La Finanza: da ancella diviene padrona

  di Federico Giovanni Rega     finanza Oggi si dibatte tanto di finanziariazzione, del peso enorme della finanza, ormai padrona dell’economia, e non più ancilla, di come tale predominio sia sfavorevole alla crescita economica (‘reale’). Michal Kalecki – eterodosso, ma lungimirante nelle sue tesi – analizzò anche questo aspetto nella teoria sulle determinanti degli investimenti. Egli parla dei risparmi dei rentiers, risparmi correnti “esterni” alle imprese, che influenzano negativamente gli investimenti in capitale fisso. La ricchezza finanziaria (come l’avremmo definita oggi) introduce nel sistema un trend negativo, così come le innovazioni imprimono, invece, una tendenza ascendente di lungo periodo. Se i risparmi dei rentiers vanno aumentando, rispetto al capitale (su tale aspetto ritornerà Piketty nel suo Capitale nel XXI secolo), il trend negativo sarà accelerato. L’effetto delle innovazioni si accoppia così a quello dei risparmi “esterni” ed è l’effetto netto che determina lo sviluppo di lungo periodo. Il trend sarà positivo se le innovazioni esercitano un’influenza più forte di quella dei risparmi dei rentiers. E’ notevole la modernità di tali tesi, se solo si guarda ai numeri del nostro tempo, laddove la finanza e i derivati valgono 8 volte l’economia reale: i moderni cavalli di Troia non sono più di legno e hanno nomi ben meno mitologici: si chiamano credit default swap, spread, Etf, Borse, derivati, volatilità. Ma rischiano di avere lo stesso effetto distruttivo: insinuarsi nell'economia reale e, alla lunga, minarne le fondamenta, minarne la crescita. L’intuizione di Kalecki era giusta? La finanza è negativa per la crescita economica? Un economista contemporaneo, il Marx moderno, Thomas Piketty, nel suo “Capitale nel XXI secolo”, parte proprio da quel rapporto tra capitale (K) e produzione (Y). Il libro – pieno di tabelle e equazioni - mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque (periodo che termina con la Prima Guerra Mondiale). Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica. L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Questa «contraddizione centrale del capitalismo, che sta «alla base di una società di rentier» (p. 564), si è mantenuta per tutto il Sette e Ottocento e fino al 1913, salvo però franare sotto l’urto delle due guerre mondiali e di una Unione Sovietica vista quale concreto competitor rispetto al capitalismo. Fu allora che vennero introdotte politiche economiche di welfare e redistribuzione della ricchezza che portarono a (r < g), ma è stata una parentesi nella storia economica (cd “Keynesian Consensus”) perché, non appena scomparsa l’URSS, è ritornato trionfante (r > g) con tendenza del differenziale a crescere illimitatamente anche nel XXI secolo. Ma dov’è la causa della diseguaglianza tra r e g? Secondo Piketty bisogna partire dal rapporto del capitale sul reddito: β = K / Y dove K è lo stock del capitale “tutto compreso” (a meno del solo “capitale umano”; compreso quel capitale pericoloso, quel capitale da casinò) ed Y il flusso della produzione annua “al netto” degli ammortamenti per il capitale impiegato. Dopo di che, nel caso di una funzione lineare di produzione a capitale e lavoro, risulta: Y = r K + W dove r è il tasso di rendimento capitalistico “tutto compreso” («rendite, dividendi, interessi, royalties, profitti, capital gains, ecc.») e W è l’ammontare delle remunerazioni che spettano ai lavoratori. Piketty documenta come per il mondo nel suo complesso (e qui si spinge oltre, forse) il rapporto capitale/reddito, diminuito da un valore compreso tra 4 e 5 del periodo 1870- 1910 ad un valore di 2,5/3,5 tra 1920 e 1980, sia poi risalito a 4,5 nel 2010 con la possibilità, secondo le sue proiezioni, di arrivare a 6,5 per la fine del XXI secolo.     Dal casinò alla calcolatrice: Come nasce questo predominio dei mercati e della finanza? (altro…)

