2+2=5… Qual è il valore di un’impresa?

di Federico Giovanni Rega

Qual è il valore di un'impresa? Domanda bella tosta questa. Esistono vari metodi di valutazione aziendale, diretti, indiretti, finanziari, reddituali, patrimoniali. Essi, in linea di principio, si discostano dalle valutazioni contabili, di bilancio, attraverso delle rettifiche e/o integrazioni per depurare i valori di libro e "normalizzare" i flussi attesi che l'impresa creerà, produrrà, in un certo orizzonte temporale.  Non è questa la sede d'analisi però. Il focus che questo breve articolo vuole abbracciare è quello delle sinergie intangibili.

Iceberg "L' essenziale è invisibile agli occhi" diceva Antoine de Saint-Exupéry. E mai come oggi, nella knowledge economy, è spesso vero anche per le imprese. Se consideriamo quelle che Itami chiamava "le risorse invisibili" nel lontano 1988, ci accorgiamo che 2+2 non fa 4 in azienda, bensì 5. Del resto, il concetto stesso di impresa come sistema nasce dalla considerazione che l'impresa nel complesso vale più della sommatoria del valore dei singoli asset. L'impresa è sinergia, o meglio, più sinergie insieme. Sinergie finanziarie si possono conseguire tramite la riduzione del costo del capitale, di credito e di rischio. Sinergie fiscali possono derivare invece da un adeguato sfruttamento della normativa tributaria. Ma le sinergie più importanti oggi sono probabilmente quelle intangibili, che integrano elementi soft, competenze manageriali (skills), culture e stili aziendali. E' sempre più viva l'attenzione degli studiosi alla valutazione dei beni intangibili, visto il progressivo spostamento da un modello di competizione tra imprese product-based a un modello customer-based, a sua volta collegato al passaggio da una logica transazonale a una logica relazionale. Il valore strategico, dunque, di un'impresa tiene conto di tali aspetti, opportunità, potenzialità che i valori contabili da soli, prudenti ma a volte distorti, non riescono a inquadrare. Esso viene ad essere la somma algebrica del capitale economico dell'impresa, delle sinergie scaturenti dall'impresa e dalle opportunità incrementali che l'impresa può offrire. In formula:

Ws=W + S+ O

Riferimenti bibliografici e approfondimenti:

Zanda, G., Lacchini, M., & Onesti, T. (2013). La valutazione delle aziende . G Giappichelli Editore;

Gangi, F., & Campanella, F. (2006). Basilea 2 nell'economia di impresa. Allocazione delle risorse, gestione dell’informazione e selezione aziendale. Carocci Editore;

Itami, H. (1988). Le risorse invisibili. GEA

 

Troppi numeri, pochi uomini: ma cos’è il Capitale Sociale?

di Rossella Sagliocco

“Perché l’uomo passa il suo tempo contando i numeri e non cercando un meccanismo per contare ciò che numero non è?”

