes "Il Sole 24 ore - L'economia spiegata ai ragazzi" Claudia Galimberti  

Federico Giovanni Rega