Il pensiero e i limiti del “laissez-faire”

di Giuseppe Cinotti   Il "laissez faire", letteralmente "lasciate fare", è un principio proprio del liberismo economico, risalente al diciottesimo secolo. Il cardine principale era il " non intervento " dello Stato nella vita sociale ed economica. Si basava sul presupposto che l'azione del singolo nella ricerca del proprio benessere, fosse sufficiente a garantire la prosperità economica della società. Il laissez faire trasse il proprio sostegno da diverse correnti di pensiero e fonti di sentimento. Keynes, a questo proposito, affermò che la popolarità della dottrina si deve più ai filosofi del tempo che agli economisti. Infatti, una delle prime e più importanti correnti di pensiero, i cui caratteri si ritrovano anche nel laissez-faire, è l'individualismo. Questo poneva al centro l'individuo, sottolineava il "valore morale dell'individuo". Gli individualisti promuovono l'esercizio del raggiungimento di obiettivi come l'indipendenza e l'autonomia, opponendosi al tempo stesso, con la più strenua resistenza, ad ogni intralcio esterno sugli interessi personali. Un autore che con i suoi studi ha dato dei contributi importanti a queste due correnti di pensiero è un utilitarista, Jeremy Bentham il quale affermava che non vi fosse alcun motivo razionale per preferire la felicità di un certo individuo a quella di qualsiasi altro. Quindi, la massima felicità del massimo numero di soggetti è l'unico scopo razionale di condotta. Ciò non è altro che il sunto fondamentale dell'odierna economia del benessere. Un'altra considerazione che andava ad avvalorare il concetto che non vi dovesse essere intervento statale nell'economia fu che il progresso materiale che si ebbe tra il 1750 e il 1850 (ovvero le due Rivoluzioni industriali) venne prettamente dall'iniziativa privata, non ebbe quasi nessun tipo di aiuto dalla società organizzata nel suo complesso. Naturalmente anche gli economisti diedero un loro contributo al laissez faire, questi insegnavano che la ricchezza , il commercio e le macchine erano figli della libera concorrenza. Cominciarono a presupporre che la distribuzione ideale delle risorse produttive si poteva ottenere agendo in maniera indipendente. Gli individui che si sarebbero mossi nella giusta direzione avrebbero distrutto, per mezzo della concorrenza, coloro che si muovevano nella direzione sbagliata. Era una visione di vedere le cose che premiava coloro che erano bravi ed efficienti, ma non dava alcuna garanzia a coloro che andavano nella direzione errata, investendo i loro capitali. Probabilmente proprio quest'ultimo punto può essere un difetto di questa visione degli economisti, visione che non stava a guardare i costi che creava la libera concorrenza, ma soltanto i vantaggi del risultato finale che ne derivano, i quali si supponeva fossero permanenti. Ma, il non tenere conto dei costi creati dalla lotta fu un errore, in quanto questi danneggiavano, in parte, il sistema. Inoltre, un altro limite della visione, era anche il supporre condizioni in cui una selezione naturale illimitata porta al progresso, limite però che era una delle due colonne portanti del laissez faire. L'altra colonna era l'efficacia! Ovvero la possibilità per gli individui di raggiungere un guadagno sempre maggiore esercitando il massimo sforzo, che secondo i principi del laissez faire andava a vantaggio oltre che dell'individuo anche della società. Tutte queste considerazioni sono state ampliamente criticate nel corso degli anni, dagli stessi economisti, tra i più illustri alla critica vi fu anche Keynes. Infatti, ci si rese conto che la massimizzazione della propria utilità da parte di ogni singolo individuo dipendeva da considerazioni non realistiche, ad esempio che: i processi di produzione e consumo non fossero connessi, v'erano "problemi" come il monopolio, che ad esempio interferiva sul principio di eguaglianza. La conclusione che si può trarre è che : se ci si dimentica di coloro che hanno preso la direzione sbagliata, di cui prima scrivevo, la corrente di pensiero del laissez faire comincia a non funzionare più, in quanto si interfaccerebbe soltanto ad un gruppo di soggetti e non all'intera comunità che non aveva le risorse e l'intelligenza per poter intraprendere inziative economiche. Non bisognava quindi dimenticare delle sofferenze di quelle persone che non riuscivano ad integrarsi nel sistema, poichè non ne avevano la possibilità e/o le capacità. Possiamo comunque affermare che alcuni capisaldi del laissez faire si ritrovano anche nel capitalismo, con una differenza sostanziale che è quella dell'intervento dello Stato nella vita economica, sotto forma di norme di regolamentazione e interventi assistenziali, atti a cercare di ridurre quelli che erano i limiti della corrente di pensiero che tanto ha influenzato parte degli anni del 1700 e del 1800.   NOTE BIBLIOGRAFICHE: Keynes, J. M. (1926) La fine del laissez–faire, saggio pubblicato dalla Hogarth Press nel Luglio del 1926, basato sulla Sidney Ball Lecture fatta da Keynes ad Oxford nel novembre del 1924 e su una conferenza all'Università di Berlino nel Giugno del 1926 – consultabile online a: http://www.criticamente.com/economia/economia_politica/Keynes_John_Maynard_-_La_fine_del_laissez-faire.htm

La disuguaglianza e le giraffe di Keynes

di Dario Luciani, Università Bocconi Milano, autore e responsabile di “2+2=?” per Versus

L’articolo è già stato pubblicato su Versus il 1 novembre 2013. In fondo potete trovare il link originale.