È una delle domande che anche in maniera inconscia spesso ci poniamo e in pochi hanno il coraggio di esternare, ci dimentichiamo che dietro un numero o una formula c’è un essere irrazionale: l’uomo; quindi fino a che punto un numero può essere un’ espressione oggettiva? Anche qui, ancora una volta, ritroviamo soggettività. Partiamo da un tema ampiamente dibattuto, che affolla la letteratura da decenni: il rapporto banca-impresa e la relativa quantificazione del rischio di credito. L’accordo di Basilea è sorto con il fine di garantire alle banche maggiore solidità ed efficienza: il primo accordo prevedeva requisiti patrimoniali uguali per qualunque prestito, il secondo accordo dà la possibilità di differenziare gli accantonamenti patrimoniali in funzione alla rischiosità, ad un’impresa più rischiosa la banca dovrà accantonare più capitale, viceversa, ad un’impresa meno rischiosa meno capitale. Come misuriamo il rischio? Con il Rating. Il rating quantitativo propone l’utilizzo di sistemi numerici per la valutazione del merito creditizio. Quest' approccio “meccanicistico” all’erogazione del credito ha dei vantaggi e degli svantaggi. I vantaggi sono relativi a una più precisa quantificazione del rischio da parte delle banche. Gli svantaggi dell’applicazione del rating derivano dai tipici difetti di un approccio Fordista all’erogazione dei servizi finanziari e sono:
  1. Standardizzazione dei processi che non tiene conto delle specificità settoriali e locali delle imprese;
  2. Allontanamento dei centri decisionali dai punti di erogazione del credito, che provoca l’impoverimento sociale e culturale nei luoghi di erogazione del credito;
  3. Tendenziale prociclicità dei sistemi bancari in quanto le banche erogano credito a chi in realtà non ne ha bisogno in quanto ha tutti i parametri finanziari “in ordine”.
La crisi finanziaria ha accentuato i difetti e non i pregi dei sistemi di rating. In una situazione di crisi finanziaria l’approccio al credito richiede una maggiore flessibilità. Tale approccio chiamato “relationship lending” si fonda sulla valutazione delle “soft information”. Parliamo di quel tipo d'informazioni difficilmente codificabili, perché di tipo qualitativo, la cui soluzione per la codificazione è la relazione diretta con il cliente, la presenza fisica attraverso gli sportelli bancari consente di valutare al meglio il capitale sociale e relazionale che è insito nel territorio e che caratterizza quindi l’impresa. L’evoluzione verso l’economia dell’informazione e delle reti ha posto al centro dell’agenda competitiva della quasi totalità delle imprese il problema della conoscenza. Peter Drucker coglie questa sorta di criticità sottolineando che la risorsa economica fondamentale affinché una società possa progredire nel tempo è rappresentata dalla conoscenza e dai soggetti che la generano [Drucker,1993]. Schumpeter afferma che nuove combinazioni di conoscenza portano nuovi  prodotti, nuove tecnologie, nuovi metodi di produzione. L’enfasi sulla conoscenza ha spinto all’affermazione del ruolo strategico del capitale sociale. È piuttosto difficile dare una definizione chiara e soprattutto “ giusta “ del capitale sociale.  Si può dedurre da ciò che “La conoscenza è intangibile, ma può essere misurata”: il mercato azionario, ad esempio, reagisce spesso con un incremento delle quotazioni azionarie agli annunci di investimenti in Ricerca e Sviluppo (Stewart, 1994). Ma è giusto chiedersi: “ Cos’è il capitale Sociale?” cap sociale L’esternazione di tale concetto è partita dagli anni ’60, il primo a imprimere il termine “Capitale Sociale” è stato Coleman collegandolo al concetto di sviluppo, però già molto tempo prima Weber pur non dando una chiara denominazione del concetto l’aveva toccato nel suo studio “Le sette protestanti e lo spirito del capitalismo” (1906), Weber aveva analizzato le caratteristiche delle “sette religiose” come fenomeno sociale nella società capitalistica statunitense dell’800. Tali sette erano formate da una rete di relazioni sociali e personali di natura religiosa quindi non generata da motivi economici e la sua funzione era diffondere fiducia attraverso la conoscenza di ciascun membro del gruppo, un modo semplice per mettere le informazioni in circolazione e da non creare opportunismo tra i membri. Tutte queste caratteristiche corrispondono al fenomeno che più tardi verrà definito come “capitale sociale”. Successivamente però con il dominio del modello Fordista si ritrova un’automatizzazione dei comportamenti assunti dai dipendenti nell’impresa e ciò ha creato una sorta di distanza tra la società e l’economia e hanno assunto minor importanza concetti come imprenditorialità e contesto istituzionale (oggi argomentazioni essenziali). Attualmente in un contesto dove la costante è il cambiamento e quindi una costante ricerca all’innovazione Coleman ha coniato il termine “Capitale Sociale”. Quest’ultimo scinde il capitale fisico (beni tangibili) e il capitale umano (le abilità della persona) dal capitale sociale, ovvero, le varie relazioni che l’uomo ha costruito nella sua vita, intese come capitale perché possono generare valori materiali ed immateriali; tali relazioni sociali non portano benefici solo al singolo individuo nella società ma a tutto il tessuto sociale implicato, infatti ha la natura del bene pubblico. Tuttavia, guardando in faccia alla realtà, quanto affermato prima resta soltanto un auspicio e una speranza (acclamata, tra l'altro, da numerose analisi empiriche), in quanto l’orientamento politico attuale predilige l’accentramento delle banche. Tale “scelta” è giustificata da alcuni elementi:
  1. Maggiore solidità patrimoniale delle banche di grandi dimensioni.
  2. Maggiore diversificazione del rischio di portafoglio "à la Markowitz”.
  3. Economie di scala di tipo fordista che ridurrebbero i costi di erogazione dei servizi finanziari.
Il regolatore, continuando a focalizzarsi (troppo?) sulla stabilità e l'adeguatezza patrimoniale, finisce per dar vita a una banca solida, stabile, ma che non eroga credito. Si è parlato di nichilismo bancario. Si è detto che si vorrebbe progredire, avvicinarsi al cliente ma nella realtà la centralizzazione del sistema bancario non permette ciò, procurando giorno dopo giorno la distruzione di piccole realtà e reggendo coloro che sono definiti “i grandi“ , senza sapere che un grande è formato da tanti piccoli. Alla base di tutto ciò è ben chiaro che manca la molecola che unisce, ma distrugge se non c’è l’unione fra gli uomini: la fiducia. Notiamo come ancora una volta l’uomo per concedere quello che è un prestito si basi sui numeri, sulla certezza, sulla quantità; si sente al sicuro attraverso quelli che sono dati di bilancio, statistiche e  così via, dando in tal modo “una somma di denaro” a chi certezze già ne ha e non a chi non le ha e vorrebbe creare qualcosa di nuovo o semplicemente fare un rinnovamento. In sostanza si allontana da lui stesso. Distruggendo “capitale sociale” e distruggendo “fiducia”.  Altro che evoluzione, questa è una mera involuzione.   RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Campanella F., 2014, La regolamentazione, la vigilanza e la gestione del rischio del settore bancario. Coleman J.S., 1990, Foundations of Social Theory, Cambridge, Mass., Harvard University Press Stewart, T.A., (1994) Your Company’s Most Valuable Asset: Intellectual Capital, Fortune, October 3, cover story.