 

A cinque anni di distanza dal fallimento di Lehman Brothers che aprì la stagione della grande recessione globale, una parola chiave su tutte fotografa la crisi: disuguaglianza. Disuguaglianza che può essere osservata da diverse prospettive: l’abisso che persiste e si allarga tra i pochi, grandi manovratori di capitale (e quindi di politica) e la folla dei lavoratori dipendenti sempre più sottopagata, il dislivello ancora maggiore tra chi, pur sottopagato, un lavoro ha la fortuna di avercelo e chi invece non riesce a trovarlo o a ritrovarlo, le disparità sociali, oltre che economiche, sempre più evidenti e intollerabili, nonché le disparità dello stesso accesso alla scala sociale, dovuto all’arroccamento delle corporazioni e delle lobby che intendono preservare le loro rendite di posizione.

disuguaglianzaQuesto è ciò che più evidentemente emerge dall’analisi delle disuguaglianze e delle loro intime connessioni con la crisi. Ma il tema offre allo sguardo dell’osservatore più attento altre molteplici sfaccettature, meno evidenti ma ugualmente significative: come ad esempio il ruolo delle donne nel mondo del lavoro, su cui erano stati fatti importanti passi in avanti, ma che l’insorgere della congiuntura negativa ha nuovamente messo in secondo piano, nel quadro della logica che ha dominato le politiche dell’ultimo quinquennio: affrontare il tema dei diritti civili è un lusso che non ci si può permettere in tempi di vacche magre. Tralasciando il fatto che un ragionamento simile è totalmente illegittimo, trattandosi appunto di diritti, i quali non valgono a tempo determinato come ormai la maggioranza dei contratti di lavoro, esso è anche controproducente dal punto di vista economico. Spesso idee di questo tipo sono state accusate di fondarsi sulla politica dell’invidia, in quanto lo stato attuale di libero mercato produrrebbe una fetta di torta più grande per tutti, variando significativamente solo le grandezze relative delle varie fette, mentre una maggiore redistribuzione farebbe diminuire le distanze relative ma produrrebbe il rimpicciolimento di tutte le fette. In realtà la crisi ci ha insegnato proprio questo: le disuguaglianze smisurate producono recessione. Producono un calo della domanda e quindi il crollo dei consumi, riducono la capacità di innovazione e di dinamismo di un paese, deprimono i mercati generando sfiducia la quale contribuisce a deprimere ancora maggiormente i mercati stessi, causano tensioni sociali che hanno un costo misurabile concretamente, ogni giorno, nell’instabilità politica che paralizza l’attività dei governi, riducono le entrate fiscali dello Stato indebolendo ancora di più il già precario debito pubblico, il cui contenimento è in teoria il pilastro del sistema di interventi adottato nell’eurozona. Ed è per questo che la teoria economica recente ha rivalutato e messo in primo piano la ricerca dell’uguaglianza, anche come condizione di economicità. Il che non significa ricercare una uniformazione impropriamente deformante, come ancora paventa qualche irriducibile nemico del comunismo nell’era post-ideologica.

 Nel periodo della Great Depression americana, un uomo di nome Roosevelt ebbe il coraggio di provare ad uscire dalla palude delle recessione con il rafforzamento del welfare state, misura strettamente connessa ad una politica redistributiva ed orientata al contenimento delle disuguaglianze. Fu il celebre New Deal, e gli Usa uscirono dal tunnel. Oggi bisogna tornare ad avere lo stesso coraggio, e seguire le parole di chi in fondo è stato il padre di quella svolta epocale, John Maynard Keynes, il quale scrisse nell’apologo contenuto in “La fine del laissez faire”: “Se abbiamo a cuore il benessere delle giraffe, non dobbiamo trascurare le sofferenze di quelle dal collo più corto, che sono affamate, né le dolci foglie che cadono a terra e vengono calpestate nella lotta, né la supernutrizione delle giraffe dal collo lungo, né il brutto aspetto di ansietà e di voracità combattiva che deturpa i visi del gregge”. Difficile, davvero, dare una rappresentazione più vivida e realistica delle nostre società capitaliste.

Ma se in matematica 2+2 fa sempre 4, i problemi economici possono dare luogo a soluzioni diverse a partire dalle stesse premesse. La vostra qual è?

Dario Luciani

© riproduzione riservata Link dell’articolo originale:  http://versusgiornale.it/7449/la-disuguaglianza-e-le-giraffe-di-keynes/